All’indomani della Seconda guerra mondiale, la comunità internazionale ha creato, per mezzo di Nazioni Unite e altri strumenti legali internazionali, quello che accademici e politici hanno ribattezzato l'”ordine mondiale postbellico“. Il mondo era determinato a prevenire catastrofi globali su larga scala facendo rispettare determinati principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite.
Siccome la Seconda guerra mondiale fu preceduta dalle rivendicazioni territoriali della Germania nazista sulla Cecoslovacchia – così come dalle rivendicazioni irredentistiche da parte di elementi nazionalistici di varie nazioni europee e, in generale, dal concetto di “parentela etnica” oltreconfine –, i fondatori delle Nazioni Unite enfatizzarono il principio dell’integrità territoriale e della sovranità.
Gli sviluppi postbellici avrebbero condotto alla decolonizzazione e a una pluralità di dispute territoriali, alcune delle quali rivelatesi delle fonti di instabilità globale, come il conflitto arabo-israeliano.
Confini e Guerra fredda
La rivalità globale tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica fu caratterizzata tanto dal confronto ideologico tra liberalismo e comunismo quanto dalle ambizioni delle due potenze di dominare il mondo, anche ricorrendo a vari mezzi di controllo politico, nonché dalla messa da parte delle espansioni territoriali dirette e da una generale prioritarizzazione del principio di integrità territoriale. In diverse occasioni è capitato che alcuni Paesi sperimentassero divisioni e riscritture dei confini, come il Bangladesh o il Congo, ma, nel complesso, sarebbe stata più l’eccezione che la norma.
Gran parte dei problemi territoriali sorse come conseguenza della decolonizzazione, che comportò la nascita di vari Stati emergenti fuori da America ed Europa e la comparsa dei relativi problemi, le “questioni del mondo in via di sviluppo”, tra Asia e Africa.
Stati Uniti e Unione Sovietica avrebbero gestito la competizione globale principalmente attraverso guerre per procura nel Terzo Mondo basate sulla lotta ideologica, ritenendo le identità etniche un qualcosa di datato e obsoleto. Sarebbe stato il collasso dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia a riportare il tema nel cosiddetto Vecchio Mondo, ma le Nazioni Unite non erano preparate ad affrontarlo, soprattutto perché l’equilibrio bipolare non esisteva più e l’Unione Sovietica era implosa a causa della sua composizione etnica.
È importante sottolineare che la dissoluzione dell’Unione Sovietica e della Jugoslavia non rientrò, secondo i canoni del diritto internazionale, all’interno del processo di decolonizzazione. Si trattò, invece, di scissioni concordate – Belaveža e Alma-Ata del 1991 per la prima, il Comitato arbitrale Badinter del 1991-93 per la seconda – che trasformarono i confini amministrativi delle ex repubbliche costituenti l’Unione Sovietica e la Iugoslavia nelle frontiere di nuovi stati.
L’Armenia fu il primo paese a rompere questo principio [rispetto dell’integrità territoriale e scissioni concordate, ndr], sollevando la questione dell’indipendenza della regione azerbaigiana del Nagorno Karabakh. Non riuscendo a ottenere il riconoscimento ufficiale dell’indipendenza del Nagorno Karabakh, Erevan adottò decisioni a livello di legislazione domestica, come consentire al karabakho Robert Kocharyan di competere per la presidenza armena, volte a legalizzarne l’annessione.
Il disprezzo per le norme del diritto internazionale in un angolo remoto d’Europa non catturò l’attenzione dei grandi politici europei e statunitensi. Cosicché la tendenza all’irredentismo e al separatismo nell’era post-socialista sarebbe stata seguita dal riconoscimento ufficiale dell’indipendenza del Kosovo dagli Stati Uniti e i loro alleati occidentali, e da quelli di Abcasia e Ossezia del sud da parte della Russia, entrambi avvenuti nel 2008.
Il nuovo mappamondo del Momento unipolare
Il momento dell’unilateralismo, capitanato dagli Stati Uniti per due decenni – anni Novanta e anni Duemila –, sfortunatamente non è stato utilizzato per consolidare il sistema internazionale ma, al contrario, per plasmarlo affinché soddisfasse gli interessi della dominanza americana.
