La lentezza con cui si è attivata la diplomazia Onu in Libia sta palesando in queste ore tutto il disinteresse internazionale che pervade il conflitto tra Kahlifa Haftar e l’esecutivo di Fayez al-Serraj. Il cessate il fuoco proposto dalle Nazioni Unite, e accettato da entrambe le parti, è stato rispettato solo per qualche ora. Gli ultimi sviluppi, insomma, non fanno pensare a nulla di buono per le sorti della guerra e dei civili.

L’elemento più contraddittorio, in questo contesto, è rappresentato dall’ambiguità dei governi occidentali in questo scacchiere. Ambiguità che è stata abilmente sfruttata dal presidente russo Vladimir Putin (e certamente non solo per scopi puramente umanitari). La Libia è infatti un Paese fondamentale nella rete di alleanze del Cremlino, come testimoniano alcuni passaggi della conferenza stampa congiunta con il premier Giuseppe Conte.

Tornato a Roma dopo quattro anni di assenza, Putin ha dedicato uguale tempo e intensità a due temi a prima vista di peso molto diverso: le sanzioni dell’Unione europea in risposta alla crisi in Ucraina e l’instabilità della Libia. Come se la tensione con le potenze europee fosse equiparabile al riassetto di un Paese nordafricano alla cui condizione precaria il resto del mondo pare ormai essersi abituato. In tale occasione Putin ha così investito l’Italia del ruolo di mediatore fra Russia e Unione europea e ha rivendicato per sé il medesimo ruolo nel conflitto in Libia.

La strategia di Putin in Libia

Dalla rivoluzione del 2011 che portò alla morte di Muammar Gheddafi, Mosca ha saputo cucirsi addosso una reputazione di consigliere saggio e accorto (almeno questo è il punto di vista dei libici), grazie a un approccio equilibrato ed evitando di propendere fermamente da una parte o dall’altra. Putin, ad esempio, è sempre stato un fermo oppositore dell’intervento militare organizzato dalla Francia di Nicolas Sarkozy e accolto con slancio dalla maggior parte dei Paesi occidentali che ha provocato il caos in cui oggi si trova il Paese.

Le ragioni della prudenza del Cremlino sulla questione sono da ricercare in fattori interni ed esterni alla Libia stessa. I primi concernono lo stato della guerra. Putin ha appoggiato sommessamente ma attivamente il generale Khalifa Haftar, in particolare per rafforzare il controllo sulle riserve di petrolio libico presenti principalmente nella parte orientale del Paese, la Cirenaica. Ma soprattutto è stato il generale a cercare il sostegno del presidente russo nella sua marcia verso Tripoli. Fra il 2016 e il 2017 Haftar si è recato a Mosca per ben tre volte, verosimilmente in cerca di aiuto militare, e ancora due volte nel 2018 (l’ultima a novembre, a pochi mesi dall’inizio dell’offensiva). L’adesione di Putin è scemata con il rallentare dell’avanzata, e pare essersi arrestata del tutto con la sconfitta di Haftar a Gharyan del 28 giugno e il momentaneo ribaltamento delle sorti del conflitto prima dell’assedio di Tripoli. Un aiuto più consistente da parte di Mosca al generale della Cirenaica avrebbe di certo inasprito le relazioni con l’Europa, ma questa è un’ipocrisia tutta francese.

Crollano le pedine dello scacchiere russo

A ispirare cautela sono però soprattutto i seggi traballanti degli amici di Putin nel resto del mondo. In Venezuela, fallite le prove di forza, Nicolas Maduro si è abbassato ad aprire un tavolo di trattative con Juan Guaidó. L’algerino Abdelaziz Bouteflika era il maggior acquirente di armi dalla Russia, e Putin sperava di mantenere i buoni rapporti con l’ex colonia francese anche dopo le sue dimissioni. Ma l’arresto del fratello del presidente e le manifestazioni contro il vecchio regime paventano un diverso futuro per il Paese. L’opportunistica alleanza con l’Iran rischia di rivelarsi problematica. Infine, la Siria è un cumulo di macerie, e Bashar al Assad è rimasto al potere solo grazie a un intervento diretto di Mosca. Insomma, Putin ha bisogno di alleati, e non può permettersi di perdere anche la Libia.

L’equilibrismo strategico in Nord Africa ha avuto il suo culmine proprio a Palazzo Chigi, quando Putin ha assicurato davanti alle telecamere che in Libia Mosca “appoggia sia Serraj che Haftar”. È una politica del possibile, quella del presidente russo, che mira a occupare il ruolo che le potenze occidentali hanno abbandonato. Sia Putin che Conte spingevano per la soluzione diplomatica, “un processo inclusivo” con l’obiettivo della “cessione immediata delle ostilità e la stabilizzazione della Libia”.

L’Italia ne trarrebbe frutti più politici che economici. Un governo libico saldo sarebbe un migliore interlocutore per quel che riguarda la gestione della crisi migratoria, mentre il declino del Green Stream perderà rilevanza dopo l’inaugurazione del Tap prevista per l’anno prossimo. D’altronde il gas naturale della Libia rappresenta solo una piccola parte delle entrate del Paese, mentre negli ultimi anni (precedenti alla guerra civile) la produzione di greggio è cresciuta a dismisura. Il petrolio, secondo fonti Opec, costituisce ormai l’82% dei guadagni delle esportazioni. La Libia è entrata a far parte dei Paesi produttori nel 1963 e detiene il 3% delle scorte di petrolifere mondiali.

Per questa ragione anche l’interesse di Putin in Libia è da considerare in un quadro più ampio. Una presenza più forte nel Paese permetterebbe alla Russia di espandere la propria influenza sul Mediterraneo centrale e sul Nord Africa, e di dare forma al ruolo che Tripoli giocherà nel mercato globale dell’energia.

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