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Gli ultimi sviluppi delle vicende cilene hanno assunto caratteristiche preoccupanti e si registrano anche i primi tre morti, a San Bernardo. Dopo le violente proteste che hanno colpito la capitale Santiago, infatti, l’esecutivo cileno di centro-destra ha dichiarato, per quindici giorni, lo stato d’emergenza in città, restringendo la libertà di movimento e di riunione ed ha reso noto che procederà con la massima severità contro i dimostranti violenti. Questi ultimi, perlopiù studenti liceali ed universitari, avevano messo letteralmente a ferro e fuoco la città attaccando ed incendiando stazioni della metropolitana, interrompendo il traffico veicolare mediante i blocchi stradali e scontrandosi ripetutamente con la polizia, che aveva reagito con durezza. Ora l’ultimo, grave colpo di scena: l’esercito cileno ha proclamato il coprifuoco a Santiago e nessuno potrà trovarsi in strada, a meno che non abbia una speciale autorizzazione, tra la dieci di sera e le sette di mattina.

Una vicenda pericolosa

La decisione delle forze armate può essere interpretata e vista in due modi. L’imposizione del coprifuoco, infatti, di per sé dovrebbe servire a placare il clima di tensione e scontri prima che possa degenerare definitivamente. Le proteste hanno avuto inizio dopo l’aumento dei prezzi dei biglietti della metropolitana decisi dall’esecutivo, una misura che ha generato la rabbia di parte della popolazione, già esasperata per il rincaro del costo della vita nella capitale. La distruzione e il danneggiamento di svariate stazioni della metro è destinato a paralizzare il funzionamento del sistema, vitale per garantire lo spostamento dei cittadini nella congestionata Santiago. Il bilancio delle dimostrazioni, oltre ai gravi danni materiali, è serio: tre persone sono morte, undici manifestanti e centocinquantasei agenti sono rimasti feriti ed almeno trecento civili sono stati arrestati. Le violenze, inoltre, hanno cominciato ad estendersi anche ad altre città del Paese: a Valparaiso i dimostranti hanno dato alle fiamme un edificio di proprietà del giornale El Mercurio, una stazione della metro, un supermercato ed altri negozi.

La dura reazione dell’esercito può essere dunque giustificata dalle circostanze eccezionali che hanno colpito uno degli Stati più stabili e democratici dell’intera America Latina. C’è però il rischio che la situazione possa sfuggire di mano anche ai nuovi tutori dell’ordine e preoccupa il fatto che, dal 1973 al 1989, il Cile è stato retto dal sanguinoso regime militare di Augusto Pinochet.

I possibili sviluppi

Non è chiaro fin dove potrà spingersi l’esercito nel reprimere le contestazioni e quanta violenza o durezza potrà mettere in atto qualora i giovani ed i dimostranti non abbandonino le strade. La democrazia cilena, giovane ma al momento stabile, sarà di certo messa a dura prova. Chi potrà risentire di più di questi eventi, inoltre, sarà proprio l’esecutivo di Sebastian Pinera che si trova preso tra due fuochi: non può tollerare che le violenze proseguano impunite e non deve consentire che l’esercito possa spingersi troppo in là con la repressione. Ognuno dei due sviluppi, infatti, rischia di portare a conseguenze nefaste per la stabilità del Cile e per il sistema democratico. Il governo cileno ha deciso di revocare l’aumento del costo dei biglietti della metro ma questa decisione potrebbe ormai non bastare più ed il presidente dovrà impegnarsi in prima persona nel portare avanti una serie di riforme che possano risolvere alla radice le cause del malcontento. La lotta al carovita ed il miglioramento delle prospettive potrebbero essere quegli strumenti necessari per riportare la situazione in Cile verso la normalità ed evitare derive pericolose.