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I movimenti euroscettici sono spariti dalla circolazione. Già perseguitati dai media e bollati quasi sempre come xenofobi, razzisti e nazionalisti, oggi non se ne parla più, complice una crisi ideologica che li ha colpiti. Della morte, apparente, dell’euroscetticismo ne ha parlato la rivista Internazionale lo scorso giugno.

Un necrologio per gli euroscettici

In un breve ed entusiastico “necrologio” per l’avvenuta dipartita degli eurofobi, così vengono chiamati, Internazionale, per penna di Bernard Guetta, si limita a elencare le varie sconfitte cui questi movimenti sono incorsi. Ciò che manca all’analisi è tuttavia una domanda centrale di fondo, ovvero “La crisi degli euroscettici è dovuta ad un sostanziale buon funzionamento e ripresa dell’Europa?”. Per rispondere al quesito, occorre andare con ordine. Dalla crisi economica del 2008, complice la totale devastazione delle economie mediterranee e non solo, i movimenti euro-scettici sono cresciuti in tutto il Continente.

L’età dell’oro degli euroscettici

Sono stati proprio i Paesi del Sud Europa a portare, con gran numero di onorevoli, tali movimenti in Parlamento. Alba Dorata e il Movimento 5 Stelle sono arrivati ad essere rispettivamente il terzo e il secondo partito di Grecia e Italia a cavallo tra il 2012 e il 2013. Nel 2015 gli spagnoli scelsero Podemos come terzo partito. Una cavalcata che ha avuto il suo apice lo scorso 23 giugno 2016 nel Regno Unito. Lì si è tenuto il primo storico Referendum per verificare se l’opinione pubblica fosse a favore o meno della permanenza del Regno Unito nell’Unione europea.

L’esito vittorioso del fronte dei “Brexiters” aveva acceso le speranze di tutti i movimenti critici dell’Unione europea nel Vecchio Continente. Anche la stessa agenda elettorale dava speranze al movimento. In Austria c’erano buone possibilità per Hofer. In Francia Marine Le Pen stava sbancando tutti i sondaggi e anche nella liberalissima Olanda sembrava muoversi qualcosa.

La sconfitta improvvisa

Poi la disfatta, su tutti i fronti. Prima Hofer, poi l’olandese Wilders, poi ancora Marine Le Pen. E come se non bastasse anche quei movimenti che sembravano ormai consolidati hanno perso colpi. I 5 stelle, in Italia, hanno perso le amministrative dello scorso giugno, mentre Tsipras, in Grecia, si è ormai del tutto allineato alla politica espressa da Bruxelles. Dal giorno alla notte sembra dunque essersi svuotata quell’idea che aveva tanto infiammato gli animi della Gran Bretagna solo un anno fa. L’errore interno c’è stato. E non è da ricercare in un’ “assenza di progetti”, come scritto su Internazionale, quanto semmai nell’aver puntato sul “progetto” sbagliato.

Era giusto puntare solo sulla lotta all’immigrazione?

Quasi tutti i movimenti riconducibili alla corrente dell’euro-scetticismo hanno scelto come primo cavallo di battaglia la lotta all’immigrazione clandestina. Front National, Hofer, ma anche Lega Nord e il Partito per la Libertà, hanno puntato il grosso delle loro campagne elettorali e dei programmi politci sul contrasto alla cosiddetta “invasione”. Con l’intenzione, probabilmente, di cavalcare i sentimenti di insicurezza e paura diffusi nella popolazione europea in seguito agli attentati terroristici degli ultimi due anni.

Gli euroscettici hanno scelto così il cavallo sbagliato, perché si è dimostrato essere un cavallo capace di “andare con tutti”. Il contrasto all’immigrazione incontrollata è entrato infatti anche nell’agenda dei principali partiti europeisti. A titolo esemplificativo l’ex premier italiano Matteo Renzi ha così dichiarato: “Abbiamo il dovere morali di aiutarli (gli immigrati). E di aiutarli davvero a casa loro”, copiando in pieno un noto slogan del Segretario della Lega Nord Matteo Salvini.

In Francia sta succedendo la stessa cosa, Emmanuel Macron, come riportato da Il Giornale, vuole rompere del tutto il trattato di Schengen, proprio uno dei punti saldi del programma elettorale di Marine Le Pen. Anche la stessa Germania ha ridimensionato notevolmente “le politiche dell’accoglienza” un tempo pubblicizzate da Angela Merkel.

Trump ha vinto grazie all’appoggio dei lavoratori

Privati così della loro punta di diamante i movimenti euro-scettici si sono disciolti come la neve al sole. Eppure sarebbe bastato guardare oltreoceano per vedere come Donald Trump aveva vinto le presidenziali americane contro tutti i sondaggi, parlando di lavoro, tutela dei lavoratori americani e protezione delle aziende americane contro la concorrenza sleale cinese. Temi che hanno premiato il tycoon con i voti dei lavoratori della Rust Belt. Basterebbe dunque guardare agli indicatori dell’economia reale per ridare linfa a un movimento critico che deve esistere all’interno di un’Unione, altrimenti direzionata verso una dimensione elitaria.

L’Unione europea infatti non è  in ripresa come Juncker vorrebbe far credere, ma si trova più presumibilmente in un periodo di stallo. Ed è stato lo stesso Juncker infatti ad avvertire sull’arrivo di “nuvole” all’orizzonte. Il Presidente della Commissione potrebbe riferirsi a quegli strani movimenti dell’economia finanziaria molto simili a quelli pre crisi 2008, come annunciato dall’Ocse. Oppure all’imminente tapering della Bce, che può mettere in ginocchio le economie  con alto debito pubblico. Se la salute economica dell’Ue non promette bene, ai popoli europei non resta altro che sperare nella rinascita di movimenti critici in grado di difenderne la condizione sociale ed economica. 

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