La geopolitica della corsa allo spazio
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Si approssima il 20 gennaio 2021, data in cui – a meno di sorprese inattese dalla campagna legale del presidente uscente – terminerà definitivamente la breve ma intensa epopea di Donald Trump, colui che ha portato la rivoluzione populista alla Casa Bianca e che ha lasciato dei segni indelebili nell’ordine internazionale.

La saga del trumpismo è stata realmente fugace, ma questo non significa che i suoi effetti sul piano planetario saranno transitori. Infatti, gli accadimenti degli ultimi quattro anni non svaniranno dall’oggi al domani con l’insediamento di Joe Biden alla Casa Bianca, perché l’eredità di Trump è pesante, significativa e non potrà essere completamente cancellata, potrà soltanto essere raccolta ed utilizzata come una guida per la posterità.

Il mondo avrà un volto irriconoscibile

La squadra di Joe Biden sarà chiamata ad affrontare delle sfide epocali per gli Stati Uniti in un mondo che, in soli quattro anni, è profondamente cambiato e presenta un volto quasi irriconoscibile. Si tratta del “mondo di Trump“, come è stato ribattezzato da Foreign Affairs, ed è una realtà complessa, sfaccettata e irta di ostacoli, che metterà a dura prova ogni tentativo di difendere la primazia declinante dell’egemonia americana.

Il lascito di Trump è un mondo in cui l’unilateralismo ha soppiantato (di nuovo) il multilateralismo, dove la rete di agenzie ed enti delle Nazioni Unite ha cessato di essere monopolizzata esclusivamente da Washington, e che ha portato alla luce la profondità delle fratture tra le due sponde dell’Atlantico. Biden, inoltre, dovrà prepararsi alla missione più ardua: la competizione tra grandi potenze.

Furono le politiche del duo Obama-Biden a spianare la strada all’avvio di una nuova guerra fredda con la Russia, tra rivoluzioni colorate, sanzioni e strategia della terra bruciata, ma, rispetto al 2014, lo scontro egemonico si è arricchito di un nuovo giocatore, la Cina. Tornare indietro non sarà possibile, perché in palio vi è la sopravvivenza dell’ordine liberale americano-centrico creato nel secondo dopoguerra, ma Biden non ha mai nascosto una certa insoddisfazione verso il modo in cui la partita è stata condotta da Trump ed è altamente probabile, perciò, che verranno impiegati dei mezzi differenti, lasciando i fini inalterati.

Tra passato, presente e futuro

Il mondo di Trump è nuovo e vecchio al tempo stesso: nuovo nel modo in cui, ad esempio, la Casa Bianca ha trattato gli alleati europei, tentando di frammentare l’Unione Europea attraverso la strumentalizzazione dell’euroscetticismo e dei sentimenti di ostilità verso l’egemonia francotedesca; vecchio nel modo in cui sono state fatte delle promesse poi rivelatesi impossibili da mantenere, come ad esempio la fine delle guerre infinite.

La ritirata strategica dal Medio Oriente e dall’Asia centrale, ossia l’Afghanistan, non è avvenuta nei modi e nei tempi desiderati dall’amministrazione Trump, ma sarebbe erroneo bollare come propaganda elettorale la promessa tradita. Infatti, la dottrina Trump non ha mai contemplato il rientro in patria totale di tutti quei soldati impegnati a combattere la Guerra al Terrore (War on Terror) sin dal dopo-11 settembre; l’obiettivo originale era ed è una ritirata strategica con annesso riposizionamento nei nuovi teatri di importanza pivotale.

In questo contesto di riorientamento strategico si inquadrano gli accordi di Abramo, i quali, facilitando la pacificazione dell’area Medio Oriente e Nord Africa e appaltandone la gestione all’asse tra Israele, Egitto e petromonarchie della penisola arabica, si riveleranno funzionali a garantire un graduale ricollocamento delle forze militari statunitensi nell’Indo-Pacifico.

Le guerre infinite, però, non sono terminate: l’Iraq continua ad essere occupato, ugualmente a Siria e Afghanistan, e resterà in operatività la rete di basi e avamposti costituita dal 2001 ad oggi. Guerra al terrorismo e sottomissione strategica del mondo musulmano continueranno ad essere presenti nell’elenco degli interessi dell’agenda estera della Casa Bianca, ma la priorità sarà data allo scontro egemonico con l’asse russo-cinese.

In breve, Trump ha cambiato tutto affinché nulla cambiasse, ossia affinché l’America restasse grande (Keep America Great). Per questo motivo, come ricorda Foreign Affairs, “Trump non ha ridotto gli impegni militari degli Stati Uniti all’estero: li ha estesi” e ha condotto ad una “iper-militarizzazione della politica estera americana”.

Biden invertirà alcune tendenze, come ad esempio il supporto a oltranza al populismo di destra e la preferenza per l’unilateralismo, ma non cesserà le ostilità con Russia e Cina fino ad una vittoria totale e non concluderà l’odissea delle guerre infinite. La visione di Biden, del resto, differisce per molti aspetti da quella di Trump, ma l’obiettivo di fondo è identico: la protezione dell’egemonia americana.

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