Un discorso solenne, denso di retorica e di ammonimenti, da “Re-filosofo” nel perfetto stile francese: nella platea della Sorbona, nella giornata del 25 aprile, Emmanuel Macron ha lanciato il suo manifesto politico per l’Europa, avvertendo che tempi duri minacciano l’Unione Europea.
“L’Europa è mortale, può morire. Dipende solo dalle nostre scelte”, dice Macron. Il quale passa in rassegna le sfide della Francia e dell’Europa, quelle di ieri, di oggi e di domani. L’Europa ha affrontato la pandemia, la guerra in Ucraina, la crisi energetica negli anni scorsi. Ha posto in essere reazioni comuni: il rafforzamento degli strumenti di debito comune, il taglio alle forniture russe di gas, le armi a Kiev, la difesa collettiva. Ora, dice Macron, deve far basare la sua ripartenza per diventare, entro fine decennio, un “leader mondiale” su nuove prospettive. “L’era in cui sceglievamo di basare la nostra produzione in Cina, di delegare la nostra difesa agli Stati Uniti e di ottenere la nostra energia dalla Russia è finita. Le regole del gioco sono cambiate”, dice il capo di Stato francese.
Per Macron è ora di rifiutare l’idea di un’Europa “vassalla”. Non solo degli avversari, anche degli alleati: “Per quanto forte sia la nostra alleanza con l’America, non siamo una priorità per loro”, dice a chiare lettere. Macron evoca Charles de Gaulle e la grandeur europea in quanto francese. Fa sfoggio di retorica suadente mentre incensa il lavoro di Enrico Letta, estensore del rapporto sulla concorrenza europea, e Mario Draghi, al lavoro sulla competitività. Cita loro, e non direttamente Ursula von der Leyen, per ricordare come la sua campagna elettorale per le Europee sia già aperta ed abbia un fine: un cambio della guardia alla Commissione Europea.
Difficile non approvare quanto dice Macron sulla necessità di un’Europa forte, competitiva e ambiziosa su molti temi, dall’energia alla difesa, dalle telecomunicazioni all’innovazione. Sul sostegno alla nascita di campioni europei. Sulla difesa del sistema industriale europeo dalla concorrenza di chi fa dumping. Difficile al contempo non notare una torsione lirica, che si stende oltre le piccole questioni politiche di oggi, quando Macron presenta la sua idea filosofica d’Europa: “Se vogliamo proteggere i nostri confini, se vogliamo restare un continente forte che produce e crea, è perché non siamo come gli altri”, ricorda. Aggiungendo: ” essere europei non significa semplicemente abitare una terra, dal Baltico al Mediterraneo, o dall’Atlantico al Mar Nero. Significa difendere una certa idea dell’uomo che pone al di sopra di tutto l’individuo libero, razionale e illuminato. E significa rendersi conto che da Parigi a Varsavia, da Lisbona a Odessa, abbiamo un rapporto unico con la libertà e la giustizia. Da sempre abbiamo scelto di mettere l’Uomo, in senso generico, al di sopra di tutto. E dal Rinascimento all’Illuminismo fino alla caduta del totalitarismo, questo è l’Europa”. L’allievo di Jacques Attali non fa rimpiangere il maestro in termini di profondità e retorica.
Ma in tutto questo fiume di parole l’uditore o il lettore del discorso torrenziale di Macron rischia di perdersi di fronte a un punto di caduta: ovvero la ricerca di una risposta alla domanda che sorge spontanea. “E quindi che si fa?”. Qua Macron nei fatti più volte ha dimostrato che le risposte che presenta come europee sono in realtà francesi. Vale per la Difesa, ove Marianna vuole far pesare il ruolo di unica potenza nucleare dell’Ue. Vale per i campioni europei, che sono graditi quando transalpini e meno (Fincantieri-Stx insegna, per l’Italia) quando nascono da acquisizioni di aziende transalpine. Sul fronte di tecnologie e transizione green, manca invece una visione organica di come finanziarle e trasformarle.
Nell’ottica di Macron questo discorso dovrebbe essere la ripresa del filo tracciato nel 2017, quando da neo-presidente proprio alla Sorbona pronunciò un’accorata difesa dell’ambizione europea al protagonismo internazionale. Ma più dei fini bisogna parlare dei mezzi, ricorda Politico.eu: “il Macron del 2024 è una figura molto diversa rispetto a quella che parlò nel 2017. Da allora il presidente francese ha perso la maggioranza assoluta in parlamento e ha faticato ad approvare la legislazione in patria. La reputazione del Paese all’estero è stata danneggiata dalle proteste che hanno fatto notizia contro la sua riforma pensionistica di punta e dai recenti problemi fiscali, tra cui livelli di deficit superiori alle attese”. E c’è un dato di rapporti di forza europei ineludibili: Renew Europe, il gruppo centrista e europeista di Macron al Parlamento di Strasburgo, con 102 seggi è oggi terzo saldamente dietro Popolari e Socialisti, perno della maggioranza unitaria dell’attuale Commissione. Ma alle Europee di giugno Ensemble, la coalizione formata attorno a Renaissance, il partito di Macron, rischia una scoppola: è data tra il 17 e il 19% dei voti, oltre 10 punti sotto il Rassemblement National di Marine Le Pen, che veleggia verso il primo posto. Un boom del partito potrebbe portare Identità e Democrazia, gruppo di cui fa parte anche la Lega, al sorpasso su Renew, data oggi tra gli 85 e i 90 seggi. Alla prova dei fatti, per Macron tradurre le ambizioni in realtà rischia di essere difficoltoso. E anche per questo il presidente alza il livello della tensione: l’Europa può morire, è il messaggio. Per difenderla serve spostare il confronto dalla politica alla dialettica di potenza, è il sottotesto. E la Francia può. legittimamente, giocare giusto questa carta oggigiorno. Non sarà facile, per un presidente nella cui visione dividere retorica e azione, strategia e velleitarismo è sempre difficile.

