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Politica

L’Europa senza diplomazia non sa più qual è il suo posto nel mondo

Snobbata dagli americani sull'Ucraina, incapace di mettersi in relazione con l'Iran, attenta ai valori solo quando si tratta della Russia.
Europa

Tre fotografie raccontano la crisi diplomatica dell’Europa odierna. Primo esempio: martedì 22 aprile Marco Rubio, segretario di Stato Usa, ha snobbato un incontro con David Lammy, collega britannico, col ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot e con la capa della diplomazia tedesca uscente Annalena Baerbock. Il tema doveva esser l’Ucraina, su cui Washington ha proposto un piano di pace non accettato dall’Europa perché ritenuto eccessivamente favorevole alla Russia di Vladimir Putin.

Seconda immagine: mentre la diplomazia mondiale ruota attorno all’Iran e anche un piccolo Paese come l’Oman si muove come ambizioso mediatore, l’Europa sembra al palo. Abbas Aragchi, ministro degli Esteri iraniano, dopo aver incontrato l’inviato speciale Usa Steve Witkoff e aver svolto consultazioni a Mosca e Pechino, ha detto che le relazioni con i tre mediatori europei degli accordi sul nucleare del 2015, Francia, Regno Unito e Germania (il cosiddetto E3) sono oggi assai fredde. “Lo scorso settembre a New York, ho offerto il dialogo incontrando i Ministri degli Esteri dell’E3 e qualsiasi altra controparte europea. Invece del confronto, ho proposto la cooperazione non solo sulla questione nucleare, ma in ogni altra area di interesse e preoccupazione reciproca”, ha scritto Aragchi su X.

“Propongo ancora una volta la diplomazia. Dopo le mie recenti consultazioni a Mosca e Pechino, sono pronto a compiere il primo passo con visite a Parigi, Berlino e Londra. Ero pronto a farlo prima che l’Iran avviasse il suo dialogo indiretto con gli Stati Uniti, ma l’E3 ha rinunciato”, ha aggiunto il capo della diplomazia iraniana, che invece a Roma il giorno del Sabato Santo ha avuto un confronto diplomatico con il ministro degli Esteri Antonio Tajani.

Kaja Kallas, ovvero: i valori intermittenti

Terzo fermo-immagine: oggi Kaja Kallas parte per l’Azerbaijan. La capa della diplomazia europea, sempre così solerte contro le politiche di aggressione e repressione quando a essere chiamata in causa è la Russia di Vladimir Putin, non ha problemi a visitare un Paese autoritario e repressivo, reduce nel 2023 da una guerra d’aggressione per fini di espansione territoriale come quella contro il Nagorno-Karabakh.

Per di più, un giorno dopo il 1110° anniversario dell’inizio del genocidio degli armeni, i cui eredi sono stati cacciati nella pulizia etnica del Nagorno-Karabakh dalle proprie terre, Kallas non ha minimamente pensato di inserire Erevan, che rispetto a Baku è meno rilevante sul piano dei rapporti economici, militari e energetici, come tappa per mostrare la buona volontà dell’Europa.

Poche istantanee per sottolineare un dato di fatto. L’Europa a livello diplomatico non ha iniziativa e capacità d’azione (Ucraina), quando è evocata spesso fa spallucce (Iran) e propugna valori a corrente alternata che rendono altalenante la credibilità della sua diplomazia (Azerbaijan). L’universalismo dei valori e la grandezza delle ambizioni contrapposta a una realtà desolante mostra l’ampiezza della crisi geopolitica e strategica dell’Europa, sempre meno centro e sempre più periferia negli scenari strategici globali. Pochi Paesi sembrano in controtendenza e, nel loro piccolo, l’Italia e la Spagna hanno prospettive d’ampliamento della loro capacità d’azione. Ma nel complesso l’Europa è un’appendice negli affari internazionali. Sui grandi tavoli, non conta. Chi la attende da tempo, come gli iraniani, si spazientisce. Restano gli affari di bottega. Sul cui altare, magari, sono sacrificabili anche valori altrimenti non negoziabili. Sic transit gloria Europae.

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