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Negli ultimi anni l’Europa ha visto crescere e aumentare le tensioni al suo interno. Tensioni che poi si sono ridefinite con l’avvento della pandemia di coronavirus. Le ondate del virus che hanno attraversato l’Europa hanno ridisegnato i movimenti sociali e mostrato un continente che ribolle. Non ovunque allo stesso modo, non ovunque per gli stessi motivi, ma i dati hanno mostrato un 2020 molto dinamico nonostante tutto.

A gennaio l’organizzazione non governativa Acled, Armed Conflict Location and Event Data Project, famosa per raccogliere enormi database su conflitti e scenari di crisi, ha diffuso un nuovo dataset specifico per l’Europa. E dai dati sono emersi scenari interessanti che vale la pena esplorare. Il Vecchio continente, si legge nel dossier, ha un diffuso disordine sociale e politico determinato dall’attività dei momenti sociali.

La maggior parte dei governi democratici europei ha creato le condizioni per la nascita di una solida cultura della protesta, scrive ancora Acled, consentendo quindi la nascita di movimenti anche molto diversi tra loro, come quello dei Gillet Gialli in Francia e le proteste del clima in Svezia. Ma non solo. Ogni singolo stato dell’Unione europea si trova a fare i conti con fenomeni specifici, che vedremo più avanti, ai quali si sono poi aggiunte le proteste esplose in quasi tutti i Paesi contro la pandemia.

L’arrivo del coronavirus in Europa ha infatti rimodellato le tendenze di protesta che si muovevano nel continente. In linea generale l’andamento delle manifestazioni ha avuto un andamento ciclico. Dopo una primissima fiammata in gennaio, sono andate via via diminuendo nei tre mesi della prima ondata, tra marzo e maggio. A queste ha fatto seguito un primo picco di proteste indirizzate soprattutto a criticare le misure di contenimento.

Nella seconda parte dell’anno è arrivata nuova benzina sul fuoco con l’onda lunga dei movimenti di Black Lives Matter negli Stati Uniti. Per tutto il periodo il numero di manifestazioni è stato considerevole, fino ad arrivare al picco di ottobre, quando la Polonia si è infiammata per la decisione della Corte Costituzionale in materia di aborto, una decisione che per settimane ha portato in piazza migliaia di donne e oppositori del governo.

I numeri delle manifestazioni

Acled ha classificato gli episodi in modo diverso, anche in base alla gravità. Una prima distinzione è tra le manifestazioni in quanto tali (il database non le qualifica in base al numero di partecipanti ma alla natura dell’evento stesso) e gli eventi legati alla violenza politica. Esaminiamo il primo caso. Nel corso dello scorso anno in Europa, intesa come continente e non come Ue, ci sono stati almeno 36 mila eventi classificati. Di questi, la grande maggioranza, circa il 97% è stata pacifica.

All’interno di questo gruppo l’Italia dimostra di essere uno dei primi paesi con circa 5.500 eventi piccoli o grandi, seguita da Francia, circa 5.200, Germania (4.300), Spagna (3.300) e Regno Unito (2.200). All’interno di questo insieme è stato individuato anche un gruppo di manifestazioni terminate con l’intervento delle forze di sicurezza o con l’uso eccessivo di forza su manifestanti pacifici. Secondo i dati almeno 1.200 manifestazioni sono terminate in modo repressivo.

È il caso ad esempio della Bielorussia dove le tensioni sono esplose in estate dopo le elezioni di agosto. Da allora almeno 270 manifestazioni e proteste sono state fermate dall’intervento delle forze di sicurezza. Numeri simili anche per la Russia, dove sono scoppiate diverse manifestazioni inseguito al ritorno in patria dell’oppositore Aleksej Navalnyj. Molte delle quali, circa 200, finte per mano della polizia.

Proteste chiuse con l’intervento degli agenti sono avvenute anche più a Sud. In autunno, in Francia, i cittadini sono scesi in pizza contro l’introduzione del disegno di legge sulla sicurezza, e 130 manifestazioni sono finte con scontri e violenze. In Germania, colpita da proteste di movimenti anti lockdown, quelle finte per mano della polizia sono state almeno 110, mentre in nel Regno Unito sono state un centinaio.

L’onda lunga della violenza politica

Il 2020 gli atti violenti registrati sono stati oltre 9.300. A questo proposito la classificazione di Acled definisce questo tipo di eventi come l’imposizione della propria visione politica tramite la violenza. All’interno di questo calderone ci sono poi dei sottoinsiemi, usati tipicamente in contesti di guerra, ma non solo. In Europa quelli più rappresentati sono sostanzialmente due, gli “scontri” e le “esplosioni” che ricadono nell’89% dei casi totali.

