Bisogna battere Donald Trump. L’adagio sta assumendo i connotati di un mantra. A ripeterlo è l’establishment statunitense che si prepara, su più fronti, alle presidenziali del 2020. E l’alleanza composta a tal scopo rischia di divenire del tutto trasversale.

Mitt Romney, ha ammesso il tycoon, fa più opposizione all’amministrazione repubblicana di Barack Obama. L’ex candidato alla presidenza degli Stati Uniti ha da poco dichiarato che The Donald non ha le qualità idonee a fare il presidente. “Ma io ho vinto e lui no”, ha replicato l’inquilino dellaCasa Bianca.

La politica tradizionale deve ammettere che Trump non è stato uno scherzo della storia: non si può escludere un secondo mandato del magnate. A dimostrarlo sono state le elezioni di medio-termine, che hanno sì segnato una battuta d’arresto per la causa trumpista, ma neppure troppo

Ecco perché le pedine della scacchiera si muovono in modo inconsueto, forse scomposto, e sembrano fare squadra, prescindendo dalla colorazione, con unico scopo: lo scacco al re.  

Le dietrologie giornalistiche raccontano di come l’establishment sia disposto a mettere da parte le divergenze. Immaginare Joe Biden, Mitt Romney, Hillary Clinton e Barack Obama seduti dietro allo stesso tavolo non è così utopistico. Lo ha in qualche modo ipotizzato Steve Bannon all’interno di una recente intervista, quando ha consigliato agli analisti di tenere d’occhio Michael Bloomberg in vista delle presidenziali: “Ora Bloomberg – ha detto al Corriere della Sera – sta predisponendo un apparato per correre come indipendente, ma essendo un uomo molto intelligente capisce che lui non può vincere, così sceglierà qualcuno come Mitt Romney, Joe Biden, un centrista, un democratico e un repubblicano, che offriranno un partito di unità per tirare fuori il Paese dalle divisioni”. 

L’ex sindaco di New York, che è già stato un esponente di entrambe le formazioni politiche, potrebbe fare da sintesi per questo scenario. Per ora è solo fantapolitica ed è molto più probabile che, alla fine della fiera, la competizione preveda il classico uno contro uno: Donald Trump, repubblicani permettendo, contrapposto a chi uscirà vincente dalle primarie democratiche.

Negli Stati Uniti della polarizzazione politica non sembra esistere troppo spazio per un esponente indipendente. Ma è al contempo chiaro che gli elettori degli asinelli debbano scegliere tra due strade: sostenere la candidatura di un outsider (Beto O’Rourke; Kamala Harris)o di un liberal (Elizabeth Warren),relegando così la partita a uno scontro tra la “destra sovranista” rappresentata dal Tycoon e la “sinistra progressista” di Bernie Sanders o di un suo derivato, oppure consegnare il mandato a un esponente più istituzionale, Joe Biden su tutti. 

In questo caso, potremmo davvero assistere a una reunion di tutte le forze avverse all’attuale presidente degli Stati Uniti. L’ex vice di Obama sarebbe sostenuto dai Bush, dai Clinton, da Romney, da Bloomberg, dalla Silicon Valley e dall’apparto del suo partito, che sarebbe costretto a mettere da parte le velleità socialisteggianti in funzione della tanto sperata vittoria. Gli endorsments, si può già prevedere, arriverebbero pure dai reduci repubblicani di John McCain.

I giochi, dal punto di vista del peso partitico, sarebbero fatti, ma un’ammucchiata di questo genere convincerebbe gli elettori? Hillary Clinton si è trovata nella medesima situazione, perdendo. Perché a Biden dovrebbe andare diversamente? Trump ricomincerebbe con la narrativa dell’uomo solo contro il Deep State. E Biden potrebbe presto scoprire che i suoi concittadini, dell’establishment e dei potentati familistici americani, non ne vogliono più sapere. 

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