L’ipotesi  più accreditata resta quella della negligenza, ma sul disastro di Beirut il presidente libanese Michel Aoun non esclude la possibilità che si seguano altre piste. Come riporta l’emittente libanese Mtv, il capo di Stato libanese ha detto che “la causa delle esplosioni ancora non è stata determinata dato che esiste la possibilità che si sia prodotta un’interferenza esterna attraverso un missile, una bomba, o una qualsiasi altra azione”. Una dichiarazione di estrema rilevanza, visto che lo stesso Aoun ha confermato che durante l’incontro con Emmanuel Macron, ha chiesto alla Francia di fornire al Libano le immagini aeree dell’esplosione. “Se non le hanno, chiederemo ad altri paesi per determinare se si sia trattato di un attacco esterno”, ha concluso il leader cristiano, mettendo ancora una volta in chiaro la volontà di Beirut di non fermarsi a un’indagine superflua. Almeno nell’immediato.

Come riportato anche da La Stampa, Aoun ha fatto capire che l’indagine sull’esplosione nel porto di Beirut si svolge su tre livelli. Partendo dal presupposto – non ancora totalmente confermato – che la devastazione sia stata causata dal nitrato d’ammonio stoccato in enormi quantità in un deposito all’interno del porto. “Primo per appurare come il materiale esplosivo è entrato ed è stato stoccato, secondo se l’esplosione sia il risultato di una negligenza o di un incidente, terzo la possibilità che ci sia stata una interferenza esterna”. Questa la via seguita dal capo di Stato libanese, che ha ricordato come non vi sia certezza su come possa essere stata scatenata l’esplosione.

È chiaro che in questa fase delle indagini (il governo punta a concludere tutto in una settimana, ma è poco credibile) i vertici libanesi siano intenzionati a vagliare ogni pista. Serve per evitare di lasciare buchi nell’inchiesta. Serve per non dare l’immagine di un’indagine pilotata o frutto di un accordo che copra i veri responsabili. Ma serve soprattutto per evitare che i singoli partiti o fazioni che compongono il panorama politico libanese possano accusare le autorità di gestire le indagini in modo da addossare la colpa esclusivamente a chi ha lasciato quel presunto deposito di nitrato d’ammonio (e di esplosivi) nel cuore di Beirut. Perché è evidente che quel carico non doveva rimanere lì, dopo anni, nel porto della capitale libanese. Ed è altrettanto chiaro, ormai, che insieme al nitrato d’ammonio della Rosus vi fossero anche armi e munizioni di cui non si comprendere né l’origine né la destinazione. Gli esperti hanno valutato attentamente i filmati dell’esplosione, e quel fumo di colore arancione, a tratti marrone, che si è sprigionato dal luogo della deflagrazione non sembra essere addebitale esclusivamente al nitrato d’ammonio.

Privilegiare una teoria rispetto all’altra, per un’esplosione che può essere decisiva per un possibile “regime change” libanese, indica la volontà di Aoun di tutelare innanzitutto il Paese da una possibile nuova bomba, questa volta politico-sociale. Di fatto comporta il mantenere un’equidistanza che in questo momento è fondamentale, soprattutto per un presidente che sa che ha in mano un Paese sull’orlo dell’abisso. Ma significa anche volere evitare risposte frettolose che possano destabilizzare in modo definitivo la classe dirigente.

Ieri l’incontro con Macron è servito per mettere le basi per un nuovo accordo tra le fazioni e per riforme sostanziali del panorama economico e politico libanese. Ma Aoun ha bisogno di tempo, non vuole proteste che possano incendiare il Paese e vuole soprattutto far capire sia alle fazioni interne che alle potenze esterne di non escludere nulla: che si traduce anche nel voler evitare reazioni decise in un senso o nell’altro. In un momento di forte delegittimazione della casse dirigente del Paese, il presidente prova quindi a trovare innanzitutto una strada che sia percorribile senza incendiare il Libano, provando a non scontentare nessuno. Le indagini, che forse non diranno mai la verità ma solo la versione più attendibile o utile, comunque arriveranno – a detta di Aoun – dopo l’analisi di tutti gli elementi e non escludendo né colpevoli né mandanti. Non esclude la negligenza (quindi l’accusa alle autorità portuali e al governo), non esclude l’uso di esplosivi (quindi fazioni e segmenti dei servizi che possano usare questo tipo di metodi per risolvere controversie interne), ma non esclude neanche un missile, con quell’uso dell’attacco esterno che, inevitabilmente, fa felice chi ritiene che dietro l’enorme esplosione di Beirut possa esserci la mano di Israele o di chi avrebbe voluto da tempo farla pagare a Hezbollah.