L’Eurovision Song Contest nasce nel 1956 come strumento per unire l’Europa nel dopoguerra attraverso la musica. Un palcoscenico dove si esibiscono artisti, e la musica suona più forte dei discorsi politici. O almeno così dovrebbe essere secondo le intenzioni dell’evento. Nonostante il contest si sia sempre infatti dichiarato apolitico, anche la mera presenza dei concorrenti riflette complesse dinamiche geopolitiche: la presenza dell’Australia, agli antipodi del continente Europeo, è giustificata da ragioni di audience ed affinità culturali ma è in realtà una sua implicita inclusione nella comunità delle democrazie occidentali.
Anche altri stati extraeuropei partecipano all’Eurovision, come Israele ed Azerbaigian, mentre alcuni stati europei, come la Bielorussia e Russia non ne fanno parte, quest’ultima esclusa nel 2022 a seguito dell’invasione dell’Ucraina. Questo dimostra come l’organzizazione internazionale responsabile del contest, l’European Broadcasting Union (EBU) sia pronta anche ad intraprendere decisioni “artistiche” convergenti con la linea politica dell’Occidente. Allo stesso tempo si impegna a portare avanti i valori riconosciuti come identitari da parte occidentale, come il riconoscimento della questione di genere (quest’anno le conduttrici erano tutte donne) e l’inclusività di comunità marginalizzate come quella LGBTQ+, trasformando il contest in una sorta di vetrina ideologica delle democrazie europee, permettendo all’Occidente di proiettare (verso le proprie opinioni pubbliche così come verso l’esterno) l’immagine di un blocco culturale democratico, attento ai diritti umani ed inclusivo.

In un certo senso, anche il sistema di votazione, suddiviso tra giurie professionali e televoto, vuole riflettere l’immagine di una società attenta alla propria opinione pubblica. È partendo da questi presupposti che la presenza di Paesi come Azerbaigian ed Israele, sotto accusa a livello internazionale per le azioni compiute rispettivamente in Nagorno Karabakh e a Gaza ed in West Bank, ha generato indignazioni e proteste. Queste ultime non hanno risparmiato nemmeno il palco di Basilea, dove si svolgeva l’evento, con contestatori che sono stati espulsi dalla platea dopo che hanno fischiato l’esibizione della cantante israeliana Yuval Raphael, sventolando bandiere palestinesi.
Il perché Israele non abbia subito l’esclusione dal contest e sia interessato a rimanerci, nonostante la propria precaria reputazione internazionale, è da ricercare nell’importanza che viene attribuita all’evento come vetrina; esserci vuol dire, in un certo senso, far legittimamente parte del mondo democratico ed Israele è fortemente interessata a non essere considerata un Paese pariah, come è capitato alla Russia.
Gli sforzi di Tel Aviv in questo senso hanno ricevuto un forte impulso dopo gli eventi successivi al 7 ottobre 2023 con Israele che ha intensificato le proprie campagne internazionali di comunicazione attraverso iniziative digitali, gruppi di sostegno esterni e campagne coordinate al di fuori dei propri confini nazionali. L’Eurovision non è stata risparmiata da questo vertiginoso aumento della propaganda israeliana e ce ne si può accorgere guardando la discrepanza tra il voto della giuria e il “voto popolare” verso gli artisti israeliani in gara.
Nel 2024, Eden Golan con “Hurricane”, guadagnò 52 voti dalla giuria ma ben 323 dal televoto, mentre quest’anno Yuval Raphael con “New Day Will Rise” si aggiudica 60 voti della giuria a fronte di 297 del televoto. Per avere un raffronto con le date precedenti ai fatti del 7 ottobre 2023, nel 2022 – Michael Ben David con “I.M” ottene 27 punti dal televoto e 34 dalla giuria, mentre Noa Kirel con Unicorn nel 2023 ottenne 185 punti dal televoto e 177 della giuria. Come spiegare dunque questa enorme discrepanza fra voto popolare (gli artisti israeliani sono risultati i più votati in assoluto dal televoto negli ultimi due anni) e voto della giuria, che non si era mai presentata prima con questa consistenza?
Sicuramente una parte simpatetica dell’opinione pubblica europea ha manifestato il suo sostegno allo stato ebraico, ma c’è di più e riguarda i risultati dell’offensiva comunicativa di Tel Aviv che ha lasciato la sua traccia tangibile sul web.
La pubblicità online da parte del canale youtube Vote #04 New Day Will Rise, comparsa sui device di moltissimi utenti europei, risulta essere sponsorizzata da parte dell’IGAA (Israeli Government Advertising Agency), un’organizzazione statale che si occupa della gestione centralizzata delle campagne pubblicitarie governative. L’IGAA, o Lapam (in ebraico), è l’organo statale responsabile della comunicazione istituzionale e della pubblicità governativa, fondata con l’obiettivo di centralizzare le campagne pubblicitarie ministeriali si è evoluta oggi in una potente piattaforma di promozione dell’immagine di Israele all’estero.
