Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
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La convergenza geopolitica e strategica tra la Russia e la Cina è stata una delle questioni più rilevanti nel campo delle relazioni internazionali ad essersi evoluta negli ultimi anni: l’asse Pechino-Mosca si sta via via rafforzando sulla scia dell’espansione dei rapporti bilaterali in campo economico, politico e commerciale e ha contribuito al superamento del modello unipolare sviluppato dagli Stati Uniti dopo la fine della Guerra Fredda. L’incontro tra il nuovo paradigma orientale della Russia di Putin, rafforzato dall’ottusa chiusura occidentale nei confronti di Mosca, l’espansione della prospettiva geopolitica della Cina nell’ultimo quinquennio e la solida visione strategica di Vladimir Putin e Xi Jinping ha portato alla progressiva edificazione di una vera e propria colonna portante del sistema multipolare: Cina e Russia non si amano, ma sono legate pragmaticamente da importanti ragioni economiche, dalla comunanza di vedute tattica su numerose questioni d’attualità e su una comune prospettiva strategica fondata sulla volontà di costruire uno spazio di influenza avulso dalla penetrazione di Washington, di cui la “Nuova Via della Seta” costituisce il più ampio e ambizioso caposaldo.

In ogni caso, nella salda colonna delle relazioni russo-cinesi non mancano alcuni elementi di instabilità strutturale che potrebbero, sul lungo termine, emergere come vere e proprie crepe. Tra i due partner stenta infatti a costituirsi una piena, granitica fiducia: sotto questo punto di vista un ruolo importante è sicuramente giocato dalla storia recente dei due Paesi, dato che a lungo, nel corso del Novecento, Mosca e Pechino si sono trovate fortemente contrapposte. Le acque dell’Amur sono state a lungo un limite invalicabile, attraverso il quale le forze armate dell’Unione Sovietica e della Repubblica Popolare Cinese si sono confrontate a più riprese, andando molto spesso vicine a un vero e proprio scontro aperto: le ruggini della vecchia diffidenza reciproca possono in parte spiegare una decisione sorprendente presa di recente dai vertici delle Forze Armate di Mosca, che hanno deciso di procedere al rafforzamento dei sistemi difensivi posti nel vastissimo Distretto Militare Orientale, dispiegandovi unità del moderno sistema missilistico mobile Iskander-M. A riportarlo è Guy Plopsky di The Diplomatche ha puntualizzato come Mosca abbia deciso di dislocare in Oriente la 3° Brigata Missilistica costituita nel dicembre 2016, aggiungendola alle tre già stanziate nei remoti confini della Russia, la 20°, la 103° e la 107°, già dotate negli anni scorsi del sistema Iskander-M, dotato di un raggio d’azione di 400-500 km e destinato a venire utilizzato per contrastare le penetrazioni delle forze di terra di un potenziale avversario militare.

In questo contesto, il dislocamento delle brigate missilistiche russe risulta sorprendentemente orientato a prevenire una potenziale minaccia proveniente dalla Cina piuttosto che orientato a contenere la scheggia impazzita nordcoreana o a riequilibrare le forze schierate dagli Stati Uniti in Corea del Sud e Giappone: solo la 20° Brigata Missilistica, infatti, è basata nel Primorsky Krai, regione che contiene il breve confine terrestre di 17 km tra Russia e Corea del Nord, mentre la 103°, la 107° e la neoformata 3° Brigata risultano invece posizionate a ridosso dei confini cinesi e mongoli. La Russia, nonostante la crescente convergenza con Pechino, diffida della crescita della Repubblica Popolare e, sostanzialmente, teme di essere relegata allo status di partner di minoranza a causa delle macroscopiche differenze demografiche ed economiche: in questo senso, rilanciare il proprio attivismo militare rappresenta per la Russia una possibilità per dimostrare come, nel decisivo settore delle forze armate, la Cina non abbia ancora sopravanzato l’alleato, nonostante procedano spediti i preparativi per il rilancio della sua produzione di armamenti interna. La nuova decisione dello Stato Maggiore delle Forze Armate Russe arriva sulla scia di numerosi provvedimenti presi negli ultimi anni e tesi a ribadire la volontà della Russia di considerare le sue provincie orientali sottoposte alla propria sovranità e a prevenire, se mai ce ne fosse bisogno, un possibile “salto di qualità” della crescente penetrazione economica e politica cinese oltre l’Amur: le grandi esercitazioni “Vostok” del 2014, che hanno coinvolto oltre 100.000 uomini del personale militare russo, hanno rappresentato un importante presupposto per l’attuale situazione. Nonostante tra i due Paesi, allo stato attuale delle cose, scorra buon sangue, Russia e Cina devono ancora sfondare definitivamente il soffitto di cristallo della sfiducia reciproca: il fatto che il Cremlino continui a vedere nel suo alleato strategico più importante una potenziale, per quanto remota, minaccia dimostra come la strada da percorrere verso il decisivo consolidamento della spina dorsale del moderno multipolarismo non sia ancora terminata.

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