Emmanuel Macron e Olaf Scholz rilanciano l’idea della sovranità europea. Lo fanno a partire da un editoriale congiunto sul Financial Times in cui, alla vigilia delle Europee che si terranno a inizio giugno, mostrano un loro manifesto per l’Unione di domani.
Proliferano, nelle parole del presidente francese e del cancelliere tedesco, le prese di posizione di indirizzo: l’Europa “deve prosperare come un forte leader industriale e tecnologico di livello mondiale, realizzando al contempo la nostra ambizione di rendere l’UE il primo continente climaticamente neutro. Possiamo sfruttare il potenziale delle transizioni verde e digitale per sviluppare i mercati, le industrie e i buoni posti di lavoro del futuro. Per essere all’altezza di queste ambizioni comuni, Germania e Francia sono convinte che l’Ue abbia bisogno di più innovazione, più mercato unico, più investimenti, più parità di condizioni e meno burocrazia“. C’è ambizione nello sviluppo del mercato dei capitali, della rete tlc unica, di un sistema di investimenti strategici all’altezza delle sfide di domani, di una politica industriale comune.
“Non possiamo dare per scontate le basi su cui abbiamo costruito il nostro modo di vivere europeo e il nostro ruolo nel mondo”, scrivono Scholz e Macron, certi che “la nostra Europa è mortale e dobbiamo essere all’altezza della sfida”. Tutto vero, anzi verissimo. Come quanto dichiarato ad aprile da Mario Draghi nel suo discorso di candidatura alla futura guida delle istituzioni europee, il Consiglio prima che la Commissione, in un discorso in cui le fragilità dell’Europa sul fronte industriale, della Difesa e della postura geopolitica sono state pienamente evidenziate. Macron, Scholz e Draghi prospettano un’Europa-potenza, un’Europa ambiziosa. Sicuramente una catena di idee più estesa e prospettica di quella cui pensano i conservatori e i sovranisti, tesi a scendere in campo in nome dei genitori uomo e donna, contro il gender, le “follie green” (qualunque esse siano), il politicamente corretto. Ma su cui pesa il grande tema della concretezza.
Non serve più essere a favore di un’Europa-potenza, ciò di cui avremmo bisogno per competere in un mondo di colossi. Bisogna indicare una roadmap precisa per costruirla. Parlare dei limiti dell’Europa ha, negli anni, impedito di vedere ciò che esisteva ed è la premessa per ripartire: il Vecchio Continente è tuttora l’area economica a maggior valore aggiunto al mondo; il motore di export industriale e manifatturiero in cui prosperano due delle cinque potenze commerciali globali (Germania e Italia); un’avanguardia globale in termini di welfare e Stato sociale; il più avanzato sistema al mondo in campo di efficienza energetica e transizione ecologica.
Spesso si parla di un’Europa che non ha voce. Ma quando vuole, il Vecchio Continente ha frecce al suo arco. Riqualifichiamo il discorso: se l’Europa non ha voce è perché sceglie di non averla. Opera consapevolmente in tal senso. E dopo le Europee c’è il rischio che sia di nuovo così. Tutto va nella direzione di una perpetrazione dei vincoli che impediscono di pensare a un’Europa diversa da quella attuale nei decisivi campi della proiezione geopolitica e strategica. Alla prova dei fatti, c’è un’Europa che nelle grandi questioni globali preferisce l’appiattimento a grandi narrative piuttosto che l’ampliamento delle ambizioni. Per Draghi, ad esempio, da presidente del Consiglio italiano tale momento si manifestò nel palese inseguimento a Stati Uniti e Regno Unito in una posizione di puro, netto e irriducibile confronto con la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina; per Scholz è la “sindrome di Stoccolma” su Gaza; Macron, invece, è perso nel solipsismo francese.
Chi vuole un’Europa-potenza in un campo la rifiuta in un altro. Draghi ha fatto riflessioni condivisibili su Difesa comune e autonomia strategica? Macron le intende come proiezione della guida francese sul Vecchio Continente, propiziato dal riarmo atomico. Lo stesso Macron spinge su debito comune, eurobond e risposte condivise a sfide collettive? Scholz frena in nome del rigore germanico. E non parliamo delle diverse ambizioni sulla transizione green e digitale. Dove la Germania ha visto l’invasione delle auto elettriche cinesi, l’Italia la planata di fondi Usa (Kkr) sulle decisive telco che devono abilitare investimenti tecnologici e la Francia, nel dubbio, gioca per sé. Inondando di sussidi ArcelorMittal, Stellantis e StMicroelectronics per produrre, in patria, acciaio verde, batterie elettriche e microchip. Con buona pace di ogni strategia comune europea.
Volere è potere. Al di là delle dichiarazioni ambiziose, si vorrà giungere a un punto di caduta per un’Europa all’altezza del mondo di domani? Questo è lo spazio della politica. Spetterà alle elezioni europee definire il nuovo Parlamento di Strasburgo. Ma spetterà a governi nazionali e partiti europei capire che Unione Europea si vorrà costruire negli anni a venire. Il discorso finora si è concentrato sui nomi dei prossimi leader dell’Europa. Dovrebbe, invece, concentrarsi sulla volontà europea di dare risposte comuni ai problemi del domani. Perse nella crociata anti-woke le destre conservatrici e sovraniste, questo compito spetta soprattutto a Partito Popolare Europeo e Partito Socialista Europeo, in predicato di restare le prime due formazioni comunitarie dopo il 9 giugno.
A che cosa dare priorità? Come risolvere, ad esempio, la minorità europea in campi come l’intelligenza artificiale, le nuove tecnologie, l’innovazione di frontiera? Come convogliare verso la crescita capitali e risparmi del Vecchio Continente? Come gestire la competizione commerciale e la sfida del dumping ambientale di altre potenze industriali? In che modo stabilire le basi della Difesa comune europea e finanziarne un ordinato sviluppo? Che voce avere in capitolo sui grandi temi dell’esplorazione spaziale, della competizione nei domini ibridi, della corsa alla sovranità tecnologica? Bisognerà declinare molte di queste domande in realtà. Ma la logica di veti incrociati dominante in Europa e i solipsismi nazionali lasciano pensare che neanche con il nuovo parlamento Ue sarà ora di un’Europa-potenza. E che si resterà vaso di coccio tra i vasi di ferro del pianeta. Per ignavia, più che per meriti altrui.