In questo contesto [il momento unipolare, ndr], il liberalismo fu probabilmente ritenuto il modello più attraente, in quanto indicato dagli sviluppi storici come una soluzione percorribile a una moltitudine di problemi sociali ed economici, ma fu applicato scorrettamente, ignorando le peculiarità regionali. Aggravando le tensioni religiose in Medio Oriente, dove è stato spesso utilizzato da varie forze politiche, come Stati Uniti, India e Iran, il liberalismo è stato percepito non come un mezzo per la democrazia e il benessere sociale, ma come una mera copertura per una nuova forma di colonialismo.
L’idea dell’autodeterminazione etnica, che contribuì a smantellare l’Unione Sovietica e minacciò altri imperi, globali come piccoli e regionali, sembrava essere diventata irresistibilmente attraente per l’Occidente. Un’ideologia di libertà. Giacché fu per merito dell’autodeterminazione se molti imperi repressivi europei furono consegnati alla storia. Ma sono sorte delle domande a riguardo: quali sono i limiti dell’autodeterminazione? Quali comunità etniche dovrebbero avere il diritto all’indipendenza? Il diritto internazionale forniva alcune definizioni di autodeterminazione, ma erano per lo più rilevanti per le ex colonie europee.
I Paesi occidentali hanno accolto i nuovi stati emersi in Asia e Africa [nel dopo-guerra fredda, ndr], come Eritrea, Timor Est e Sud Sudan, e, in molte occasioni, hanno appoggiato “comunità etniche amichevoli”, come i cristiani in Sud Sudan o il Kosovo, come cuscinetti contro regimi illiberali. Ciononostante, una volta che suddette comunità hanno ottenuto l’indipendenza, e qui l’esempio sudsudanese dei massacri avvenuti nel dopo-indipendenza è abbastanza vivido, sicurezza e diritti umani non sono migliorati al loro interno. Contrariamente a quanto accaduto nei loro ex stati genitori, che hanno registrato progressi dopo che è cambiato il loro regime politico, cosa da cui è scaturito il dibattito sulla correlazione tra democrazia e lotta etnica.
I conflitti emersi nelle democrazie tradizionali, come il Regno Unito, il Canada e la Spagna che hanno assistito, rispettivamente, a rivendicazioni per l’autodeterminazione da parte di Scozia, Québec, e Catalogna, hanno mostrato come l’appetito per il supporto all’indipendenza tra le democrazie avanzate sia molto basso.
Si sente spesso parlare dell’importanza di sostenere il cosiddetto “ordine internazionale basato sulle regole”, ma lo spazio per l’interpretazione resta piuttosto ampio. Come sottolineato da Stephen Walt in un eloquente pezzo per Foreign Policy, giustamente intitolato “Some Rules of Global Politics Matter More than Others“, le “regole sono importanti, ma lo spazio per la loro interpretazione è enorme e gli stati potenti, solitamente, trovano dei modi per aggirare qualsiasi ostacolo che una norma potrebbe imporre”.
Le decadi della dominanza unipolare degli Stati Uniti, durata dal 1991 – il collasso dell’Unione Sovietica – al 2008 – l’invasione russa della Georgia e la crisi finanziaria –, hanno reso evidente come l’ordine internazionale basato sulle regole fosse definito dagli Stati Uniti.
Nel 2008, gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali decidevano di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, aprendo un vaso di Pandora per paesi come la Russia, desiderosa di ricostituire il suo vecchio impero, che ne avrebbe approfittato per sanzionare il riconoscimento di entità separatistiche nel territorio dell’ex Unione Sovietica e per rivendicare apertamente le terre di paesi vicini, iniziando con l’annessione della Crimea nel 2014 e continuando con la guerra d’aggressione all’Ucraina cominciata nel 2022.
La guerra in Ucraina, che è una fragorosa violazione del diritto internazionale, non può essere giustificata in alcun modo dalle [precedenti] azioni degli Stati Uniti. Ma il punto che sto cercando di esprimere qui è che, nel 2022, il diritto internazionale e l’ordine liberale basato sulle regole erano stati già consumati dalle azioni delle potenze globali. Tra le ragioni dell’erosione, i conflitti etnici e le rivendicazioni territoriali.
Nell’immediato dopo-guerra fredda, nel 1992, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite, nel rapporto “Agenda per la pace“, sottolineava che “la pietra fondativa […] deve rimanere lo Stato. Il rispetto per la sua sovranità e la sua integrità sono cruciali ai fini di ogni comune progresso internazionale”. E ammoniva: “se ogni gruppo, linguistico, religioso o etnico, rivendicasse una sua statualità, non ci sarebbe limite alla frammentazione e la pace, la sicurezza e il benessere economico diventerebbero, per tutti, più difficili da conseguire”. Ciononostante, all’indomani della Guerra fredda, il punto di vista dei principali paesi occidentali sulle aspirazioni separatistiche di certi gruppi etnici fu, invece, piuttosto accogliente.