La maggior parte di questi eventi è stata registrata in Ucraina, in particolare nei settori orientali dove è ancora in corso una guerra a bassissima intensità nella regione del Donbass. Altri episodi hanno invece riguardato Francia, Germania, Italia, Grecia e Regno Unito.

Estremismo e polarizzazione tra Germania e Olanda

Tutta la tensione che attraversa l’Europa racchiude forze diverse come abbiamo visto. Possiamo però provare a identificare alcune tipologie e ambiti di tensione. Il primo è quello puramente politico, come nel caso di Germania e Olanda.

In terra teutonica per tutto il 2020 si è registrato un aumento delle attività dell’estrema destra, spesso collegata alle manifestazioni contro le misure prese dal governo per frenare la pandemia. Nel corso dell’anno sono stati scoperti numerosi gruppi della galassia estremista, anche se tutti di dimensioni ridotte. Per loro la pandemia ha rappresentato un’occasione per veicolare e fare networking anche con forze di altri Paesi.

Secondo i dati, lo scorso anno in Germania ci sono state almeno 1.100 manifestazioni contro i lockdown. All’interno di questo magma è nata anche una nuova formazione, denominata Querdenken (pensiero laterale) che ha raccolto intorno esponenti di vari gruppi, dai no-vax ai teorici della cospirazione come Qanon fino ad alcune frange neonaziste. Le autorità tedesche hanno detto di averla inserita tra i gruppi da tenere sotto controllo perché considerato a rischio infiltrazioni da parte di soggetti eversivi.

Un clima molto teso si respira anche in Olanda, dove emerge una società sempre più polarizzata. In questo caso il detonatore è stato il cambiamento climatico, o meglio la lotta e le misure che il governo ha introdotto per ridurre le emissioni di carbonio. Questo da un lato ha scatenato i gruppi ambientalisti (come Extinction Rebellion e Fridays for Future) che chiedono posizioni più radicali; dall’altro ha scatenato le ire del mondo agricolo duramente colpito dalle nuove norme.

Non a caso a intervalli per tutto il 2020 si sono moltiplicate manifestazioni e proteste degli agrari con oltre 120 eventi a intervalli regolari tra febbraio, luglio e dicembre. Manifestazioni che in alcuni casi sono anche sfociate con l’intervento dell’esercito (ad Den Haag a febbraio) e con una legge che vieta l’uso dei trattori durante le proteste.

Il laboratorio del radicalismo climatico in Svezia

Alle prese con manifestazioni e proteste anche la Svezia, ormai ufficialmente il laboratorio del movimento ambientalista. Oltre agli scioperi per il clima iniziati da Greta Thunberg, nel Paese ha trovato terreno fertile anche il più radicale Extinction Rebellion, movimento nato nel Regno Unito nel 2018.

Gran parte delle manifestazioni di Extinction Rebellion sono finite con blocchi stradali e disagi e conseguenti arresti, detenzioni e accuse penali. Nel corso dell’anno almeno 90 manifestazioni ed eventi hanno avuto il gruppo come protagonista e in nove casi gli scontri si sono risolti con l’intervento della polizia.

Le tensioni di confine e il separatismo

L’anno pandemico ha frenato solo in parte le spinte separatiste nel Continente. a questo proposito sono interessanti almeno due scenari, quello relativo all’Irlanda del Nord e quello spagnolo. Partiamo col primo. Nel corso del 2020 gli eventi che hanno riguardato atti dimostrativi in Irlanda del Nord sono stati 135. Un numero non altissimo, anche per i forti lockdown imposti per frenare il contagio, ma che confermano tensioni latenti. Non a caso, ha scritto il Belfast Telegraph, sono aumentate le minacce delle milizie a politici e giornalisti.

Interessante notare che una prima fiammata nelle manifestazioni è arrivata in estate dopo l’uccisione di Floyd a Minneapolis e le proteste di Blm. Da Belfast a Derry diversi manifestanti sono scesi in piazza, con una risposta della polizia insolitamente dura e pesante.

In Spagna la pandemia non ha fermato le manifestazioni e il sostegno pubblico all’indipendentismo catalano. Secondo i dati nel 2020 le manifestazioni a sostegno della Catalognia indipendente sono state 96, quasi tutte condotte in modo pacifico. Attiva anche la controparte basca, anche se con una frequenza più bassa.

La decisione dell’Eta di dire addio alla lotta armata ha rasserenato gli animi ma non del tutto. La società civile basca chiede al governo di Madrid una politica penitenziaria nei confronti del membri dell’Eta più elastica, ma per il momento non ci sono stati risultati concreti. Nel 2020 la regione ha contato circa 47 manifestazioni per chiedere l’indipendenza, ma soprattutto la fine della politica della dispersione con i detenuti baschi inviati in altre regioni della Spagna.