Fra Berlino e Ankara è in corso un conflitto sotterraneo, combattuto con spie, quinte colonne, centri per la propaganda e per il proselitismo, ed il teatro di scontro è proprio la Germania, il Paese europeo che ospita la comunità di espatriati turchi più folta del mondo, pertanto anche il più vulnerabile ed esposto all’agenda destabilizzante dello Stato profondo turco.

Un esercito di informatori e spie

Fine febbraio, Idlib. Un raid aereo, probabilmente condotto dall’aviazione russa, miete 33 morti fra le forze armate di Ankara, segnando l’inizio di un’escalation all’interno della quale il presidente turco Recep Tayyip Erdogan decide di coinvolgere anche la riluttante Unione europea, dopo aver ricevuto un secco rifiuto a ricevere supporto nelle operazioni militari in terra siriana. L’accordo sui rifugiati da sei miliardi di euro, siglato nel 2016, con Bruxelles, viene sospeso, ed Erdogan dà il via libera ad un assalto contro i confini terrestri e marittimi greci, da parte di decine di migliaia di richiedenti asilo.

Sullo sfondo della crisi che il governo di Atene è chiamato ad affrontare, sostenuto diplomaticamente e moralmente dai partner europei, a Berlino e Amburgo avviene qualcosa di insolito: migliaia di persone scendono in strada per protestare contro l’atteggiamento dell’Ue nei confronti dei migranti al confine greco-turco, chiedendo che venga loro consentita l’entrata nel territorio comunitario. Le marce, organizzate dai comitati della sinistra radicale, antirazzista ed antifascista, vedono anche la partecipazione cospicua di turchi, e non è una coincidenza che abbiano ricevuto copertura mediatica da parte dei principali media di Ankara, come il popolare Daily Sabah, uno dei megafoni del Partito della Giustizia e dello Sviluppo.

Non è la prima volta, del resto, che i turchi scendono in piazza per le strade delle grandi città tedesche per mostrare il loro supporto all’attuale presidente. Fra il 2016 ed il 2017, l’intero paese fu attraverso da manifestazioni e comizi pro-Erdogan; storica è la partecipazione di circa 40mila persone ad una marcia organizzata a Colonia dall’Unione dei Democratici Turchi Europei all’indomani del fallito golpe. Il presidente, sopravvissuto al tentativo di detronizzazione, sfruttò ampiamente le mobilitazioni di massa dei connazionali residenti in Germania, organizzando una serie di comizi, anch’essi ampiamente partecipati, in vista delle presidenziali del 2018, salvo poi essere forzatamente costretto a terminare la campagna elettorale da una decisione di Angela Merkel.

Le capacità di Erdogan di mobilitare i connazionali nel paese non sono sorprendenti, sono la semplice e naturale conseguenza dell’infiltrazione del Milli Istihbarat Teşkilati (MIT) nella comunità turco-tedesca. Gli agenti del MIT lavorano per la difesa della sicurezza nazionale, perciò hanno storicamente svolto operazioni di infiltrazione e spionaggio a detrimento dei separatisti curdi, anch’essi presenti in maniera significativa in Germania, mentre a partire dall’era Erdogan hanno esteso il raggio d’azione alla rete di Fetullah Gulen e alla promozione dell’agenda estera neo-ottomana.

Nel 2017, sette imam turchi sono fuggiti dalla Germania dopo l’apertura di un’indagine a loro carico con l’accusa di spionaggio, ed attualmente ve ne sono altri 13 indagati per lo stesso motivo, ma secondo un rapporto della Parlamentarisches Kontrollgremium, la commissione parlamentare incaricata di indagare su questioni rilevanti per la sicurezza interna, nel paese sarebbe presente un vero e proprio esercito di spie ed informatori, sul libropaga del MIT, composto da circa 6mila persone.

La rete del MIT non si occuperebbe soltanto di sorvegliare le comunità turca e curda, ma di stanare persone ufficialmente ricercate, come dissidenti, critici, terroristi, e anche di raccogliere informazioni sensibili utili che Ankara possa utilizzare come leva negoziale nei rapporti bilaterali con Berlino. Nel marzo 2017 è stata scoperta una lista di obiettivi spiati dall’esercito invisibile del MIT, formata da più di 300 persone e 200 enti, come scuole ed associazioni. Lo scalpore non è stato destato dall’elenco in sé, quanto dal fatto che fra le personalità monitorate vi fossero molti cittadini tedeschi, fra i quali affaristi e politici, come Michelle Muntefering del Partito Social Democratico.

Le ambizioni di Erdogan sui turchi e sui musulmani di Germania

Da quando a inizio anno è stata annunciata la prossima apertura di tre scuole turche nelle province di Berlino, Colonia e Francoforte, che se completate si aggiungeranno ad altri istituti già esistenti, in Germania si è scatenato il dibattito sulla crescente influenza culturale e religiosa esercitata dalla Turchia nel paese, che viene essenzialmente percepita come negativa e pericolosa. Il partito Alternativa per la Germania (AfD) ha denunciato che si starebbe andando incontro all'”islamizzazione del sistema scolastico tedesco”, per via del rischio concreto che gli enti finanziati da Ankara si rivelino megafoni di propaganda islamista.

Le accuse di AfD non sono prive di riscontro, perché è dalla prima ondata migratoria di lavoratori turchi verso Berlino che Ankara tenta di mantenere il controllo da remoto su di essi per mezzo di moschee, centri culturali e associazioni civiche, e non a caso è la prima fonte di finanziamento per la realtà islamica del paese. Oggi, più del 6% della popolazione tedesca è di fede musulmana, ossia circa 5 milioni di persone; di questi, oltre 4 milioni hanno origini turche; numeri che attraggono l’attenzione di qualsiasi potenza interessata a plasmare le future dinamiche della prima potenza europea.

L’Unione turco-islamica per gli affari religiosi (Dibit), dipendente dal Direttorato degli Affari Religiosi (Diyanet), supervisiona e supporta economicamente quasi un terzo di tutte le moschee presenti in Germania, ossia più di 900 su un totale di 3mila, mentre il movimento pan-islamista e neo-ottomano Visione Nazionale (Milli Görüş), si occupa della protezione e della promozione dell’islam nel paese ed anche della formazione degli imam.

La sovra-esposizione di Ankara nella realtà islamica tedesca non è sfuggita all’attenzione dei servizi segreti per la sicurezza interna, BfV, che recentemente hanno iniziato a sorvegliare la Dibit, per valutarne l’inserimento nella lista delle entità potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale alla luce delle crescenti accuse di incitamento all’odio religioso e di conduzione di operazioni spionistiche.

Numeri alla mano, sembra che la competizione per l’egemonia sui turchi tedeschi la stia vincendo Ankara, come mostrato dal fatto che durante le presidenziali del 2018, 2/3 degli aventi diritto di voto si sono espressi a favore per la rielezione di Erdogan.

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