Le origini della questione Karabakh
Negli anni Novanta, gli statunitensi osservavano questi movimenti [i separatismi etnici, ndr] attraverso il prisma delle lenti liberali e li incoraggiavano, dato che avrebbero potuto essere d’aiuto nel disarcionamento di vecchi rivali in virtù del loro ispirati dal radicalismo e dall’ultranazionalismo. Finita l’era dei grandi imperi globali, c’erano adesso dei leader etnici, signori della guerra e opportunisti che predicavano la nascita di piccoli imperi regionali, come la “Grande Armenia” nel Caucaso meridionale basata sul concetto di “miatsum” (l’unificazione dei popoli armenofoni).
Senza scendere nei dettagli storici, il problema principale fu l’oblast’ autonomo del Nagorno Karabakh all’interno dell’Azerbaigian (Nkao), una creazione artificiale delle autorità sovietiche risalente al 1921-23, che ritagliò dei territori per gli armeni nella regione storica del Karabakh, che allora aveva una popolazione prevalentemente azerbaigiana. Come già accaduto con molti altri conflitti, la schiera di storici e intellettuali “in guerra” iniziò una pericolosa danza macabra attorno alla richiesta degli armeni karabakhi di unirsi all’Armenia nel febbraio 1988.
I conflitti etnici sono sostanzialmente di due tipi. Il primo vede un gruppo etnico che vuole separarsi e cerca di ottenere l’indipendenza. Il secondo ha un nome più accademico, irredentismo, e consiste nell’ambizione di allargarsi e unirsi a degli stati parenti. Molti conflitti hanno un qualche sfondo storico, ragion per cui i risentimenti causati da massacri o problemi religiosi, sociali o economici rivestono un peso. Un gran numero di questi risentimenti sono legittimi e vanno risolti, mentre molti altri, nel frattempo, conducono al coinvolgimento di orde di signori della guerra e di imprenditori che profittano da vendita di armi e traffici illegali.
Le rivendicazioni territoriali armene hanno prodotto caratteri simili, sia localmente sia nella vasta e influente diaspora armena – forse una delle più organizzate e rumorose comunità in molti dei principali paesi occidentali. Questa è stata una delle ragioni per cui, quando il conflitto è eruttato nel 1987-88, i liberali russi e i politici occidentali, ma anche celebrità e giornalisti, hanno supportato le dimostrazioni armene che, in essenza, erano parte di un sanguinoso progetto irredentistico.
Nel novembre 1987, uno dei principali consiglieri economici di Michail Gorbačëv, Abel Aganbegyan, un armeno, parlando ad un gruppo di franco-armeni a Parigi, disse di supportare l’unificazione del Nagorno Karabakh con l’Armenia: “ho già avanzato una simile proposta e spero che queste idee saranno implementate nello spirito della perestrojka e della democrazia”.
Gli intellettuali liberali francesi, statunitensi e russi avevano poca conoscenza della complessità storica della regione e trascuravano completamente il contesto morale e legale della questione [karabakha]. Accettarono gli slogan dei nazionalisti armeni in barba ai [loro] valori e supportarono quello che credevano che fosse un movimento di libertà all’interno dell’Unione Sovietica. In un momento in cui tutte le norme e gli accordi sovietici erano in discussione, il problema karabakho era quello di cui tutti gli esperti parlavano, proprio come oggi tutti parlano di COVID19, Taiwan o Ucraina.
Gli eventi successivi nel 1987-90, coi primi rifugiati e i massacri da ambo i lati, lasciarono molti esperti perplessi sulla natura del conflitto. Ma l’ampia disponibilità di spiegazioni superficiali e ricche di sottotoni, come quella dei cristiani armeni in lotta contro gli azerbaigiani musulmani, avrebbe reso la narrazione in Occidente e in Russia complessivamente favorevole all’irredentismo armeno.
La macchina propagandistica armena ricorse alla narrazione storica sul genocidio. In generale, gli armeni erano meglio preparati sia per la lotta armata sia per la guerra informativa. Come riportato dal giornalista britannico Thomas de Waal, a seguito di interviste con gli attivisti armeni in loco, i nazionalisti armeni avevano iniziato a raccogliere armi già nel 1986: “gli attivisti ricevettero un primo carico di piccole armi dall’estero nell’estate 1986 con l’aiuto del Dashnak [il partito nazionalista armeno]”.