L’IGAA aveva già attirato critiche per l’uso estensivo di fondi pubblici in campagne percepite come propaganda, in contesti legati alle operazioni militari israeliane a Gaza. Fece scandalo nel 2024 la campagna dell’IGAA per screditare l’UNRWA, l’organizzazione dell’ONU responsabile per i rifugiati palestinesi in Medio Oriente: l’organizzazione governativa israeliana aveva comprato una serie di annunci su Google contenti il nome dell’UNRWA, che però rimandavano a siti governativi israeliani dove si accusava l’organizzazione umanitaria di essere collusa con Hamas.
La libreria delle pubblicità su Google dimostra che la stessa organizzazione governativa israeliana che ha finanziato contenuti diffamanti verso l’UNRWA ha sponsorizzato su YouTube il televoto a favore della cantante Raphael Yuval. Dal momento che l’IGAA utilizza fondi pubblici israeliani ed è una organizzazione governativa, sembra evidente che il governo di Tel Aviv tenga particolarmente al posizionamento dei propri artisti nella competizione.

Su questa linea anche la pubblicità apparsa a Times Square sempre a favore della cantante israeliana, rilanciata dal Ministero degli Affari Esteri israeliano, dal Consolato Generale di Israele a New York e dalla organizzazione statunitense no profit StandWithUs (SWU), che ha più volte ricevuto fondi da parte del governo di Tel Aviv. In un post su Facebook, l’organizzazione invitava a votare per Yuval anche dagli Stati Uniti (ma non era una competizione “europea”?).
Se la strategia di promozione della candidatura israeliana all’Eurovision 2025 non ha violato la lettera del codice di condotta dell’evento, quanto meno è andata contro il suo spirito: il contest ribadisce la sua neutralità ed apoliticità proprio all’inizio del suo codice di condotta:
“The Eurovision Song Contest (ESC) is a non-political, international entertainment event co-produced by broadcasters who are Members of the European Broadcasting Union (EBU). […] The ESC is a joyful, non-political event dedicated to celebrating music and culture. You are required to respect this mission by refraining from political promotion or related conduct, including actions, statements, or symbols during – or in relation to – the event.”
Gli sforzi del governo israeliano per promuovere il voto per la propria artista hanno avuto, in questo caso, evidenti implicazioni politiche.
Il televoto dei Paesi europei ha assegnato tantissimi punti a Israele, anche in Paesi storicamente ostili alle politiche di Tel Aviv, come ad esempio l’Irlanda (generando, tra l’altro,ulteriori perplessità sull’effettiva trasparenza dei televoti, tanto che già lo scorso anno l’ente radiotelevisivo sloveno aveva sollevato dubbi rispetto alle operazioni di voto). Il risultato di questi numeri sono, per la propaganda israeliana, elementi di legittimazione e di normalizzazione della propria immagine presso la propria opinione pubblica interna ed il grande pubblico europeo, come già evidenziato da diversi media filo-isrealiani (“se ci votano sono d’accordo con noi e chi critica le nostre azioni è solo una rumorosa minoranza”).
Nei fatti, dopo il 7 ottobre 2023, l’Eurovision Song Contest è diventato un campo di battaglia simbolico per la diplomazia israeliana. Attraverso campagne mediatiche coordinate, Israele ha cercato di influenzare l’opinione pubblica europea e globale, utilizzando la competizione come piattaforma per legittimare la propria reputazione politica, che si inquadra in un più ampio sforzo israeliano volto a guadagnarsi le simpatie del pubblico occidentale per poi poter continuare a portare avanti la propria politica nella striscia di Gaza e in West Bank in modo indisturbato.
A questo punto, la domanda sorge spontanea: quali sono i valori inclusivi ed apolitici che sostiene di portare avanti l’Eurovision? C’è davvero un’indipendenza politica e artistica rispetto agli interessi dell’Occidente culturale? Eppure la strategia di isolamento internazionale, sia economico che culturale, è stata adottata celermente nei confronti della Russia e si è già storicamente dimostrata strumentale nel far cessare azioni contrarie ai diritti umani. Come per esempio accadde quando tra la fine degli Anni Ottanta e i primi Anni Novanta il Sud Africa dell’apartheid, dovette piegarsi alle istanze di uguaglianza e libertà portate avanti da Mandela e i suoi compagni anche grazie all’isolamento che la comunità internazionale aveva scelto di imporre al Sud Africa.
Alla luce di questi eventi, se l’European Broadcasting Union non si rende tuttora conto delle implicazioni relative alle votazioni, risulta evidente che l’apoliticità dell’evento Eurovision possa essere facilmente messa in discussione. Arrivati a questo punto, forse, si potrebbero rivedere le regole del gioco.

