Più un evento è grande e affollato, più è probabile che le cose interessanti accadano nel silenzio del dietro le quinte, sotto forma di fuori programma. La legge di Murphy applicata ai banchetti delle relazioni internazionali.

Il settimo vertice dei Ministri degli Esteri del G20, India 2023, ha riconfermato la validità del paradosso: gli eventi politici più importanti hanno avuto luogo nel retropalco. La bilaterale Qing-Jaishankar. L’incontro Blinken-Lavrov. E il faccia a faccia tra Santiago Cafiero e James Cleverly, durante il quale il primo ha dato comunicazione al secondo della fine del patto Foradori-Duncan.

Il 2 marzo 2023, terminando il patto Foradori-Duncan, Buenos Aires ha de facto riaperto uno dei contenziosi territoriali più importanti dell’Emisfero occidentale, forse il più importante, e lo ha fatto nel più teatrale dei modi: al G20, la principale piattaforma di dialogo Nord-Sud.

Il punto di vista di Buenos Aires

Per capire le origini e le ragioni della decisione del governo argentino di terminare il patto Foradori-Duncan, un accordo sul disaccordo di natura non vincolante siglato nel 2016, abbiamo intervistato Juan Martin Gonzalez Cabañas, ex consigliere del MERCOSUR.

Dottor Cabañas, il governo argentino ha deciso di porre fine unilateralmente al patto Foradori-Duncan del 2016 sulla questione Malvine/Falkland. Può spiegarci come e perché nasce il documento? E come è stato vissuto dagli argentini?

Il patto Foradori-Duncan prevedeva che il governo argentino rinunciasse a ogni discussione seria sulla disputa territoriale e a rivendicare la sovranità sulle isole Malvinas e dei territori adiacenti nell’Atlantico meridionale, in cambio di una “sovranità light” utile per ottenere benefici, soprattutto di tipo economico, dallo sfruttamento delle risorse naturali dell’arcipelago – congiuntamente col Regno Unito – e dagli investimenti britannici nel Paese.

Questo patto, in quanto implicante una rinuncia da parte di Buenos Aires alla discussione dei diritti di sovranità su Malvinas e territori adiacenti, [fu vissuto] come una sorta di resa occulta del governo argentino, nella persona di Mauricio Macri, a proseguire ulteriormente nella rivendicazione della sovranità argentina sull’arcipelago.

Il senso del patto Foradori-Duncan era in linea con la politica estera dell’amministrazione Macri, al potere fra il 2015 e il 2019, che aveva una posizione più filoccidentale – e più atlantista, se vogliamo – rispetto ai governi precedenti – la scena fu dominata dal kirchnerismo dal 2003 al 2015.

La dottrina di politica estera di Macri, da alcuni definita macrismo, è stata un prodotto tipico della tradizione argentina di rassegnazione e subordinazione, a mezzo accordi – taciti e ufficiali –, alle potenze occidentali. I patrocinatori del patto miravano a ottenere maggiori benefici economici, ma anche a migliorare l’immagine del Paese presso la comunità internazionale – due costanti della politica estera di Macri.

Perché la decisione di chiudere il capitolo Foradori-Duncan?

È possibile affermare che le convinzioni, in generale, e gli obiettivi, nello specifico, del patto Foradori-Duncan si siano rivelati inefficaci e improduttivi, dal momento che l’Argentina non ha ricevuto nessun beneficio economico da tale cambiamento di postura, né la sua immagine pubblica ha ottenuto ricadute positive e significative a livello internazionale.

Una prima spiegazione del fatto ha sicuramente a che fare con la presidenza Fernández, il cui governo ha una conformazione e un’identità politica particolari, che hanno logicamente significato un cambio di rotta negli affari esteri, e in merito agli accordi sulle Malvine, rispetto al precedente governo Macri.

