Un voto che può decidere molto, forse moltissimo. E che sicuramente avrà un impatto estremamente rilevante non solo per il Regno Unito ma anche per l’intera Unione europea. Il voto di oggi non è solo un’elezione che può cambiare le sorti del parlamento britannico, ma anche di uno stallo che va avanti da molti (troppi anni). E la scelta tra Boris Johnson e Jeremy Corbyn non rappresenta più solo la scelta tra due modelli di Regno: ma anche tra due possibili futuri per l’intero continente.
Gli elettori di Boris Johnson sono abbastanza sicuri della vittoria del loro candidato. Il Partito conservatore, nonostante le divisioni interne e non pochi dubbi riguardo la linea della Brexit a ogni costo prescelta dall’ex sindaco di Londra, sa di dove marciare compatto verso la meta della fine dei negoziati con l’Unione europea. E il partito parte da una base importante nonostante il fallimento della precedente amministrazione a guida Theresa May. BoJo non piace a tutti: ma piace a molti elettori e soprattutto è riuscito a compattare un partito che appariva a dir poco lacerato da una Brexit che ha diviso tutto, dall’Europa alla Gran Bretagna fino ai singoli partiti.
Dall’altra parte, Corbyn prova l’impossibile: scalfire la maggioranza dei consensi che tutti i sondaggi assegnano al suo rivale Tory e confida nel fatto che il suo programma di possibile ritorno alle urne per un nuovo referendum e una sorta di “libretto rosso” che chiede nazionalizzazione e tasse sui più ricchi possa concedergli il favore della maggioranza dell’elettorato britannico, soprattutto delle minoranze nei ceti più deboli. Ipotesi che non è affatto scontata, visto che le accuse sul Partito laburista, che molti, non solo fra i media rivali, considerano velatamente antisemita, hanno provocato non pochi turbamenti in un elettorato di sinistra estremamente suscettibile sul fronte del rispetto delle minoranze.
Di fronte a questo duello, con il Brexit Party che si lascia evaporare per far vincere i conservatori e i Libdem che tornano a essere meno rilevanti, il Regno Unito aspetta lo scoccare delle 22 ora locale (le 23 italiane) con la certezza dell’incertezza. E l’Europa non può che aspettare con ansia quello che di fatto è il voto-chiave per comprendere dove andranno le trattative in vista del divorzio di Londra.
Se vince Johnson, la certezza della conclusione dei negoziati sulla Brexit appare più probabile. Ed è su questo che il premier britannico sta calcando la mano. La sua chiamata alle urne è totalmente rivolta verso un unico obiettivo: far capire che con la vittoria dei conservatori, la Gran Bretagna potrà finalmente superare un’impasse che dura ormai da tre anni e che ha portato un Paese nel pantano di un dibattito politico che verte sul rispetto del mandato del referendum o sulla possibilità di un ritorno alle urne per decidere (una seconda volta) se uscire dall’Unione europea. Corbyn è tentennante. Ha approvato l’idea di un referendum bis ma sa anche che non è troppo piccola la minoranza laburista che conta di uscire dall’Ue. La classe operaia e medio-.bassa dell’Inghilterra profonda votò a favore della Brexit e potrebbe scegliere di nuovo di farlo, abbandonando i dettami del partito che (in teoria) dovrebbe rappresentare gli interessi della classe operaia britannica. Proprio quell’Inghilterra profonda che, sconfitta dalla globalizzazione, ha provato a uscire dalla crisi con l’uscita dall’Europa.
Un’Europa, che, al pari del Regno, guarda con molto interesse e con una certa ansia a quanto accade in questi momenti,. La Brexit e la Gran Bretagna sono due dossier bollenti. C’è la questione irlandese che ribolle sotto le ceneri del backstop, c’è un negoziato che non appare in grado di dare frutti, c’è un Paese fermo, una Germania terrorizzata da un’uscita senza accordo del mercato britannico e c’è un Donald Trump che attende con impazienza che la special relationship con il Rwegno possa essere blindata dalla definitiva uscita di Londra dall’orbita di Bruxelles per lanciarsi a capofitto nell’anglosfera e nell’asse atlantico. Urusla von der Leyen ha parlato di “scelte sagge” in riferimento al suo augurio per il voto britannico, ma la saggezza, ancora una volta, non sarà quella prediletta dai vettrici europei, ma dalla pancia e dalla testa del popolo britannico.