I nazionalisti armeni riuscirono a creare un’intera storiografia sul vittimismo e sulla minaccia del genocidio, sebbene prima del 1987 la situazione fosse pacifica e in Azerbaigian non esistesse un dibattito pubblico attorno ad argomenti legati all’animosità armeno-azerbaigiana.
Come evidenziato dal politologo americano Stuart J. Kaufman, la mitologia armena ha giocato un ruolo importante nell’avanzamento di idee su un loro radicamento sul posto plurimillenario e nel convincere il pubblico più ampio che la storia “li autorizza al possesso di quei territori, indipendentemente dall’etnia delle loro attuali popolazioni”. Centrale, in tutto questo, era l’idea di una “grande Armenia” estesa su un’enorme terra tra Caucaso e Medioriente.
Gli armeni, inoltre, svilupparono l’idea del martirio per la fede cristiana, dichiarando di essere il primo stato ad avere ufficialmente adottato il cristianesimo. Gli attivisti armeni avevano dipinto il conflitto in termini religiosi tra i difensori della cristianità in Occidente, sebbene l’Armenia vantasse buone relazioni con l’Iran. Il pubblicista e storico armeno Rafael Ishkhanian scrisse che maledire i musulmani, e in special modo in turchi, ricordando alla gente delle loro brutalità passate, erano “tutte considerate come espressioni di patriottismo”. Odio che sarebbe stato infine allargato agli azerbaigiani, un gruppo etnico vicino ai turchi anatolici.
Mentre dichiaravano che la minaccia di un nuovo genocidio provenisse ora dagli azerbaigiani, il governo sovietico armeno operava insieme ai nazionalisti una pulizia etnica ai danni degli azerbaigiani di Armenia nel 1987-89. Risultato: circa 250.000 azerbaigiani violentemente espulsi dall’Armenia. All’incirca 400.000 armeni avrebbero subito le stesse conseguenze, abbandonando l’Azerbaigian fra il 1988 e il 1990 e in seguito, tra il 1992 e il 1994, altri 700.000 azerbaigiani avrebbero sperimentato la pulizia etnica nel Karabakh occupato dagli armeni e nelle aree adiacenti.
Gli armeni karabakhi chiesero alle autorità centrali di Mosca di trasferire il controllo del NKAO all’Armenia, ma la loro petizione non fu accolta. Il parlamento sovietico armeno agì unilateralmente adottando la decisione di annettere il NKAO il 1 dicembre 1989, ma la mossa fu annullata dalla Corte suprema dell’Unione Sovietica, essendo contraria alla costituzione sovietica – secondo la quale i cambiamenti di confine tra le repubbliche sovietiche dovevano essere concordati tra le tutte parti coinvolte e, in questo caso, l’Azerbaigian non diede il consenso a tale trasferimento.
Mentre l’Unione Sovietica collassava, nel dicembre 1991, i nazionalisti armeni cambiavano le loro tattiche. L’idea del miatsum fu messa da parte perché, nella circostanza in cui Azerbaigian e Armenia fossero diventati due stati indipendenti, l’acquisizione territoriale diretta sarebbe stata percepita dalla comunità internazionale come un’annessione. La parte armena promosse l’idea dell’autodeterminazione, ricevendo un’accoglienza molto più positiva dai politici internazionali.
Sebbene il diritto internazionale fosse fermamente dalla parte azerbaigiana, dato che le Nazioni Unite riconobbero il Nagorno Karabakh come parte dell’Azerbaigian al tempo del suo ingresso, il 2 marzo 1992, l’Armenia avrebbe presto lanciato una guerra su larga scala non dichiarata contro l’Azerbaigian.
Iniziando ad estendere gradualmente il proprio controllo sulle città essenziali del NKAO – ad esempio Șușa l’8 maggio 1992 –, e successivamente quelle nei suoi dintorni, l’Armenia avrebbe occupato l’ex oblast autonomo e sette regioni adiacenti dell’Azerbaigian entro la fine del 1993. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, per tutta risposta, avrebbe adottato quattro risoluzioni nel 1993 riconoscenti l’integrità territoriale dell’Azerbaigian, inclusa la sua sovranità sul Nagorno Karabakh, e richiedenti il ritiro immediato e incondizionato di tutte le forze occupanti dall’Azerbaigian.
