Sull’Iran e il programma nucleare l’Europa rischia di andare nuovamente in fuorigioco, negando a monte un ruolo alla sua diplomazia per risolvere un situazione critica. Dopo un incontro a Ginevra, tra funzionari iraniani e dei Paesi dell’E3 (Germania, Francia, Regno Unito) co-firmatari del patto sul nucleare del 2015, le tre potenze hanno annunciato che inizieranno a applicare le sanzioni economiche e commerciali contro Teheran applicando il meccanismo dello “snapback”, che ai sensi del Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) del 2015 consentirebbe di tornare a porle in essere by-passando un eventuale voto al Consiglio di Sicurezza Onu.
Il 18 ottobre il Jcpoa, firmato da Iran, Usa, Russia, Cina, Ue e dai Paesi E3 dieci anni fa, scadrà e formalmente potranno essere ripristinate le sanzioni. La Russia sta provando a creare un ponte negoziale per sospendere di sei mesi l’applicazione di queste sanzioni, ma l’Europa sembra tirare dritto. Il motivo? La sospensione delle visite dei funzionari dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) da parte dell’Iran dopo la guerra dei dodici giorni combattuta a giugno con Israele.
Tutto questo mentre dall’Australia le notizie di presunti attacchi dei Pasdaran contro obiettivi ebraici nel Paese hanno perturbato le acque della diplomazia e sullo sfondo si staglia la prospettiva di una ripresa dello scontro con Tel Aviv, dopo un’estate fatta di conflittualità-ombra, di sospetti sabotaggi e di una dura crisi energetica che attanaglia la Repubblica Islamica.
“La decisione, in fase di valutazione da mesi, rischia di provocare la peggiore crisi nelle relazioni dell’Iran con l’Occidente dai tempi degli attacchi israeliani ai siti nucleari del Paese a giugno”, nota il Guardian, aggiungendo che “il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, ha affermato che l’Iran ha consentito agli ispettori di rientrare questa settimana, ma non è stato loro consentito di visitare i principali siti nucleari bombardati di Fordow, Natanz e Isfahan”. Questi ultimi sono stati attaccati da Israele e colpiti anche dall’operazione Midnight Hammer degli Stati Uniti nella notte del 22 giugno scorso.
La diplomazia iraniana, guidata dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi e in cui sta tornando a giocare un ruolo anche il “Richelieu di Teheran” Ali Shamkhani, deve mediare tra la volontà del governo di trovare un modus vivendi e un accordo duraturo e la pressione dell’ala radicale del potere iraniano che non intende scendere a compromessi dopo esser sopravvissuta alla minaccia esistenziale della guerra con Israele, pur al prezzo di gravi perdite nella catena di comando.
Quello a cui stiamo assistendo è un negoziato complesso in cui gli iraniani si sentono in una posizione critica: non dimentichiamo che nella guerra Israele-Iran Teheran si trovò di fronte al sostanziale via libera dei Paesi E3 alla mossa preventiva di Tel Aviv e alla giustificazione di fatto della liceità dell’attacco ordinato da Benjamin Netanyahu contro l’apparato nucleare della Repubblica Islamica, accusata di insistere pericolosamente sulla proliferazione nucleare.
La diplomazia che si fonda sulla necessità di comprendere l’altro da sé dovrebbe prendere in considerazione la prospettiva che nel potere iraniano molti ritengano che il dialogo con l’Occidente debba riprendere con gradualità, e che in una fase critica per il Medio Oriente e gli scenari globali l’assertività del ritorno alle sanzioni rischia di lasciare afona, una volta di più, l’Europa laddove si potrebbero costruire scenari di mediazione. Assente su teatri come quello di Gaza per autoesclusione, marginale sull’Ucraina dove va a traino dell’alleato americano, l’Europa potrebbe con l’Iran trovare una via come mediatrice. Ma ad oggi sta scegliendo, una volta di più, la via dell’esclusione dal campo di gioco e della giustificazione dell’assertività israeliana. Per ritiro unilaterale e incomprensione della controparte, l’Ue può porre le basi per un vuoto diplomatico che rischia di spianare la strada a una nuova guerra regionale.