“È un virus”, così vengono definiti il jihad, lo Stato Islamico e Al Baghdadi. Tutti raggruppati in un unico aggettivo. Ed effettivamente è così: una malattia rara che per ora non conosce antidoto. Nemmeno dove la democrazia è un simbolo.

Tra il 2010 e il 2011, la Tunisia è stata la culla della Primavera Araba. La Rivoluzione tunisina, anche conosciuta come Rivolta dei Gelsomini, è una guerra combattuta in strada che ha portato lo Stato, per volere dei cittadini scesi in piazza, ad affermarsi come la più libera democrazia araba. L’economia è una di quelle più avanzate nella regione del Nord Africa e inoltre ha il tasso di alfabetizzazione più alto. Ma purtroppo tutto non è rimasta indenne dalla piaga dell’Isis.

Nel teatro delle rivoluzioni arabe l’Isis ricopre il ruolo del fratello cattivo della Tunisia: figli della stessa madre, la voglia del popolo di avere dei diritti, ma con un padre differente. Uno è il desiderio di democrazia, l’altro invece è il Califfo Al Baghdadi. Un uomo che ha preso i cocci dei governi di Siria e Iraq e ha plasmato quella che al momento rappresenta una minaccia globale, dall’Europa fino all’America, passando proprio dall’Africa.

Nonostante la Tunisia si dimostri stabile, nasconde un lato oscuro. Infatti è la più importante fabbrica di combattenti dell’Isis del territorio nordafricano. A rivelarlo è il Wall Street Journal, che stima che 6-7mila tunisini sono partiti per combattere per l’esercito dei tagliagole. Un dato che distacca nettamente gli altri Stati della regione. In un’infografica si vede chiaramente che il Nord Africa fornisce 8mila combattenti all’Isis, 6mila provengono dalla Tunisia. Un numero pari ai foreign fighter che partono da Arabia Saudita, Russia, Turchia e Giordania. Citando il quotidiano newyorkese, “il governo tunisino ha vietato a 15mila tunisini di compiere viaggi internazionali per il sospetto che possano seguire le orme dei loro concittadini”.  Il quartiere di Ettadhamen-Mnihla, un luogo non troppo differente a diverse parti della Spagna o dell’Est Europa, è il più importante hotspot per raggiungere la Siria o l’Iraq.

Com’è possibile che in un paese che ha lottato per la democrazia si parta verso la tirannia? A cosa si deve questo paradosso? Convenzionalmente chi abbraccia il Califfato per fuggire a una dittatura o per le condizioni di vita precaria, povertà e frustrazione che lo affliggono. Per lo Stato con capitale Tunisi è diverso. Una risposta va cercata nel governo. La sezione locale dei Fratelli Musulmani ha dominato l’amministrazione della Tunisia dopo le prime elezioni del 2011, e rimane un partner di minoranza nel governo attuale. Non solo, l’amnistia dichiarata subito dopo la rivoluzione ha permesso a jihadisti imprigionati di tornare in libertà e ad altri di tornare dall’esilio. Inizialmente il governo inizialmente ha cercato di invogliare gruppi radicali a partecipare alla politica, per poi reprimerli dopo il loro tentativo di prendere d’assalto l’ambasciata degli Stati Uniti nel 2012.

Secondo i critici lo Stato è ancora troppo dolce con i soggetti che incitano al radicalismo. “Queste persone hanno una copertura politica qui. Nessuno interferisce con loro”, sostiene Mohammed Iqbel Ben Rejeb, presidente dell’Associazione salvataggio dei tunisini, gruppo che riunisce circa 250 famiglie di tunisini che si sono uniti gruppi estremisti in Siria, Iraq e altrove. Moncef Marzouki, attivista dei diritti umani ed presidente della Tunisia democratica, con carica ad interim, dal 2011 fino alla fine del 2014, spiega sul Wall Street Journal, “il Paese culla della rivoluzione dei gelsomini inaugurò la democrazia ma non è riuscito a stimolare la crescita economica o frenare la corruzione dilagante”. Marzouki spiega anche che “non è il problema di affrontare le radici socio-economiche. Bisogna andare più a fondo e capire che questi ragazzi hanno un sogno, e noi no. O meglio,  avevamo un sogno, il nostro sogno è stato chiamato Primavera araba. E il nostro sogno si sta trasformando in un incubo. Ma i giovani hanno bisogno di un sogno, e l’unico sogno a loro disposizione ora è il Califfato”.