Il linguaggio leggermente ambiguo delle risoluzioni, che non implicava direttamente l’Armenia nell’occupazione militare – e questo grazie agli sforzi lobbistici di Francia e Russia nel CdS –, consentì agli ufficiali di Erevan di negare il coinvolgimento del loro esercito e di imputare la situazione agli armeni karabakhi, una popolazione di 120.000 che avrebbe presumibilmente sconfitto le unità regolari dell’Azerbaigian – un paese, al tempo, con una popolazione di sette milioni.
Un grande calderone esteso dal Karabakh al Kosovo
Conflitti drammatici simili scoppiarono in altre ex repubbliche sovietiche, come Georgia e Moldavia, dove piccoli gruppi di separatisti in Abcasia, Ossezia del sud e Transnistria ebbero la meglio sugli eserciti centrali. Eventi accaduti, in ogni caso, col diretto supporto della Russia. Per le autorità russe, ritrovatesi circondate da nuovi stati indipendenti, i conflitti etnici rappresentavano un’opportunità di mantenere le ex colonie sotto controllo. Sicché verso la metà degli anni Novanta, la Russia avrebbe siglato un’unione militare con l’Armenia e altri paesi postsovietici, stabilendo basi militari in Armenia e garantendo, essenzialmente, il controllo armeno dei territori occupati dell’Azerbaigian.
Tragedie innescate da scontri etnici dilaniarono anche i Balcani. La loro vicinanza all’Europa occidentale incoraggiò una reazione più rapida – il flusso di rifugiati e la copertura mediatica spronarono le principali potenze occidentali ad intervenire. Molti leader occidentali e accademici rinomati sponsorizzarono il concetto di interventismo umanitario, anche se alcune delle modalità di questi interventi presentavano delle implicazioni problematiche per l’ordine e il diritto internazionali. In sintesi, certi gruppi etnici furono occasionalmente incoraggiati a provocare violenze così da legittimare gli interventi [umanitari].
Non c’era e non può esserci una singola ricetta per la risoluzione dei conflitti etnoterritoriali. Quali soluzioni siano efficaci è ancora materia di dibattito. In Bosnia, gli accordi di Dayton hanno preservato l’unità nazionale introducendo un accordo di condivisione del potere basato sulle comunità per garantire diritti e sicurezza a tre gruppi etnici, principalmente ai più vulnerabili bosgnacchi. In Macedonia c’era un meccanismo per proteggere la minoranza albanese. Nel caso del Kosovo, invece, le potenze occidentali decisero di promuovere l’autodeterminazione nel suo significato massimalistico, ovvero il diritto alla secessione, rifiutarono quella formula di compromesso “più dell’autonomia, meno dell’indipendenza”, che in qualche modo è reminiscente di ciò che Baku avrebbe potuto offrire alla minoranza armena nel Karabakh. E gli occidentali lo fecero nonostante i termini stabiliti dalla risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite del 1999, statuente la preservazione dell’integrità territoriale della Serbia.
Mentre gli Stati Uniti e i loro alleati riconobbero l’indipendenza del Kosovo nel 2008, molti altri stati, inclusi alcuni europei, rifiutarono di agire in una simile maniera. Le Nazioni Unite, di conseguenza, non ebbero un approccio uniforme. L’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon, enfatizzò che “ogni situazione ha bisogno di essere esaminata sulla base delle sue uniche circostanze” e che il Kosovo era una “situazione veramente peculiare”, cioè sui generis, ovvero un caso unico. Il presidente russo Vladimir Putin descrisse la dichiarazione di indipendenza del Kosovo come un “terribile precedente che tornerà per colpire l’Occidente sul volto” e decise di riconoscere l’indipendenza di Abcasia e Ossezia del Sud quello stesso anno.
L’ex presidente serbo Boris Tadić ha osservato giustamente, in uno scritto che occupa un posto di rilievo in questo numero di Horizons, che “per Putin, la riduzione in fette di altre nazioni inizia col Kosovo, che è citato ripetutamente come un precedente nel riconoscimento o nell’annessione di Ossezia del Sud, Abcasia, Crimea e ora delle regioni dell’Ucraina meridionale e orientale”.
Come già dichiarato prima, non si dovrebbe creare una falsa equivalenza tra le azioni russe e le azioni occidentali nei Balcani, nei quali era presente una situazione complessa coinvolgente crimini di guerra come quelli di Srebrenica. Le conseguenze, e in special modo il contesto legale che la Corte Internazionale di Giustizia cercò di includere nel suo verdetto del 2010 sulla dichiarazione di indipendenza del Kosovo, avrebbero tuttavia ispirato ancora più crimini e ulteriori violazioni del diritto internazionale: “l’inconsistenza ha spogliato il diritto internazionale della sua autorità, creando un mondo in cui le decisioni unilaterali di modifiche territoriali diventano permissibili”.
