È doloroso ricostruire i posizionamenti di Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, sulla guerra in Iran. Iniziamo dal 28 febbraio: Donald Trump annuncia l’inizio dell’attacco con un video in cui invita apertamente gli iraniani a rovesciare il proprio governo. Promette che l’America li sosterrà con una forza “schiacciante e devastante”, mentre i raid militari colpiscono il regime.
3 marzo: con una solerzia che avrebbe fatto arrossire i falchi dell’era Bush, Von der Leyen prende per buona questa impostazione e la rilancia. Dopo l’assassinio della guida suprema iraniana, appoggia l’idea di un cambio di regime come obiettivo del conflitto senza consultarsi con nessuna capitale europea, parla di transizione democratica e attribuisce il caos esclusivamente all’Iran, senza menzionare nemmeno di striscio le responsabilità statunitensi e israeliane. Anche nei giorni successivi continuerà a mantenere questa linea. Con lei, Roberta Metsola e Pina Picierno, rispettivamente presidente e vicepresidente del Parlamento Ue, che accolgono con toni entusiasti l’uccisione di Khamenei e parlano di opportunità radiose per gli iraniani.
Ma ecco che il 1 aprile Trump cambia versione. In un discorso televisivo nega che il “regime change” sia mai stato un obiettivo reale, sostenendo di non averlo mai detto. A quel punto afferma invece di voler chiudere la guerra mantenendo in piedi la Repubblica islamica, in una logica più simile a un contenimento che a un rovesciamento del potere. La vecchia cara idea di esportare la democrazia viene riposta nel cestino dei rifiuti.
Un’Europa esposta e senza leve
L’Europa si è ritrovata a gestire l’instabilità energetica del disastro iraniano, con i prezzi del gas che schizzavano e il Qatar che fermava la produzione, mentre la sua massima rappresentante si esponeva a figuracce storiche seguendo i desiderata di una superpotenza che non la consulta neppure.
Non è la prima volta che succede e non sarà l’ultima. Già in passato, come nel caso del Venezuela, la leadership europea aveva dato credito agli obiettivi dichiarati dagli Stati Uniti, salvo poi trovarsi scoperta come un porcospinto cappottato quando questi cambiavano. Anche in quell’occasione, la presidente della Commissione ha finito per sostenere una linea che si è rivelata rapidamente instabile. Ogni volta l’Ue si allinea ai desiderata di Washington, e resta esposta quando questi vengono riformulati. E ogni volta che accade, diventa più difficile considerare quella posizione come autonoma o credibile.
Insieme a Von der Leyen, anche il Segretario Generale della Nato, Mark Rutte, sembra interpretare il ruolo della spalla servile che non legge mai l’ultima pagina del copione. Lui e Kaja Kallas pensano a difendere i Paesi europei dall’accusa di non aver aiutato subito “daddy” Trump contro l’Iran, il primo dicendo che c’è da capirli, i “lenti” europei, perché sono stati colti di sorpresa, la seconda spiegando che i Paesi del Golfo e Netanyahu non hanno aiutato troppo con l’Ucraina, quando invece si dovrebbe dire che la guerra era ed è illegale e non era condivisa da praticamente nessun membro Ue.
Stessa storia riguarda l’espansionismo israeliano. Perché l’Ue, pur essendo uno dei principali partner economici di Israele, non riesce a esercitare una pressione concreta sul governo israeliano, nemmeno davanti a crisi umanitarie catastrofiche?
Tra gli strumenti ci sarebbe l’Accordo di associazione con Israele, che regola una relazione economica molto ampia, circa 68 miliardi di euro l’anno, e che potrebbe teoricamente essere sospeso o modificato. Ma la risposta europea si è limitata finora soprattutto a dichiarazioni politiche. Le proposte di sanzioni più dure non hanno mai trovato un consenso sufficiente negli scorsi due anni, e dopo il cessate il fuoco di ottobre il treno sembra essere passato.
Su Israele le posizioni sono molto diverse. Paesi come Irlanda, Spagna e Slovenia sono più inclini a criticare apertamente Israele e a sostenere misure di pressione. Altri, come la Germania e l’Austria, sono più cauti, anche per ragioni storiche e politiche legate al rapporto con Israele. Inoltre, governi come quello ungherese di Viktor Orbán hanno in più occasioni bloccato o rallentato iniziative comuni, anche quando riguardavano misure relativamente limitate. Più d’ogni altro aspetto, conta il fatto che l’Unione Europea è tenuta al guinzaglio dal principale alleato di Israele e allo stesso tempo considera l’Iran, coinvolto indirettamente nel conflitto attraverso gruppi alleati come Hezbollah, un attore ostile. La mancanza di azione ha minato la credibilità internazionale dell’Ue e ha scavato un fossato tra élite politiche e opinione pubblica.
Miracolosamente risparmiato, per ora, da rappresaglie vistose, Pedro Sánchez resta un caso raro di leader Ue che prova a sollevare dubbi sulla legalità internazionale di un’aggressione unilaterale. Il centro gravitazionale della Commissione e dell’Alleanza atlantica rimane ancorato a una visione del mondo che non esiste più, o che esiste solo nelle promesse elettorali di un Trump che cambia idea ogni tre post su Truth Social. Non si sa bene come abbiano fatto, ma i Paesi nordici e baltici con il loro allineamento filoamericano radicale, venato di antiarabismo, liberal nazionalismo etnico e disprezzo per il Sud Europa sono riusciti a pesare molto più di quelli mediterranei.
Mentre il cancelliere tedesco Friedrich Merz vola a Washington per allinearsi ulteriormente, l’opinione pubblica europea osserva un continente che ha smesso di produrre una visione propria, limitandosi a fare l’eco a una voce che spesso mente sapendo di mentire. Se la moda geopolitica forse esagera nelle sue richieste di cinismo, non sarebbe male se la geopolitica europea preservasse almeno un po’ di memoria, anziché far prevalere un idealismo di facciata che serve solo a coprire una totale mancanza di leve reali. Alla fine, ciò che resta è un’istituzione che parla di valori mentre la brutalità di Trump la scavalca e la umilia.
Figure come Rutte, Von der Leyen, Metsola, Kallas sono un prodotto della competenza senza autonomia: gente qualificata, perfettamente allineata ai codici del sistema internazionale, ma che assimila e ripete roboticamente narrazioni altrui invece di costruirle. Fenomeno presente anche in media progressisti, peraltro. Con questa nomenclatura, il problema non è più solo di Trump, ma della capacità europea di interpretare il proprio declino e riconoscere gli imbrogli di chi quel destino lo vuole monetizzare. Con questa credulità, si rischia di marchiare la bara nella quale l’Ue si seppellirà da sola.