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Dallo scoppio della guerra in Ucraina è ritornata in auge una visione della politica estera che attualizza gli schemi della Guerra fredda con l’Occidente (Stati Uniti ed Europa) contro la Russia che è però non solo fuori tempo massimo, ma sbagliata. Rispetto a quarant’anni fa c’è infatti un nuovo attore globale come la Cina che può cambiare gli equilibri. L’asse Cina-Russia (pur con tutte criticità) è meno isolato di quanto pensiamo noi occidentali. Non a caso nella mozione dell’Onu di condanna all’attacco russo, ci sono 35 paesi astenuti tra cui India (da seguire con attenzione), Pakistan ed Emirati Arabi Uniti che hanno interessi militari ed economici nel mantenere rapporti con la Russia. C’è poi la Turchia che, pur essendo nella Nato, non ha imposto sanzioni alla Russia.

È evidente che stia nascendo un nuovo blocco alternativo agli Stati Uniti e all’Europa il cui collante è più lo spirito anti-occidentale e la realpolitik che una comune identità, ma continuare a guardare la politica estera con gli occhi occidentali pensando che leader e popoli delle altre potenze ragionino come noi è un errore di calcolo madornale.

Il peso della variabile cinese

L’alleanza tra Russia e Cina che si è consolidata negli anni con una brusca accelerata negli ultimi mesi, nasce anche dalla necessità russa di avere uno sbocco economico alternativo in vista delle sanzioni occidentali. Non è un caso che il 7 febbraio scorso Russia e Cina abbiano concordato un contratto di trent’anni per la fornitura di gas attraverso un nuovo gasdotto potenziando l’alleanza energetica tra Mosca e Pechino.

Gazprom, la compagnia energetica russa parzialmente controllata dallo stato russo, ha concordato di fornire alla compagnia energetica cinese Cnpc 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Per farlo verrà realizzato un gasdotto che connetterà la zona dell’estremo Oriente russo con la Cina nord-orientale permettendo di aumentare notevolmente il gas naturale che già oggi la Russia fornisce alla Cina attraverso il gasdotto Power of Siberia dal 2019. L’accordo tra le due potenze non si limita al gas ma è molto più strutturato e, non a caso, in concomitanza con l’avvio del conflitto e l’annuncio delle sanzioni europee, la Cina ha annunciato che non solo non avrebbe introdotto sanzioni alla Russia ma avrebbe garantito l’acquisto di grano da tutto il territorio della Federazione russa offrendo un’importante sponda economica alla Russia. Non dimentichiamo inoltre che Pechino ha un sistema alternativo a Swift per i pagamenti interbancari (Cross Border Inter-Bank Payment System o Cips) che aggira le sanzioni internazionali. Oggi gestisce solo il 5% delle transizioni globali ma può aumentare in modo consistente in caso di un’esclusione totale della Russia dal circuito Swift.

Inoltre, nella prospettiva cinese, la guerra in Ucraina può rappresentare un evento non solo per indebolire la Russia quanto l’Occidente e in particolare l’Europa sia da un punto di vista di competitività economica sia per la crisi migratoria che nei prossimi mesi potrebbe portare a forti tensioni in seno all’Ue. Il conflitto in Ucraina sposta il baricentro americano dall’Asia e l’Europa costringendo gli Stati Uniti a una maggiore attenzione in un’area come quella europea che veniva ormai considerata meno prioritaria rispetto all’Asia. Ciò apre una partita anche per la questione di Taiwan.

Il peso dell’Asia

Proprio per questo una visione che non tenga in considerazione il ruolo cinese ma anche delle altre potenze asiatiche può essere pericolosa per l’Occidente, basti pensare che in Cina, India e Pakistan vivono 3 miliardi di persone e, mentre in Occidente subiamo un’inverno demografico che ci porta a un calo di natalità che impatterà sempre di più sul nostro modo di vivere, la situazione in altri continenti è molto diversa. Lo stesso vale per la crescita economica che, al netto del periodo Covid, è contenuta in Europa mentre procede a ritmo spedito in questi paesi.

Credere che la Federazione Russa con le sue risorse naturali, i giacimenti di materie prime ed energetiche, così come la propria industria bellica e l’enorme estensione geografica che la rende un attore geopolitico globale possa trovarsi del tutto isolata senza ricollocarsi sarebbe da ingenui.

Già da Pietro il Grande a fine Seicento la vocazione della Russia è stata europea, Mosca e San Pietroburgo, le due città centro di potere russo, sono a tutti gli effetti città europee. Dopo la fine dell’Urss, la Russia ha compiuto un percorso di avvicinamento all’Europa, lo stesso Putin nel primo periodo di governo era un leader che guardava a Occidente, poi negli anni successivi tutto è cambiato. Oggi si trova così in una situazione che la porterà a cambiare il proprio baricentro non più verso ovest ma verso sud-est, un processo che richiederà tempo ma che sarà reso possibile anche dal fatto che la Russia non è solo Mosca e San Pietroburgo come emerge nell’immaginario collettivo occidentale.

Questo ricollocamento avrà delle conseguenze anche per l’Europa e non sarà indolore poiché, proprio dalla caduta del muro di Berlino, abbiamo accelerato un processo di globalizzazione che ci ha portato a non essere autosufficienti e indipendenti non solo in aree economiche secondarie ma anche in settori strategici con conseguenze che ora sono sotto gli occhi di tutti e che diventeranno più allarmanti nei prossimi anni, in primis per l’energia e le materie prime.

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