Anche gli armeni sono stati ispirati dal precedente del Kosovo. Qui, tuttavia, la risoluzione del conflitto armeno-azerbaigiano è stata a lungo una questione rientrante nei lunghi negoziati sotto gli auspici del Gruppo di Minsk dell’OSCE, che, dal 1997, è stato presieduto da Francia, Russia e Stati Uniti. Quello stesso anno le parti sarebbero state veramente vicine a una risoluzione basata su una proposta per uno status di autonomia per il Nagorno Karabakh. Sfortunatamente, il presidente armeno Lewon Ter-Petrosyan, che aveva accettato questa proposta, fu detronizzato nel 1998 e i suoi successori, gli ex signori della guerra karabakhi Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan, preferirono prolungare a tempo indefinito lo status quo nella speranza che in futuro una nuova realtà geopolitica avrebbe permesso di ottenere il riconoscimento internazionale per il Nagorno Karabakh e dunque, infine, l’unificazione con l’Armenia. Ma raggiungere quest’ultimo obiettivo avrebbe richiesto ulteriori sforzi propagandistici.
In Occidente, nel mondo accademico, nei media, e tra liberali e fondamentalisti cristiani, i giudizi orientalistici contro l’Azerbaigian erano preponderanti per diverse ragioni. I fondamentalisti cristiani, ad esempio, credevanno che gli occidentali dovessero supportare la causa armena contro gli azerbaigiani e i turchi in ragione di un qualche loro ruolo messianico. L’accademico americano Thomas Ambrosio ha giustamente parlato di un “ambiente internazionale permissivo” che ha consentito l’occupazione dei territori azerbaigiani. I nazionalisti armeni hanno popolarizzato la campagna per l’autodeterminazione facendo leva su stereotipi pre-esistenti e poi, dopo la sconfitta armena nella seconda guerra del karabakh, hanno promosso l’idea della secessione riparatrice.
Comunque, nel complesso, la comunità internazionale era consapevole dell’occupazione armena e per questo motivo non c’è stata una forte resistenza alle azioni militari dell’Azerbaigian durante la seconda guerra del Karabakh. Come evidenziato da Damjan Krnjević-Mišković, in uno scritto del 2020 per il The National Interest, “a prescindere dagli antichi risentimenti, dai resoconti storici contorti e da qualsiasi altra ambigua affermazione che è stata fatta, la situazione è chiaramente inequivocabile: il risultato del conflitto richiede la fine dell’occupazione militare di Erevan di queste terre e il ritorno di centinaia di migliaia di civili azerbaigiani alle loro case”.
I nazionalisti armeni avevano costruito la loro strategia su un falso assunto, equiparando l’autodeterminazione ai diritti di secessione e di occupazione. Il diritto internazionale è abbastanza chiaro sul diritto all’autodeterminazione, eccetto che nei casi di decolonizzazione, che, però, non si applica alla regione karabakha dell’Azerbaigian: non può aver luogo manu militari e richiede il consenso del governo centrale.
La Carta delle Nazioni Unite e l’Atto di Helsinki dell’OSCE, al quale fanno riferimento gli armeni, sono rigidi per quello che concerne sovranità e integrità territoriale e assumono che l’autodeterminazione non possa violare con la forza suddetti principi. L’Armenia ha capito che non avrebbe potuto vincere il caso diplomaticamente, cioè attraverso le organizzazioni internazionali, perciò ha deciso di imporre il principio del fait accompli – così da far accettare all’Azerbaigian la realtà sul campo o, più semplicemente, l’avvenuta occupazione. L’Azerbaigian, tuttavia, ha sempre sostenuto che non avrebbe accettato il risultato dell’uso della forza e ha cambiato la realtà sul campo nel 2020.
