«Un’altra importante pietra miliare nell’impegno del Presidente Trump per portare pace e stabilità durature nella regione». È con queste parole — che potrebbero scatenare l’ilarità di chi segue le dinamiche della regione — che il Segretario di Stato Marco Rubio ha definito l’Accordo Quadro Trilaterale tra Libano, Israele e Stati Uniti, firmato lo scorso 26 giugno.
Ma alla vacua solennità delle sue dichiarazioni, che lasciano trapelare la certezza di poter porre fine aottant’anni di belligeranza tra Beirut e Tel Aviv, si contrappone l’immagine di una parte del popolo libanese sceso nelle strade perprotestare contro l’intesa che sembre essere una contromossa agli accordi raggiunti tra il Vicepresidente JD Vance e gli iraniani in Svizzera solo pochi giorni fa. Come accaduto spesso nelle vicende israelo-palestinesi, emerge anche in questo caso l’ambiguo ruolo di mediazione degli Stati Uniti, che rischia di trasformare questa “pace” nell’ennesimo capitolo di una crisi permanente, prefigurando una situazione di stallo nel migliore dei casi, o una guerra civile nel peggiore.
«L’accordo della vergogna» e una cabina di regia in frantumi
A rendere problematica la situazione, facendo temere questi esiti, c’è proprio la profonda cacofonia interna all’amministrazione Trump, che mina la credibilità stessa della cabina di regia americana. Di accordi contraddittori in effetti parla anche il quotidiano progressista israeliano Haaretz che, nell’analisi a firma della giornalista Liza Rozovsky, mette in luce come l’accordo di Rubio, che adotta una linea massimalista, preveda l‘esclusione di Iran e Hezbollah dalla scena regionale, mentre il memorandum d’intesa tra Vance e la Svizzera pone Teheran e il movimento sciita libanese al centro della scena.
L’intesa in 14 punti firmata venerdì a Washington è stata definita «accordo della vergogna» da Hanna Gharib, Segretario generale del Partito Comunista libanese. Una presa di posizione che sembra convergere con quella del leader di Hezbollah, Naim Qassem, che ha chiesto l’attuazione del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti e ha definito il documento del 26 giugno «nullo e privo di validità» e «una rinuncia alla sovranità». Al contrario, il ministro degli Esteri libanese,Youssef Raji, ha affermato che l’accordo rappresenta «una vittoria per una soluzione diplomatica e un trionfo per la logica dello Stato e delle sue istituzioni».
I nodi irrisolti
Il testo definitivo dell’accordo quadro non implica in alcun modo un ritiro israeliano dalle aree invase nel sud del Paese, bensì un’uscita “graduale”, sempre subordinata al disarmo delle milizie di Hezbollah, e valida solo in due “zone pilota”. Lorenzo Trombetta, sul Manifesto, scrive che queste ultime sarebbero — secondo i media libanesi — un’area circoscritta a sud di Nabatiye, forse il castello di Beaufort, e un’altra nella regione di Wazzani. Ritirarsi da Wazzani — che non è mai stata un vero teatro di guerra — «costa poco a Israele mentre non sembra ci sia accordo sull’eventuale altra “zona pilota”».
I punti problematici riguardano, dunque, soprattutto la smobilitazione israeliana dal Paese e il disarmo di Hezbollah. Qasem ha avvertito che collegare il ritiro israeliano al disarmo della milizia sciita è una proposta molto pericolosa che «oltrepassa ogni linea rossa e trasforma il Libano in una marionetta nelle mani del nemico israeliano». Il leader di Hezbollah Qasem, invece, chiede che Israele rispetti i termini del memorandum d’intesa firmato il 17 tra Stati Uniti e Iran, che apre la porta alla possibilità di un ritiro completo di Israele dal Libano.
Le Forze Armate Libanesi (LAF), per quanto sostenute dagli USA — Rubio ha dichiarato che il Dipartimento della Guerra statunitense è pronto a destinare alle LAF oltre 30 milioni di dollari — non può smantellare Hezbollah senza innescare una guerra civile fratricida che destabilizzerebbe l’intero sistema di convivenza confessionale.
Il rischio di “gazificazione”
Il documento firmato a Washington è «una cornice priva di contenuto», scrive Trombetta. Il cruciale “Allegato di Sicurezza”, che dovrebbe definire i termini pratici del ritiro, di fatto non esiste ancora. Il suo carattere fumoso — al pari del presunto accordo di Pace tra Israele e Hamas — sembra prefigurare una sorta di “gazificazione” del Libano. La formulazione stessa dell’accordo — si legge nell’analisi di Haaretz — in parte ricorda il piano in 20 punti di Trump per Gaza e spiana la strada alla trasformazione del Libano meridionale in una versione della Striscia di Gaza, per quanto, a differenza di quest’ultima, dove gli attacchi sono stati finora unilaterali, in Libano le truppe israeliane dovrebbero rimanere sotto la costante minaccia degli attacchi di Hezbollah.
Si tratta di un classico paradosso geopolitico: Israele non abbandona le posizioni finché la milizia è armata, ma Hezbollah non intende cedere l’arsenale finché il territorio è occupato. Un circolo vizioso che emerge chiaramente nelle parole di Benjamin Netanyahu: «Israele non si ritirerà dalla zona di sicurezza finché Hezbollah non verrà disarmato e finché esisterà una minaccia per Israele» ha dichiarato il Primo ministro israeliano.