La gara tra Serbia e Svizzera, piuttosto importante in vista dell’accesso agli ottavi di finale dei mondiali in Russia, ha visto l’aspetto calcistico passare in secondo piano. A tenere banco a margine dell’incontro sono state, infatti, le plateali esultanze dei marcatori elvetici, Granit Xhaka e Xherdan Shaqiri, i quali hanno mimato l’aquila bicefala, simbolo per eccellenza dell’Albania intesa non solo come Stato, ma anche concetto marcatamente etnico.
Xhaka e Shaqiri, pur rappresentando calcisticamente la Svizzera, di cui possiedono ovviamente la cittadinanza, sono kosovari di etnia albanese e, pertanto, quella con la Serbia non poteva essere una partita come tutte le altre.
Il loro gesto rischia, però, di riaprire una ferita che ha radici profonde. Nel periodo immediatamente successivo alla Prima Guerra Mondiale, in seguito alla disgregazione dell’Impero Austro-Ungarico, il Kosovo divenne parte del Regno di Jugoslavia, il cui sovrano, Alessandro I, organizzò una dura repressione nei confronti degli albanesi, gruppo etnico predominante nella regione.
La situazione migliorò notevolmente con la fine del secondo conflitto mondiale e la proclamazione della Repubblica Socialista di Jugoslavia, all’interno della quale il Kosovo acquisì una crescente autonomia, che lo portò, nel 1974 a passare da Provincia Autonoma della Repubblica Serba a soggetto federale della Jugoslavia, senza mai ottenere, tuttavia, lo status di Repubblica (con l’annesso diritto di secessione) tanto anelato dalla comunità albanese.
Tutto cambiò con l’ascesa al potere di Slobodan Milosevic, il quale escludeva totalmente gli albanesi dalla sua idea di Jugoslavia unita e multietnica e che, pertanto, nel 1989 cambiò la costituzione e ridusse tangibilmente l’autonomia del Kosovo, revocando, ad esempio, lo status di lingua ufficiale all’idioma albanese.
Iniziò così un periodo turbolento in cui il governo jugoslavo, già in difficoltà dopo l’indipendenza proclamata da Bosnia, Slovenia e Croazia, tentò di alterare l’equilibrio demografico del Kosovo attraverso l’immissione di numerosi profughi serbi. Gli albanesi, dall’altra parte, nei primi anni ’90 si limitarono, guidati da Ibrahim Rugova a reclamare i propri diritti con la resistenza non violenta, nella totale indifferenza della comunità internazionale.
Milosevic, dalla repressione, passò alla pulizia etnica, autorizzando eccidi (tra cui il celebre massacro di Racak), nonché l’abbattimento di case e moschee (la maggioranza dei kosovari albanesi è sunnita). Dopo il vano tentativo di ricomposizione del conflitto, effettuato alla Conferenza Internazionale di Pace di Rambouillet nel febbraio del 1999, si giunge così, nello stesso anno, al conflitto armato, concluso con l’operazione Nato Allied Force, che sancì la fine politica di Milosevic.
Alla fine del conflitto, il Kosovo fu dotato dall’Onu di un’amministrazione provvisoria (Unmik), alla quale nel 2008 ha fatto seguito, stavolta sotto l’egida dell’Ue, l’Eulex, sulla quale però pende il parere ostativo di Serbia e Russia.
Il 17 febbraio del 2008 il premier Hashim Thaci lesse al Parlamento della capitale Pristina la dichiarazione d’indipendenza. Tale indipendenza, tuttavia, è tuttora riconosciuta da 115 Stati membri dell’Onu su 193. Tra gli oppositori figurano, oltre alla Serbia, anche la Russia, Israele e la Cina.
La tensione, per quanto mitigata, prosegue fino ad oggi e quanto accaduto ieri sera altro non è se non il campanello d’allarme di un conflitto sopito ma mai risolto definitivamente. In questo senso, sempre il calcio aveva fornito avvisaglie il 14 ottobre 2014, quando un drone sventolante la bandiera della Grande Albania – ossia il territorio, comprendente Albania, Kosovo e parte della Macedonia, rivendicato dagli albanesi – sorvolò il prato dello Stadio Partizan di Belgrado durante la partita, poi sospesa, tra Albania e Serbia.



