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Il neo presidente del Consiglio Giuseppe Conte, durante il suo discorso alla Camera dei Deputati, ha esposto quelle che saranno le linee guida del nuovo governo “giallorosso” sostenuto da Partito democratico e Movimento 5 Stelle. Tra i vari argomenti toccati non ci è sfuggito un rapido ma fondamentale passaggio che individua un chiaro indirizzo strategico di questo esecutivo: lo stop definitivo alle concessioni per la ricerca e sfruttamento di idrocarburi in Italia.

Questa decisione si allinea ad un processo iniziato non molto tempo fa: con l’entrata in vigore della legge 11 febbraio 2019, che converte il DL del 14 dicembre 2018, sono stati avviati i lavori per la predisposizione del piano per la transizione energetica sostenibile delle aree idonee allo svolgimento delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi, che dovevano essere definiti e approvati entro 18 mesi.

La normativa prevede che fino all’adozione del piano i procedimenti amministrativi per il conferimento di nuovi permessi di prospezione e di ricerca di idrocarburi sono sospesi, così come sono sospesi i permessi già in essere, sia per aree in terraferma che in mare, con conseguente interruzione delle relative attività. La sospensione non riguarda le istanze di concessione di coltivazione già presentate né le attività di coltivazione in essere.

Oggi invece, dalle parole del presidente Conte, è sembrato che il governo abbia intenzione di dare la stretta finale sullo sfruttamento degli idrocarburi italiani, mettendo la parola “fine” alla loro estrazione. È davvero una scelta saggia? È vero che abbiamo poco petrolio e di cattiva qualità come si sente dire da sedicenti esperti? Cerchiamo di capire le possibili conseguenze di questa scelta proprio cominciando a rispondere a queste semplici domande.

Idrocarburi made in Italy: terzi in Europa

La produzione e le riserve accertate di idrocarburi nell’anno 2010 ammontavano rispettivamente a 5,1 milioni di Tep (tonnellate equivalenti di petrolio) e 187,4 milioni di Tep. Le nostre riserve complessive ci pongono al terzo posto in europa dietro a due “colossi” come Norvegia e Regno Unito. Per quanto riguarda il gas naturale i numeri sono abbastanza importanti, soprattutto nell’ottica di una risorsa da sfruttare per effettuare la cosiddetta transazione verso le energie rinnovabili: sempre nello stesso anno abbiamo prodotto 6,3 milioni di Tep da 82,4 milioni di Tep di riserve. Secondo i dati di Assomineraria questa produzione, di olio e gas, ha contribuito rispettivamente nel 2011 al 7,4 e al 10,7% del fabbisogno energetico italiano complessivo.

Le riserve di idrocarburi vengono conteggiate in base alla conoscenza geologica dei giacimenti, pertanto esistono riserve certe (quelle che potranno essere commercialmente sfruttata con una probabilità stimata del 90%), riserve probabili (con una probabilità stimata maggiore del 50%) e riserve possibili (con una probabilità minore del 50%).

Al 31 dicembre 2017, come riportato dal Mise, queste erano così suddivise per risorsa.
Gas:

  • certe 44.684 milioni di Smc (metri cubi standard)
  • probabili 55.762 milioni di Smc
  • possibili 23.674 milioni di Smc

Petrolio:

  • certe 78,244 milioni di tonnellate
  • probabili 86,422 milioni di tonnellate
  • possibili 53,099 milioni di tonnellate

La produzione nello stesso anno di riferimento era pari a 5657 milioni di Smc di gas e 4 milioni 138mila tonnellate di greggio. Per quanto riguarda le riserve certe il 60% del totale nazionale di gas è ubicato a terra, mentre le riserve di olio ricadono per il 92% in terraferma, per la maggior parte in Basilicata.

Abbiamo quindi una quantità di idrocarburi non indifferente che se sfruttata nel modo giusto potrebbe alleggerire la bilancia energetica dal peso delle importazioni, che è sempre stata la voce più importante (e costosa) per l’economia italiana.

I nostri idrocarburi non sono nemmeno di pessima qualità come chi, animato da intenti “verdi” molto poco onesti intellettualmente parlando, vorrebbe far credere. Il gas naturale è al 99,54% composti da metano facendone il più puro del mondo. Per quanto riguarda il petrolio, spesso ingiustamente accusato di essere pesante al punto di venir definito “catrame”, occorre conoscere la gradazione Api che ne indica la purezza.

La scala Api distingue gli olii in 3 categorie: leggeri con un grado maggiore del 31,1, intermedi, compresi tra 22,3 e 31,1 e pesanti tra il 10 e il 22,3 (al di sotto del grado 10 si parla di bitumi). Più basso è il grado più il petrolio è “sporco” ed occorre un processo di raffinazione più complesso. I petroli italiani, fatto salvo qualche eccezione, sono nel complesso tutti leggeri: nel bacino del Po, storicamente la culla del petrolio made in Italy, hanno tutti una gradazione che supera i 36° Api (eccezion fatta per il campo di Cavone in cui sono medio bassi con 20-23°A); Oli leggeri ci sono anche in Sicilia e negli Appennini meridionali, quelli di gradazione medio/leggera si possono trovare negli Appennini centrali, nell’Adriatico meridionale e nel campo siciliano di Mila. La maggior parte degli olii pesanti è confinata in qualche campo dell’Adriatico centrale (Rospo) e in un paio in Sicilia (Ragusa, Gela) senza dimenticare gli Appennini meridionali (Tempa Rossa e Costa Molina). Per il greggio italiano è stato però sperimentalmente osservato che, la presenza di olio pesante avviene sempre in concomitanza con olii leggeri.