La fraseologia liberale ha insabbiato il terrore armeno della pulizia etnica e dei crimini di guerra come quello di Khojaly del 26 febbraio 1992, quando le unità armate armene distrussero un villaggio azerbaigiano uccidendo 613 persone. Vaste aree dell’azerbaigian furono rase al suolo, contaminate dalle mine, le moschee e le tombe vandalizzate, eppure i decisori liberali negli Stati Uniti e in Europa diedero il loro supporto incondizionato all’Armenia. Il conflitto produsse vittime civili da ambo le parti, nonostante numeri disproporzionatamente maggiori di morti e sfollati li registrò l’Azerbaigian, ma i media occidentali dedicarono molta più attenzione a quelle armene. Come spiegato dagli accademici americani John Mearsheimer e Stephen Walt nel loro libro del 2008, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy, “l’influenza sproporzionata di gruppi di interesse piccoli ma focalizzati aumenta ancor di più quando i gruppi opposti sono deboli o inesistenti, perché i politici devono accomodare soltanto un set di interessi ed è più probabile che il pubblico ascolti solo una versione della storia”.
Gli occidentali rigetterebbero la tesi del pregiudizio orientalista, soffermandosi piuttosto sulla situazione dei diritti umani quale ragione della disparità di trattamento fra Azerbaigian e Armenia. E oggi, infatti, gli esperti armeni e i loro sostenitori fondano le loro tesi sulla democratica Armenia contro l’autoritario Azerbaigian. Ma in che modo i diritti umani si correlino al conflitto è oggetto di riflessioni complesse, giacché sebbene la tesi del deficit democratico calzi facilmente con la narrazione filoarmena dei media, la verità non potrebbe essere più lontana dalla realtà.
Il conflitto, che non è così vecchio e non ha nessun elemento di “odio antico”, affonda le origini nell’epoca della Russia imperiale e, in particolare, durante la Rivoluzione russa del 1905. I primi scontri del 1905-06 ebbero luogo sullo sfondo del montante nazionalismo e di problemi socioeconomici. Il moderno conflitto iniziò nel 1987-88, quando entrambi i paesi erano parte dell’Unione Sovietica, e i problemi sollevati durante le dimostrazioni, economici, sociali e umanitari, erano caratteristici di tutto il sistema sovietico.
I dati economici dimostrano che, in media, gli abitanti del Karabakh godevano di migliori condizioni di vita rispetto al resto della popolazione in Azerbaigian. La mobilitazione degli armeni avvenne attraverso slogan nazionalistici accompagnati da richieste culturali e ambientali. Gli azerbaigiani furono espulsi prima che l’Azerbaigian reciprocasse la misura e, comunque, in seguito avrebbe avuto luogo una piena pulizia etnica sia in Armenia sia nelle aree occupate.
Come argomentato da Stephen M. Saideman e R. William Ayres in Kin or Country: Xenophobia, Nationalism, and War (2015), l’attacco al Nagorno Karabakh dell’Armenia e il piano di spostare “i confini internazionali dell’Armenia nella regione karabakha e di assumere il controllo della popolazione armena di quell’area [attraverso la pulizia etnica degli azerbaigiani] mirava a risolvere un problema che i nazionalisti xenofobi vogliono spesso evitare – l’incorporazione delle Alterità”. E questo è attestabile dal fatto che il conflitto, piuttosto che scaturire da una necessità nata da preoccupazioni per i diritti umani, fu il prodotto di un piano gingoistico basato sull’idea di una grande Armenia.
Parlare del conflitto come della conseguenza di un problema democratico implica affermare che l’Occidente sarebbe stato più simpatetico verso la posizione azerbaigiana se fosse stato più democratico. Ma gli eventi del 1992, più specificamente la sezione 907 del Freedom Support Act e il congelamento degli aiuti americani all’Azerbaigian – implementati durante la presidenza del filoccidentale e filodemocratico Abulfaz Elchibey –, confutano queste affermazioni.
Tutti i leader dell’Azerbaigian sono diventati vittime della villainizzazione occidentale, indipendentemente dalle loro politiche domestiche. L’armenia, nel frattempo, pur essendo stata guidata da signori della guerra per vent’anni (1998-2018), e nonostante le pratiche corrotte e autocratiche dei suoi governi, continua a godere di supporto tra i politici occidentali e i tradizionali sostenitori della lobby armena.
Altrettanto essenziale è decodificare l’attuale visione della democrazia dell’attuale primo ministro Nikol Pashinyan. Il fatto che la visione democratica di Pashinyan possa essere estesa soltanto agli armeni etnici, mentre gli azerbaigiani subiscono la pulizia etnica dall’Armenia (e, fino alla guerra del 2020, dai territori occupati dell’Azerbaigian), rende questa visione più simile al suprematismo bianco che non alla democrazia.
In conclusione, l’attuale esistenza di conflitti etnoterritoriali all’interno delle democrazie occidentali avanzate, come il Québec in Canada, la Scozia nel Regno Unito, o la Catalogna in Spagna, indebolisce l’ipotesi della correlazione tra diritti umani e conflitti identitari.