Dalla fine della guerra delle Malvine a oggi, con la sola eccezione della decade di Carlos Menem, le relazioni bilaterali Argentina-Regno Unito sono sempre state caratterizzate da una “componente malvinese” pronunciata; fattore che, più di una volta, ha generato forti controversie.

L’agenda malvinese è stata al centro dei governi kirchneristi, che in numerose occasioni e in diversi contesti, dai forum multilaterali agli incontri a due, hanno fatto affermazioni sull’occupazione britannica delle Malvine. Ma, come già spiegato, la posizione sulle Malvine, e in esteso sui rapporti con Londra, di Macri è stata diametralmente opposta rispetto a quella dei kirchneristi.

La politica estera dell’Argentina è cambiata di nuovo nel 2019, con l’insediamento di Alberto Fernández alla presidenza. Parliamo di un governo dal carattere politico eclettico, che è il risultato del suo essere una coalizione tra forze eterogenee, che si riflette sulla sua agenda estera.

All’interno della coalizione di Fernández si trovano esponenti del kirchnerismo, così come sostenitori del peronismo più ortodosso, che, in entrambi i casi, sono accomunati da una visione postoccidentale [delle relazioni internazionali] e dalla ricerca della riscrittura del “codice geopolitico argentino”, cioè dei suoi vettori e delle sue aree di riferimento. In sintesi, queste forze anelano alla formulazione di una politica estera che possa essere alternativa in primo luogo verso il vicinato – Sudamerica e Caraibi – e oggi, dati i tempi cangianti, verso Sud globale, BRICS e Asia.

La decisione di rescindere il patto Foradori-Duncan appare logica, ora che è stata spiegata la visione della presidenza Fernández. Logica che conduce anche a porsi domande sul perché la rescissione non sia avvenuta prima. Ma qui si entrerebbe nel campo della speculazione.

Una seconda spiegazione potrebbe avere una lettura elettorale. Le elezioni presidenziali argentine si terranno quest’anno, 2023, e Fernández vorrebbe essere rieletto. Date l’immagine pubblica offuscata dalla pandemia di COVID19 e la situazione economica negativa, non si può escludere a priori il carattere elettorale di questa mossa.

La causa delle Malvine muove le emozioni della società argentina, continua a essere una profonda ferita all’orgoglio nazionale, e costituisce un valido strumento, retorico e pratico, per inimicarsi l’opposizione liberal-conservatrice, che non ha mai avuto e non ha, e forse non avrà mai, una posizione ferma o un genuino interesse nella questione malvinese.

L’uscita dal patto Foradori-Duncan potrebbe essere anche interpretata come un tentativo di bilanciamento dell’albertismo [ndr. la corrente di Fernández] nei confronti del kirchnerismo, essendo che diversi esponenti del primo ritengono che l’attuale presidente si sia avvicinato troppo a Washington, e in generale all’Occidente, con l’accordo con il FMI sul debito del 2022 e durante la guerra in Ucraina.

Santiago Cafiero ha comunicato la decisione sul Patto all’omologo britannico, James Cleverly, durante il Vertice dei ministri degli Esteri del G20, ospitato a Nuova Delhi e protagonizzato dai BRICS – dei quali Buenos Aires vorrebbe far parte. È una coincidenza che tale mossa abbia avuto luogo in uno degli eventi più rappresentativi del Sud globale?

La risposta rapida è che: no, non può essere considerata una coincidenza.

Un’azione di questo tipo, fatta in un simile contesto, ha un peso simbolico che va adeguatamente tenuto in considerazione. Il G20 ha un carattere duale: è il principale forum di dialogo tra le potenze occidentali e le potenze-guida del Sud globale, ed è anche il luogo in cui si riflettono tensioni e antagonismi fra le prime e seconde.

Alla luce delle tensioni intercorrenti fra le ex potenze coloniali e le loro ex colonie, fra i membri del G20, e tra potenze consolidate ed emergenti, non si può escludere che il gesto abbia avuto una lettura postcoloniale e decoloniale, che l’Argentina abbia voluto inviare un messaggio forte al mondo dei popoli e delle potenze emergenti del Sud globale.

