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Uno dei più ambiziosi progetti della presidenza Biden, il Summit per la democrazia, è già morto. Nato vecchio, tanto opportunistico quanto anacronistico, l’anelito di riproporre la reaganiana lotta del Bene – rappresentato dagli Stati Uniti, Impero della Libertà e Città sulla collina – contro il Male – ieri identificato nell’Unione Sovietica e oggi dal revisionismo delle autocrazie – è deceduto in Ucraina.

Che non si trattasse di un’iniziativa guidata da superiori propositi etico-morali, essendo dettata da una specifica agenda politica – il rinsaldamento della Comunità euroatlantica da una parte, l’isolamento dell’asse Mosca-Pechino dall’altra –, lo si era già capito al momento della pubblicazione della lista degli invitati (e degli esclusi) al Summit: Ungheria no, Serbia sì, Russia no, Ucraina sì, Arabia Saudita no, Pakistan sì.

L’elenco degli invitati al Summit per la Democrazia era stato elaborato più assecondando la convenienza politica che la voce della coscienza. Un destino già scritto o, perlomeno, intuibile. L’Ungheria esclusa perché centrale elettrica dell’internazionale conservatrice, la Serbia inserita perché da allontanare da Russia e Cina. L’Ucraina dentro soltanto per una questione di etichetta, cioè per cementarne lo status di nuovo membro dell’Occidente, anche perché ritenuta un regime ibrido da Freedom House e il paese più corrotto d’Europa da Transparency International. Il Pakistan chiamato perché da ravvicinare nell’ottica della ritirata dall’Afghanistan e del contenimento della Cina, l’Arabia Saudita estromessa più a causa dello scandalo Khashoggi che per il supporto al terrorismo internazionale.

Gli inviti a convenienza avevano trasformato il Summit per la democrazia nel festival dell’ipocrisia, deturpando più che migliorando la credibilità dell’agenda estera bideniana, ma è stata la guerra in Ucraina a dare il colpo di grazia al progetto. Bivio al quale le democrazie occidentali hanno risposto preferendo la realpolitik all’idealismo.

Una causa persa in partenza

La battaglia dell’amministrazione Biden contro le autocrazie, i piccoli imperi del male del XXI secolo, aveva poche speranze di successo in partenza, numeri alla mano, ma è stata affossata definitivamente dalla guerra in Ucraina e da tutto ciò che essa ha comportato. Un duro colpo per l’immagine di Joe Biden e del suo partito, da tempo in caduta libera, di cui si potranno comprendere i danni alle mid term in dirittura d’arrivo.

Biden, un seguace dell’internazionalismo liberale, aveva sottovalutato l’importanza dei numeri e la dura realtà del sistema internazionale, che col progredire della guerra in Ucraina hanno imposto all’Occidente un bagno freddo di realpolitik. I numeri, illustrati dal Democracy Index del 2021, indicano che le democrazie non costituiscono che un’esigua minoranza nel mondo – 21 su 167 stati considerati – e, per di più, quelle imperfette sono il doppio di quelle pure – 53.

Paradossalmente, sempre secondo il DI21, gli Stati Uniti, organizzatori del Summit per la Democrazia, hanno cessato di essere una democrazia compiuta per entrare a far parte delle democrazie imperfette. Spiegato altrimenti: chi vorrebbe rivitalizzare (e ri-esportare nel mondo) la democrazia presenta, da tempo, dei problemi di democraticità al suo interno.

Il resto del mondo, quel classico the Rest ignorato e misinterpretato dal the West, risulta invece popolato da regimi ibridi – 34 – e autoritari –59. Numeri al ribasso, chiaramente, dato che nel DI21 non sono stati calcolati gli indici di democraticità di realtà grigie come Sahara occidentale, Somalia, Sud Sudan et similia. 21 stati contro 93. O 74 contro 93. O 21 contro 146. A seconda di come si preferisca considerare le democrazie imperfette, delle quali fanno parte anche gli Stati Uniti, e cioè se alleate delle pure o meno.