La qualità del greggio italiano è quindi per la maggior parte medio/alta, come riporta anche il World Oil and Gas Review del 2013.

Un’importante risorsa economica anche per la “green energy”

L’industria petrolifera, nel suo complesso, frutta – ma sarebbe meglio dire fruttava – circa cinque miliardi di euro l’anno incamerati direttamente dalle casse dello Stato e buona parte di questi soldi è utilizzata per i 12 miliardi di finanziamenti che vengono erogati per gli incentivi sulle energie rinnovabili.

Questo ritorno economico non dipende solo dalle royalties, che sono l’extra che le compagnie petrolifere pagano oltre alle tasse, ma da tutta una serie di imposte statali e regionali. Esse sono quantificabili in un 27,5% di Ires (l’imposta sui redditi delle società), un 3,9% di Irap (calcolato come media nazionale) e altre aliquote fisse per gas (7%) e petrolio (4%) che si sommano ad un 3% in caso di produzione offshore, cioè in mare.

Il settore più interessante per la transazione verso le rinnovabili, se vogliamo escludere quel piccolo el dorado di petrolio che abbiamo nel nostro sottosuolo, è quello del gas: noi produciamo il 12% del nostro consumo annuale di gas (otto miliardi di metri cubi su 68) con una produzione localizzata per il 75% offshore a fronte della localizzazione a terra della maggior parte delle riserve certe. Questo significa che, potenzialmente, esiste ancora molto margine per l’attività di R&D nel campo del gas naturale, ma che si è deciso, un po’ in sordina, di rinunciarvi.

Una strategia energetica che ci renderà più dipendenti

Dal punto di vista strettamente politico risulta singolare che il Pd sostenga una visione strategica di questo tipo: non molti anni fa, nel 2016, il Partito Democratico aveva dato il via ad una dura lotta contro il referendum “blocca trivelle” che voleva impedire l’estensione delle concessioni a chi operava entro le 12 miglia nautiche. Referendum poi fortunatamente decaduto.

Lo stesso Renzi, quando era al governo, aveva sostenuto che era impossibile andare a parlare di energia e ambiente in Europa se nel frattempo non si fosse sfruttata l’energia e l’ambiente italiani e che “potrei raddoppiare la percentuale del petrolio e del gas in Italia e dare lavoro a 40mila persone e non lo si fa per paura delle reazioni di tre, quattro comitatini”, ma evidentemente, per opportunismo politico dato dall’alleanza coi 5 Stelle in cui l’anima “verde” è molto attiva e particolarmente sentita, si è deciso di soprassedere e dar retta proprio a quei “comitatini” continuando lungo la strada della “depetrolizzazione” del Paese.

Però questa scelta strategica ha un costo rappresentato non solo dall’aumento della nostra spesa per le importazioni, ma anche da una dipendenza politica verso quei Paesi che ci vendono queste preziose risorse.

Parlando proprio di gas, se la Russia la fa ancora da padrone, è pur vero che negli ultimi 5 anni qualcosa è cambiato: ad esempio si è affacciato e sta aumentando il consumo – anche in Europa – del gas di scisto (gas shale) americano; allo stesso tempo l’Italia sta cercando di diversificare le fonti di approvvigionamento legandosi a Israele con il gasdotto East Med e all’Azerbaigian con il Tap.

Siamo convinti che la diversificazione delle fonti sia necessaria per salvaguardare gli interessi nazionali, soprattutto in vista delle concreta possibilità di far diventare l’Italia l’hub gasiero del Sud Europa e così scalzare la Germania dal ruolo egemone della distribuzione di gas, però la scelta di rinunciare alle proprie risorse sembra fatta apposta per favorire proprio le esportazione del gas azero e israeliano, e questo ragionamento si rafforza proprio se consideriamo il gas di scisto americano: costoso già alla fonte essendo una risorsa non convenzionale che richiede particolari tecnologie estrattive (il fracking) e per noi poco conveniente. Eppure le navi metaniere partite dagli Stati Uniti con il loro carico di questa risorsa sono ormai sempre più presenti nei nostri terminal di rigasificazione.

Il gas shale Usa rischia infatti di diventare un’enorme bolla economica per Washington se non viene venduto in quanto il suo mercato è stato “drogato” con una pioggia di dollari di investimenti che vanno capitalizzati in qualche modo. Pertanto per gli Stati Uniti diventa imperativo tenere alti i prezzi e cercare di slegare l’Europa, e l’Italia, dai suoi storici partner asiatici: quale modo migliore quello di rinunciare al nostro gas per comprare quello americano?