L’Estonia elimina dalle scuole il russo: lo parlano “solo” 400 mila estoni su un milione

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Cosa potrebbe succedere se improvvisamente il Parlamento italiano dovesse decidere, per qualche strana ragione, di vietare l’utilizzo della lingua tedesca come lingua madre nelle scuole del Sudtirolo? E cosa potrebbe succedere se decidesse, allo stesso modo, di vietare anche la lingua francese nelle scuole della Valle d’Aosta, vicino al confine francese? Si andrebbe a violare l’articolo 6 della Costituzione italiana, creato appositamente per “tutelare le minoranze linguistiche storiche”, con la conseguenza che decine di migliaia di persone, cittadini italiani, potrebbero sentirsi in qualche modo discriminate o marginalizzate a causa della loro lingua madre.

Per fortuna, si tratta solo di situazioni ipotetiche dato che, al momento, simili provvedimenti non sono assolutamente in programma in Italia. Tuttavia, i casi di bilinguismo italiani sono un chiaro esempio di come la lingua sia uno dei tratti più importanti e distintivi all’interno di una comunità. Fatto che vale per il bilinguismo in Italia – dove si parlano, oltre all’italiano, altre 12 lingue riconosciute a livello amministrativo – ma anche per quello di tanti altri Paesi, specialmente nelle regioni di confine.

L’Estonia riforma il sistema scolastico: via il russo entro 2030

I Paesi baltici, per esempio, non solo per la vicinanza geografica alla Russia ma anche a causa del passato sovietico, hanno una significativa minoranza russofona, che in Estonia tocca fino al 30% della popolazione di 1 milione e 37mila individui circa. Non si tratta solo di russi “etnici”, ma anche di persone le cui famiglie hanno origini in Bielorussia e in Ucraina, o anche semplicemente di famiglie miste: persone che oggi conoscono la lingua russa come lingua madre, che viene anche utilizzata come lingua di insegnamento in alcune scuole.

Tuttavia, questa politica linguisticamente “inclusiva” presto finirà: in un clima sempre più ostile tra Stati Baltici e Russia, la Repubblica di Estonia ha infatti deciso di eliminare completamente la lingua russa dalle scuole entro il 2030, sostituendola con l’estone e rendendo il russo una lingua “straniera”, come materia scolastica, o da utilizzare solamente in casa o in conversazioni private. Questo cambiamento è previsto in seguito a una riforma del sistema scolastico e andrà a colpire circa 370-390mila persone, con oltre il 40% dei russofoni che vive nella Capitale Tallin e la restante parte che vive invece nella zona Nord-Est del Paese, vicino al confine russo, con città come Narva dove i russofoni sono fino al 90% dei residenti.

L’ostilità estone che compromette un’Europa già debole

La decisione, forse, non è poi tanto sorprendente, considerando che l’attuale Alta rappresentante per gli Affari Esteri dell’Unione Europea Kaja Kallas, estone, è una delle voci politiche più ostili alla Russia e ai russi, arrivata, solo un mese fa, a esortare a “prepararsi alla guerra” con Mosca, come risposta al conflitto russo-ucraino.

La nuova linea sull’eliminazione della lingua russa appare infatti come una mossa politica pensata per cercare di “cancellare” o fingere che non esista una minoranza linguistica russa in Estonia. Una “linea dura” contro Mosca, ma che andrà a colpire centinaia di migliaia di cittadini estoni che, verosimilmente, non hanno legami diretti o di natura politica, né con Mosca, né con il Cremlino, e tantomeno Vladimir Putin. Basti pensare che il noto performer e cantante Tommy Cash che rappresenterà l’Estonia a Eurovision 2025 con il discusso brano “Espresso macchiato”, è parte di quella stessa minoranza linguistica russofona, avendo origini estoni, russe, ucraine e kazake, per cui oltre alla lingua estone, parla correntemente anche il russo.

Tommy Cash nel video di Espresso Macchiato

Del resto, le iniziative ostili degli Stati Baltici nei confronti di tutto ciò che è “russo” non sono certamente una novità di questo periodo, e spesso vengono giustificate con la minaccia della “futura annessione” da parte della Russia. Eppure, in uno scenario internazionale sempre più instabile, in cui l’Europa è poco coesa e politicamente debole di fronte alle trattative di Donald Trump con la Russia rispetto al conflitto in Ucraina, ci si chiede se sia davvero necessario inasprire ulteriormente questo clima, soprattutto in questo momento. Un’escalation, in una fase così delicata, può solo alimentare le divisioni interne, compromettendo la già fragile capacità dell’Europa e sopratutto dell’Unione Europea di esprimersi con una voce univoca e coerente con la Russia, ma anche con gli Stati Uniti.