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Difesa

L’Europa riscopre la naja ma non è una cosa seria

Il ritorno del servizio militare obbligatorio è un tema sempre più discusso nel Vecchio Continente. Ha iniziato la Lettonia, nel 2023.
ucraina

Il ritorno del servizio militare obbligatorio in Europa è tema sempre più discusso nel Vecchio Continente. Ha iniziato la Lettonia, nel 2023, tornando indietro dal sentiero abolizionista percorso nel 2007. Riga si è aggiunta a Paesi come l’Austria, che mantiene la neutralità al pari della confinante Svizzera e dunque fa della leva obbligatoria una questione di preparazione della popolazione, e soprattutto agli Stati in prima linea sui fronti caldi dell’Alleanza Atlantica e dell’Unione Europea. Si va dalla Grecia a Svezia e Finlandia, ultime entrate nel blocco atlantico. Ma anche gli altri due baltici, Estonia e Lituania, hanno la leva in vigore. La maggior parte di questi Paesi ha un obiettivo per la leva militare: lo strutturale tentativo di rispondere all’annosa paura della Russia, nemico pubblico numero uno in molte capitali.

Stupisce, in quest’ottica, che dentro e fuori l’Ue ci sia nei principali Paesi un’analoga tendenza a pensare a varie forme di coscrizione più o meno obbligatoria o di surrettizia militarizzazione della società. Boris Pistorius, popolarissimo ministro della Difesa tedesco, ha di recente sponsorizzato in prima persona un disegno di legge volto a aprire alla Germania al ritorno di una forma di leva, per ora volontaria, tramite la valutazione dell’idoneità al combattimento dei neo-diciottenni. Il Regno Unito ha promosso il “National Service”, una forma di leva a ferma ridotta.

Nell’ultimo biennio lo spauracchio russo ha alimentato trend crescenti della spesa militare europeo e mostrato i vuoti d’organico di molte forze armate, dato che, come nota il Carnegie Endowement, dopo la fine della Guerra Fredda “il passaggio dalle forze di leva alle forze di soli volontari ha lasciato vulnerabili molti eserciti europei, che continuano a lottare per raggiungere gli obiettivi di reclutamento e non hanno una massa sufficiente per difendersi da una Russia aggressiva ed espansionistica”. Questi Paesi, nota il think tank americano, “stanno ora prendendo in considerazione diverse strade per aumentare le loro forze in diminuzione, inclusa la reintroduzione della coscrizione obbligatoria. Stanno guardando ai loro vicini del Nord e dell’Est, che hanno tutti mantenuto o recentemente reintrodotto sistemi di coscrizione, ciascuno con importanti sfumature”.

Può funzionare? Difficile dirlo. Per un’ampia serie di motivi. In primo luogo, oggi la vera priorità delle forze armate è la professionalizzazione dei quadri e delle truppe, più che arrivare a grandi numeri. Armamenti sempre più sofisticati e capacità multifunzionali rendono addestramenti e sostegno alle truppe sempre più costosi. E questo riduce il costo-opportunità di dare armi assai delicate in mano a reclute temporanee.

In secondo luogo, esiste un dato sociale chiaro: l’Europa non è più attratta dal mondo militare come lo era ieri perché della guerra ha orrore e, soprattutto, decenni di pace hanno comprensibilmente creato altre priorità per le popolazioni del Vecchio Continente. L’Europa era il centro del mondo prima del suicidio delle due guerre mondiali, riprendendosi dalle quali ha conseguito il moderno livello di prosperità e sviluppo a cui non intende rinunciare.

Il terzo dato è che questi presupposti non sono in alcun modo modificabili per via eminentemente politica. Nessuna minaccia alle porte appare così grave da giustificare una militarizzazione massiccia delle nostre società. Usare il grimaldello della paura per portare precise politiche, come quella del riarmo, all’attenzione pubblica non ci sembra una manovra vincente. Non funziona con lo stimolo alla corsa alle armi, difficilmente lo farà con quella alle divise. Tra una Svezia che distribuisce volantini per la preparazione alla guerra, un Regno Unito che si dice pronto a combattere una guerra convenzionale con la Russia, una presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen che visitando la Finlandia si complimenta per il suo sistema complesso di bunker e tanti discorsi che lasciano pensare che un’epoca di conflittualità generale sia ormai iniziata, militarizzare le società europee in nome dell’ennesima emergenza di questi ultimi anni corre il rischio di creare l’effetto opposto a quello desiderato. E cioè svilire il nobile tema della difesa collettiva, riducendolo a mero esercizio di antiputinismo odierno. Senza un discorso complessivo sulle nostre società che forse sarebbe ben più pertinente fare.

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