Adesso che le proteste scoppiate negli Stati Uniti hanno raffreddato il clima da guerra fredda con Washington, la Cina può respirare e mettere a punto, in tutta tranquillità, le prossime mosse da opporre alla strategia dei falchi della Casa Bianca. Dalla guerra dei dazi alle presunte responsabilità sulla diffusione del nuovo coronavirus, dagli ambigui legami con l’Oms al lungo capitolo riguardante Hong Kong: sono tanti e complessi i punti di rottura che contrappongono le due superpotenze mondiali.

La Cina, pur facendo capire di essere disposta a portare il testa a testa alle estreme conseguenze, non sembrerebbe essere intenzionata ad alzare il tono degli scontri. Emblematiche le parole del premier Li Keqiang, che ha parlato espressamente di respingere “la mentalità da Guerra Fredda”, usare la “saggezza” per cooperare e gestire al meglio le diversità (anche quelle con gli Stati Uniti). Se in politica estera la situazione è quasi sospesa, in attesa di capire come si risolveranno i disordini dall’altra parte dell’Oceano, più interessante è analizzare quanto sta accadendo entro i confini della Grande muraglia.

La mobilitazione e il ruolo del Partito

All’interno della Cina, sin dalle prime fasi di lotta alla pandemia di Covid-19, è ben visibile un fenomeno politico-sociale del tutto sui generis. Il fenomeno di cui stiamo parlando è sorto proprio per agevolare il compito del Partito comunista cinese. Si tratta della mobilitazione, da parte dello stesso Pcc, di milioni e milioni di militanti.

Il loro compito? Creare una rete cittadina incaricata di controllare che in ambito sanitario tutto proceda secondo i piani del partito. Anche se adesso Pechino è riuscito a mettere una museruola al virus, il governo cinese non ha alcuna intenzione di lasciarsi sorprendere nuovamente dal nemico invisibile: ecco perché controlli e prevenzione accompagnano la popolazione cinese nella loro quotidianità.

C’è chi ha soprannominato questa schiera di figure “l’esercito invisibile di Xi Jinping”. In realtà i citati controllori dell’ordine pubblico, se così vogliamo definirli, sono sempre esistiti dai tempi di Mao Zedong. Il governo li ha adesso semplicemente investiti di un compito rilevante in un momento di estrema emergenza. E, quasi come per magia, da gennaio in poi, ogni quartiere e ogni condominio ha iniziato ad avere i suoi guardiani.

Un “esercito silenzioso” al servizio del Pcc

Il Partito comunista cinese ha circa 91 milioni di iscritti, cioè poco meno del 7% della popolazione cinese, quantificata in 1,4 miliardi di unità. Accanto all’élite decisionale che detiene il potere troviamo una schiera di militanti, i quali, a condizioni normali, formano una sorta di struttura parallela a quella statale, esercitando, in maniera quasi invisibile, funzioni di supporto e controllo.

È doveroso rimarcare un altro aspetto: oggi, in Cina, il Pcc non è più quella macchina totalizzante che era nel passato. Nonostante questo il partito è pur sempre un’organizzazione gerarchica, dove chi siede al vertice della piramide (Xi Jinping) ha la facoltà di mobiliare la base. Ecco: Xi ha sfruttato al meglio l’immensa organizzazione di massa su cui può contare il Pcc, risvegliandola dal torpore della normalità e schierandola in prima linea.

Se la Cina è riuscita ad attuare una perfetta quarantena, gran parte del merito va anche e soprattutto agli uomini e alle donne in pettorina e fascia rossa al braccio. L’apparato di sicurezza del Pcc è stato mobilitato con un lessico di guerra e loro, i componenti di questa gigantesca macchina, hanno risposto presente. Il primato del partito e la mobilitazione dei militanti: ecco le (ultime) due caratteristiche che ci consentono di definire la Cina del XXI secolo ancora un “Paese comunista”.

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