Nel suo discorso del 10 settembre 2025 a Strasburgo sullo “Stato dell’Unione” la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen ha affrontato un’ampia gamma di temi che dovrebbero presentare la sua visione per un’ambiziosa strategia politica e una prospettiva di lungo termine per il blocco. Un discorso che delinea molte idee ma presenta pochi fatti, spesso contraddicendosi. E che conferma quanto l’Europa sia oggigiorno chiamata a una vera svolta, a un vero cambio di passo.
Von der Leyen dice che l’Europa è “in lotta”. “Una lotta per la nostra libertà e per la nostra capacità di determinare da soli il nostro destino“, aggiunge la politica tedesca, che però nel primo dossier critico da lei affrontato nel discorso, la guerra in Ucraina, ha detto che “26 paesi della Coalizione dei volenterosi hanno dichiarato di essere pronti a far parte di una forza di rassicurazione in Ucraina o a partecipare finanziariamente, nel contesto di un cessate il fuoco”, dimenticando che servirà la copertura americana per poter far funzionare il tutto nel migliore dei modi. Stessa dicotomia quando Von der Leyen dice tutto e il contrario di tutto: “L’Europa deve essere pronta ad assumersi la responsabilità della propria sicurezza. Naturalmente la NATO sarà sempre essenziale. Ma solo una difesa europea forte e credibile potrà garantire la nostra sicurezza”. Un ampio giro di parole cerchiobottista per non arrivare al punto: Frau Ursula vuole una difesa europea incardinata come pilastro del campo atlantico o perora l’autonomia strategica? Non c’è dettaglio neanche di come funzioneranno i prestiti Safe per appalti congiunti e come intendono governarli a Bruxelles. Ma non di sola difesa vivrà l’Europa.
Per Von der Leyen è importante anche l’innovazione, e di conseguenza “la Commissione collaborerà con investitori privati per creare un fondo Scaleup Europe da diversi miliardi di euro. Contribuirà a realizzare importanti investimenti in aziende giovani e in rapida crescita in settori tecnologici critici. Perché vogliamo che il meglio dell’Europa scelga l’Europa”. Meritorio proposito, su cui ci permettiamo di porre qualche dubbio pensando che è iconico vedere un tal cambio di rotta da parte della Commissione della “dittatura della regolamentazione”, l’ente del Digital Services Act, la fautrice di strategie, come il cloud sovrano europeo, che non amplificano il distacco dalla dipendenza statunitense.
Ursula von der Leyen, insomma, presenta l’ennesima lista di proclami e un’ampia serie di priorità politiche che servono a giustificare il percorso della Commissione e usano toni altisonanti. Abbiamo visto già in passato, però, annunci di questo tipo sciogliersi come neve al sole al momento della concretezza. La Commissione pretende di parlare come un esecutivo dell’Europa a tutto tondo soprattutto per il verticismo della sua presidente: gli Stati membri sono stati adeguatamente consultati a riguardo? E i partiti al Parlamento europeo? Domande legittime visto il solipsismo di Von der Leyen su altri due dossier cruciali: la sfida dei dazi e la competizione con la Cina sull’auto.
L’accordo estivo negoziato con gli Usa è commentato apertamente da Von der Leyen, che ammette di “non credere nei dazi” come quelli al 15% su tutte le merci europee che entreranno negli Stati Uniti, ma anche che “l’accordo garantisce una stabilità cruciale nelle nostre relazioni con gli Stati Uniti in un momento di grave insicurezza globale”.
Torniamo al punto di partenza: come potrà esserci un’Europa strategicamente autonoma senza la rottura del condizionamento sistemico americano? L’amministrazione Usa di Donald Trump ha mandato messaggi chiari: ritiene valido l’asse transatlantico solo sotto forma di rapporto tra un attrattore centrale e i satelliti europei, ha più volte tirato dritto rispetto all’Europa e proseguito una strisciante guerra economica e industriale all’Unione Europea sulla scorta di quanto fatto dall’amministrazione di Joe Biden. Tutto questo mentre il Wall Street Journal comunica che su molte esportazioni europee non viene applicata, nel caso dei beni industriali, il 15% di base ma il 50% di tariffa per i prodotti in alluminio e acciaio. Non un bello spot per l’accordo destinato a evitare il caos pensato da Bruxelles.
Il meglio, però, si raggiunge sull’auto elettrica. Ci permettiamo di virgolettare pienamente il passaggio della presidente:
Proporremo di collaborare con l’industria su una nuova iniziativa per le piccole auto a prezzi accessibili . Credo che l’Europa dovrebbe avere la sua auto elettrica.
“E” (elettrico ndr) sta per ecologico: pulito, efficiente e leggero.
“E” sta per economico, ovvero accessibile alle persone.
“E” sta per europeo: costruito qui in Europa, con catene di fornitura europee.
Perché non possiamo permettere che la Cina e altri conquistino questo mercato.
Qualunque cosa accada, il futuro è elettrico.
E l’Europa ne farà parte.
Il futuro delle automobili, e le automobili del futuro, devono essere realizzate in Europa.
La Von der Leyen è in ritardo di molti anni. La Cina ha già sfondato nell’auto elettrica, ha una scala di investimenti e una capacità di costruzione impareggiabile dalle potenze occidentali. Inoltre, le catene di fornitura europee rischiano di essere un miraggio. Due casi: Stellantis fa squadra con la cinese Catl sulle batterie e l’unica azienda europea chiamata a competere nel settore degli accumulatori, Northvolt, è naufragata. Negare questa realtà significa parlare per slogan o non avere minimamente il senso della misura e della portata storica dei tempi odierni. Tutto questo a dimostrazione, una volta di più, della palese inadeguatezza della Commissione Von der Leyen. Chiamata a guidare l’Europa ma ridotta a essere la portavoce di ireniche speranze e di tanta, tanta retorica. Mentre la realtà vede un appannamento del Vecchio Continente su molti fronti critici.