La Cina ha avuto una qualche influenza sulla riapertura della questione malvinese?

No: la misura del governo argentino non è il risultato di una longa manus cinese. [Le letture che vedrebbero una trama cinese dietro ai fatti] sono basate su argomentazioni paranoiche e pregiudizievoli nei confronti della Cina, che, per di più, ignorano la complessità della realtà argentina. Per dirla senza mezzi termini: la decisione di porre fine al patto Foradori-Duncan non è stata né diretta né influenzata da Pechino.

La questione malvinese è una causa dell’intera nazione, profondamente radicata nella società argentina, ed è stata una costante della politica estera dei kirchneristi, che oggi fanno parte della coalizione che compone l’attuale governo argentino. La ripresa in mano dell’agenda Malvine e Atlantico meridionale serve a tracciare una differenziazione chiara e netta fra l’attuale presidenza e l’opposizione, Juntos por el Cambio, che siglò il patto Foradori-Duncan.

La decisione, in definitiva, non è stata elaborata né promossa da Pechino. Piuttosto, può essere vero che l’Argentina abbia tenuto conto delle recenti mosse di Cina e Russia, che hanno espresso posizioni di sostegno alle sue rivendicazioni sulle Malvine.

Come potrebbe evolvere la questione delle Malvine/Falkland?

È molto difficile ipotizzare uno scenario futuro riguardante una questione così specifica e complessa, specie se di lungo termine.

A meno di “eventi sismici” in grado di alterare il mondo, è altamente improbabile che nel breve e medio termine possa essere espressa da un governo britannico una qualche apertura al dialogo, una disponibilità a negoziare lo statuto delle Malvine. Ed è altrettanto improbabile che, nello stesso periodo, dei governi argentini, soprattutto se di stampo peronista, kirchnerista o progressista, rinuncino pubblicamente alle rivendicazioni di sovranità sulle Malvine – a meno che non assurgano al potere dei governi di orientamento liberale, come quello di Macri.

Il principale problema del governo argentino attuale e di quelli futuri, in merito alla questione malvinese, è che il Paese non ha, e non avrà neanche nel breve-medio periodo, la gamma di strumenti morbidi, materiali e duri – diplomazia, economia, esercito, influenza culturale – necessari per l’esercizio di una pressione sufficiente sul Regno Unito affinché riveda la sua tradizionale posizione sull’occupazione delle isole. Vero è, però, che l’Argentina può vantare il sostegno e la simpatia dei popoli delle potenze emergenti, la maggior parte delle quali ha un passato coloniale.

Fino a quando l’Argentina non avrà in possesso suddetta gamma di strumenti, l’attuale disparità di forze [con il Regno Unito] non subirà cambiamenti. Anche se il consolidamento di potenze emergenti nell’arena internazionale, come la Cina, potrebbe incidere su tale equilibrio di potere. Trattasi di eventualità di mutamento e occasioni dipendenti dal contesto globale, cioè dall’intervento di terzi, che i futuri governi argentini potrebbero inserire nei loro calcoli.

La maggior parte degli esperti di relazioni internazionali e di geopolitica concorda sul fatto che la disputa territoriale delle Falkland non avrà una risoluzione facile, né prevedibile, nel breve periodo. In parte perché, come sottolineano alcuni, la posizione geostrategica dell’arcipelago e la presenza di importanti risorse naturali nell’area, come gli idrocarburi, complicano ulteriormente la disputa. In parte perché, evidenziano altri, la posizione negoziale di Londra si sarebbe rafforzata grazie allo sfruttamento delle risorse naturali della zona e alla mancanza di una chiara strategia risolutiva dell’Argentina.

La presenza della Cina in Argentina, che a Ushuaia potrebbe costruire un hub logistico, rappresenta un elemento di disturbo all’interno di questo quadro, rendendo ancor più complessa l’ipotizzazione di uno scenario prospettico.

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