Il fattore Ucraina

Non è (soltanto) per una questione di numeri che Biden ha perduto questa battaglia, lanciata solo l’anno scorso con il Summit per la Democrazia, che era nata vecchia. È per una questione di tatto, di mancanza di senso del reale, scoperchiata nella sua interezza dalla guerra in Ucraina.

In Ucraina, teatro di una guerra senza limiti che ha investito l’intero sistema internazionale, l’Occidente ha scoperto di essere una minoranza (molto) meno capace rispetto al passato di influire sulla maggioranza. Come le difficoltà riscontrate nell’allargamento della guerra economica totale alla Russia, che l’asse euroamericano avrebbe voluto allargare a Brasile, India e altri, hanno ben dimostrato.

Ma c’è di più. Perché le democrazie, per rispondere al ritorno di fiamma della guerra in Ucraina – caroenergia, crisi alimentare, inflazione –, hanno dovuto rivolgersi proprio ai regimi ibridi e autoritari, alcuni dei quali ripudiati (e combattuti) in passato, a volte per ragioni di diplomazia e altre volte per motivi di approvvigionamento.

In Italia, ad esempio, Mario Draghi ha sepolto l’ascia di guerra con Recep Tayyip Erdoğan, dopo averlo definito un dittatore l’anno scorso, e si è recato in Turchia per porgergli delle scuse informali. Perché si scrive Anatolia, ma si legge TAP, Libia e Mediterraneo.

Svezia e Finlandia, i modelli di riferimento di ogni liberal-democrazia, sono scese a patti con la Turchia, con la quale hanno stretto un compromesso dal lato morale piuttosto pronunciato – vendita dei curdi e fine dell’embargo alla vendita di armi all’esercito turco – in cambio dello scioglimento del veto al loro ingresso nella NATO.

Gli Stati Uniti, infine, hanno ripristinato le relazioni bilaterali con l’Arabia Saudita – dopo che Biden aveva promesso che l’avrebbe resa un paria internazionale per via del caso Khashoggi – nel nome dell’interesse energetico. E hanno dato semaforo verde a quei soci europei, come l’Italia, che invocavano una fine della stretta su Iran e Venezuela. Juan Guaidó sacrificato sull’altare della realpolitik.

Momento unipolare contro transizione multipolare

La battaglia tra democrazie e autocrazie è perduta, non ha mai avuto possibilità di successo, ma questo non vuol dire che verrà abbandonata. Perché trattasi di una battaglia in grado di ammaliare gli elettorati più sensibili al tema dei diritti. Perché parte del più ampio disegno con cui gli Stati Uniti porteranno avanti la loro lotta a Russia e Cina, cercando di trascinare l’Alleato europeo al loro seguito.

Il regime sanzionatorio alla Russia, ad esempio, persegue un fine politico – il disaccoppiamento di Unione Europea e Russia teleguidato dagli Stati Uniti – utilizzando un pretesto morale: disinvestimenti e penalità di vario tipo in reazione all’aggressione subita dall’Ucraina. E anche l’altra guerra fredda, quella sino-americana, ha una componente etica: rilocalizzazioni e sanzioni come risposta agli accadimenti tra Xinjiang, Tibet e Hong Kong.

La guerra alle autocrazie è naufragata perché poggiante su un doppiopesismo insostenibile, che eleva alcuni conflitti e ne ignora altri, e ingiustificabile, perché distinguente implicitamente tra morti di serie A e di serie B. Doppiopesismo che porta acqua al mulino dei detrattori dell’Occidente, i quali, non a caso, ne enfatizzano i limiti e ne denunciano le contraddizioni allo scopo di magnetizzare il consenso di indecisi e non allineati.

La guerra alle autocrazie è naufragata perché poggiante su quello che papa Francesco ha definito il “formato Cappuccetto rosso”, veicolo di un ritratto ingannevole del mondo, dipinto in bianco e nero, sebbene sia, in realtà, un’enorme sfumatura di grigio. È naufragata perché Biden avrebbe dovuto ammetterlo sin dal principio, confidando nella ricompensa dell’onestà, che non è mai stata una questione di Democrazia contro Autocrazia, ma di Momento unipolare contro Transizione multipolare.

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