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Ruth Bader Ginsburg è stata una di quelle donne destinate a fare la storia. Nonostante non siano passati nemmeno due anni dalla sua morte, il suo volto è già nei libri di storia. Tuttavia, il suo nome riecheggia in queste settimane nei corridoi che contano di Washington DC e più di qualcuno, fra i dem, guarda al caso della celebre giudice come ad un’occasione mancata, che avrebbe permesso un corso differente degli eventi, soprattutto in merito alla recente sentenza sull’aborto.

Un errore di calcolo

Ma facciamo un passo indietro. Siamo nell’autunno 2016 e l’era Obama sta per terminare in quel di Pennsylvania Avenue. Ruth Bader Ginsburg, iconica voce progressista della Corte Suprema, paladina dei diritti delle donne ha 83 anni ma, soprattutto, è tornata a soffrire di quella malattia senza scampo che l’aveva già colpita nel 1999. L’era Obama termina ed inizia l’era Trump. Vittorioso alle elezioni del 2016, il neopresidente nomina inizialmente Neil Gorsuch alla Corte Suprema, mantenendo così l’equilibrio fra i seggi nel dopo Antonin Scalia, il leggendario giudice conservatore. Nel 2018, l’occasione è ghiotta per procedere con una seconda nomina, quella di Brett Kavanaugh. Nel mezzo del processo di conferma, quest’ultimo viene accusato di aggressione sessuale: accuse pesanti che nega con forza e che, grazie all’appoggio incondizionato di Trump, riesce a superare incassando la conferma in Senato.

La morte di Ruth Bader Ginsburg nel 2020 concede a Trump una terza nomina, quella in grado di far pendere la Corte a destra per gli anni a venire. Lo fa ad appena un mese dalla scadenza del suo mandato: una possibilità legittima, ma poco opportuna. Il suo “giudice di mezzanotte” sarà una donna, Amy Coney Barrett, una vita da attivista antiabortista ma, soprattutto, 48enne. Ed è così che l’attuale Corte Suprema diventa l’elefante nella stanza dell’amministrazione Biden.

Un errore di calcolo di portata storica per i democratici, che forse si poteva evitare. La questione della nomina a vita dei giudici è una delle più dibattute nella storia degli Stati Uniti. Sono in molti a chiedersi, infatti, se al di là della loro esperienza, sia il caso di concedere a membri così in là con gli anni di decidere il futuro della nazione. Così come è ripetutamente messa in discussione la loro derivazione “politica”, esattamente come la loro decisione su quando e se dimettersi anticipatamente.

Le nomine di Obama

Nonostante “con i se e con i ma, la storia non si fa”, una retrospettiva suggerisce che se Ginsburg si fosse ritirata quando aveva 80 anni nel 2013, Obama avrebbe potuto spingere per la conferma di un giudice liberale, poiché all’epoca dei fatti i Democratici controllavano il Senato. Le polemiche si inasprirono, poi, all’inizio del secondo mandato di Obama. È anche vero che la giudice avrebbe potuto ritirarsi in qualsiasi momento, magari ugualmente scomodo per i democratici. Anche se avrebbe potuto, Ginsburg chiarì ripetutamente di non avere intenzione di ritirarsi, sperando di poter dare il proprio contributo almeno per qualche altro anno. Infatti, nel 2019, difese strenuamente la sua decisione di rimanere alla Corte.

Una delle ragioni di tanto tentennamento fu proprio il dubbio circa la capacità di Obama di nominare un sostituto che sarebbe andato bene a tutti: avrebbe potuto o voluto nominare un giudice “ultra progressista”? Il Senato avrebbe approvato una persona del genere? Una maggioranza democratica al Senato è durata fino alle elezioni di metà mandato del 2014, concedendo a Obama quasi due anni di controllo del legislativo che, in teoria, avrebbero potuto essere utilizzati per far passare un candidato ultraliberale. A guardare le altre sue nomine, Elena Kagan non è di certo un’ultra-progressista, bensì una moderata; di ben altra tempra Sonia Sotomayor. Merrick Garland, invece, il candidato di Obama per sostituire Scalia, non venne confermato: immediatamente dopo l’annuncio, il leader della maggioranza al Senato Mitch McConnell decretò il suo fermo rifiuto di considerare i candidati alla Corte Suprema fino alla successiva inaugurazione presidenziale. Citando la famosa “regola Thurmond”, McConnell sostenne che non avrebbe dovrebbe esserci una nomina così vicina alle successive elezioni. E Garland era di certo un moderato.

Il caso del giudice Breyer

Certamente i dem sono stati più lungimiranti con l’harvardiano, ma di certo meno iconico, giudice Stephen Breyer. Di orientamento liberale, a 83 anni era il più anziano degli altri otto magistrati della Corte Suprema fino al gennaio scorso. Autore di importanti sentenze a sostegno del diritto all’assistenza sanitaria, promotore dei diritti LGBT e strenuo detrattore della pena di morte. Dopo la vittoria alle elezioni del 2020 numerosi attivisti dem avevano esortato Breyer a farsi da parte, temendo l’eventuale anatra zoppa il prossimo autunno al midterm. Così, è stato possibile l’avvicendamento tra Breyer e Ketanji Brown Jackson. Nei fatti, non muta l’equilibrio ideologico della Corte, ma quantomeno questa opzione consente di irrobustire l’ala liberale con una giurista molto più giovane. Memori della vicenda Ginsburg, i democratici hanno sentito il fiato sul collo della possibilità di perdere il controllo del Senato e dunque di poter vedere ridotti a due i “propri” giudici. Le pressioni su Breyer, inoltre, hanno consentito di nominare la prima donna nera a un seggio della Corte Suprema, il che ha il suo valore iconico e, dunque, politico.

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