La battaglia sugli aiuti economici post Covid, combattuta nell’ultimo Consiglio europeo straordinario, ha ospitato al suo interno altri terreni di scontri. A Bruxelles, in un vertice durato 108 ore, i 27 capi di Stato dei Paesi membri si sono scontrati senza esclusioni di colpi su più tematiche: dalla quantità di denari contenuta nel Recovery Fund alla loro modalità di utilizzo, dalla suddivisione tra sovvenzioni e prestiti al diritto di veto sui piani di riforme presentate dai vari governi per richiedere i fondi.

Eppure, dietro al mero aspetto economico, cuore centrale dei negoziati, si possono intravedere altre due controversie passate sotto traccia. La prima, molto silenziosa, riguarda il braccio di ferro giocato dall’Olanda contro l’asse franco-tedesco per ritagliarsi un ruolo più importante all’interno dell’Ue. La seconda sfida, cioè quella che intendiamo analizzare, chiama in causa Ungheria e Polonia e si riferisce al rispetto dello stato di diritto collegato all’erogazione dei fondi europei.

Lo scontro sullo stato di diritto

A notte fonda la bozza presentata dal presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, sembrava aver messo d’accordo tutti. La fumata bianca, si pensava, sarebbe arrivata presto. Invece le trattative sono andate avanti tutta la notte, fino alle prime luci dell’alba. A complicare la situazione, che già si reggeva su un fragilissimo equilibrio, è stato l’ennesimo testa a testa tra Vicktor Orban e Mark Rutte.

Il leader ungherese si è scontrato con il premier olandese, appoggiato in questa sfida anche da Emmanuel Macron, sullo spinoso tema dello stato di diritto. Molti Stati, infatti, non avevano alcuna intenzione di concedere il sostegno economico senza ricevere dai governi garanzie sul rispetto delle libertà fondamentali. Oltre all’Ungheria, nel mirino della strana coppia Rutte-Macron era finita anche la Polonia di Mateusz Morawiecki.

Fonti di Bruxelles hanno riferito che Finlandia, Austria e Paesi Bassi, ovvero tre dei cinque Paesi frugali, avrebbero cercato di deviare il negoziato sulle condizionalità legate al rispetto dello stato di diritto per evitare di far avanzare la trattativa sul Recovery Fund. E così Orban e Morawiecki si sono improvvisamente ritrovati sul tavolo degli imputati.

Tutti contro Orban

Orban non è un tipo che si lascia impressionare tanto facilmente, e anche questa volta ha reagito a modo suo. Il leader magiaro, ha sottolineato il quotidiano La Repubblica, ha trovato e ottenuto la sponda della Polonia per innalzare una Grande muraglia contro ogni tentativo di inserire nel documento finale allusioni sul rispetto dello stato di diritto. Orban, accusato da alcuni di essersi assegnato i pieni poteri durante la crisi del Covid, ha quindi strizzato l’occhio all’Italia (“L’Ungheria sta con l’Italia”) per chiudere in un angolo il riottoso Rutte.

A un certo punto Macron, irritato dalla mossa di Budapest, ha perso le staffe: “Niente stato di diritto, zero euro”. Al termine del summit Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha provato a chiarire la situazione: “Nel documento c’è un impegno molto forte per lo stato di diritto e sulla protezione degli interessi finanziari dell’Unione. Miglioreremo il controllo dei fondi europei. Siamo pienamente determinati ed è la prima volta nella storia Ue che c’è questo collegamento tra stato di diritto e erogazione di fondi”.

Dal canto suo Orban ha fatto notare come al momento non ci sia alcuna decisione “su quale sia la situazione dello stato di diritto in Ungheria”. Eppure Bruxelles avrebbe voluto mettere un cappio attorno al collo dell’Ungheria. Il leader magiaro, al termine del Consiglio europeo, secondo quanto riferito su Twitter dal portavoce del governo ungherese, Zoltan Kovacs, ha rivendicato l’alleanza con la Polonia. “Ungheria e Polonia non si sono semplicemente assicurate notevoli fondi, abbiamo anche protetto il nostro orgoglio nazionale. Abbiamo rifiutato con successo tutti i tentativi che avrebbero legato l’accesso ai fondi dell’Ue ai criteri dello stato di diritto”, ha detto con orgoglio Orban.