In molte occasioni viene anche invocata la retorica sui diritti umani quale causa dei conflitti. Come già scritto, i paesi occidentali hanno supportato la creazione e la secessione di molti stati, come l’Eritrea e il Sud Sudan, ma senza che ciò abbia migliorato la situazione, in termini di libertà, dei loro abitanti. Il Kosovo è un altro esempio vivido: le persone che fondarono l’Esercito di Liberazione del Kosovo (ELK), come l’ex presidente Hashim Thaçi, l’ex portavoce del parlamento kosovaro Kadri Veseli, l’ex portavoce dell’ELK Jakup Krasniqi e l’ex comandante dell’ELK Rexhep Selimi, sono stati tutti successivamente portati davanti alla giustizia per numerosi crimini di guerra. Gli ex presidenti armeni Robert Kocharyan e Serzh Sargsyan si sono vantati della loro partecipazione in azioni armate e hanno ammesso il loro ruolo in crimini di guerra – Sargsyan confessò al giornalista britannico Thomas de Waal il suo ruolo nel massacro di Khojaly. Prima del conflitto siriano, il più alto numero di rifugiati in Germania proveniva dal Kosovo, e allo stesso tempo, in Europa si trovavano più rifugiati politici dall’Armenia che dall’Azerbaigian.
In conclusione, i dibattiti sulle ingiustizie, sui genocidi del passato e sugli altri torti subiti dall’Armenia, che doterebbero gli armeni di un diritto morale alla secessione dinanzi alle violazioni dei diritti umani in Azerbaigian, dovrebbero essere affiancati da quelli sulla pulizia etnica subita dagli azerbaigiani in Armenia e nel Karabakh e sulla creazione di uno stato armeno essenzialmente monoetnico all’insegna dello slogan “nessun turco in Armenia”. Slogan udito per le strade di Erevan nel marzo 2022, quando il governo di Nikol Pashinyan espresse inizialmente consenso alla proposta dell’Azerbaigian di un mutuo riconoscimento dell’integrità dei due stati. Gli orribili crimini e le distruzioni commesse dagli armeni non possono essere giustificati a causa delle tragedie passate, anche se le accettassimo incondizionatamente.
L’importanza dell’integrità territoriale
Pur in presenza di innumerevoli esempi di secessioni e cambiamenti di confine problematici, alcuni politici ed esperti influenti si ostinano a invocare la creazione di nuovi stati così da risolvere i problemi sperimentati dalle persone nelle realtà in cui vivono. Difficoltà economiche e carenza di buona governance, in definitiva, hanno un impatto sulle tensioni etniche. Ma la soluzione non sta nella riscrittura dei confini, quanto nel creare le condizioni perché i governi centrali funzionino adeguatamente e garantiscano sicurezza e libertà ai vari gruppi etnici che vivono insieme. La soluzione è la coesistenza, la cooperazione, non la costruzione di nuovi confini e muri. I liberali di tutto il mondo dovrebbero combattere per questa visione di un mondo globalizzato.
La guerra russa contro l’Ucraina ha fatto sì che molti politici europei ripensassero il loro approccio ai temi dell’autodeterminazione e dell’integrità territoriale. Cosa si dovrebbe fare coi russi crimeani che hanno espresso il desiderio di vivere sotto la giurisdizione russa? Si dovrebbe riconoscere che, storicamente, la Crimea sia stata trasferita all’Ucraina soltanto nel 1954?
Leader e storici russi affermano che l’identità ucraina è un sottoprodotto della costruzione nazionale bolscevica. Allo stesso modo, i nazionalisti armeni parlano del trasferimento del Nagorno Karabakh all’Azerbaigian del 1921, sebbene i documenti archivistici sostengano che già ne facesse parte, asseriscono che gli azerbaigiani sono un gruppo etnico distinto, risultato della politica delle nazionalità di Stalin, affermano che i loro connazionali non vogliono vivere sotto il dominio azerbaigiano e, proprio come i leader russi parlano del nazismo in Ucraina, i leader armeni parlano della dittatura in Azerbaigian.
La comunità internazionale, sfortunatamente, non fronteggia soltanto delle gravi sfide provenienti da leader etnonazionalisti e da attivisti xenofobi. Perché sono i paesi che guidano il mondo a minare frequentemente l’ordine internazionale liberale basato sulle regole – e lo fanno a loro rischio e pericolo.