L’epilogo di un Mondiale di calcio a uso e consumo di Donald Trump

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È terminato domenica sera il Mondiale di calcio del 2026, quasi certamente il più controverso della storia. Non il primo Mondiale di calcio a tenersi in un paese politicamente problematico, ma di sicuro quello che è stato più marcatamente egemonizzato dalla figura del presidente del paese ospitante. I capi di Stato non sono mai mancati, sulle tribune degli stadi nelle edizioni precedenti, ma – a dispetto delle loro sensibilità in termini di diritti umani – sono sempre state figure discrete. Donald Trump, invece, alle partite non si è visto praticamente mai (è andato allo stadio solo per la finale), ma nonostante questo è riuscito a imporre la sua presenza come mai era avvenuto prima.

Dal caso di Folarin Balogun, l’attaccante statunitense a cui ha fatto sospendere una legittima squalifica, alla legittimazione della bandiera esposta dai giocatori argentini per rivendicare le isole Falkland-Malvinas, che teoricamente rappresentava un’altra violazione dei regolamenti. Dagli abusi inflitti alla delegazione dell’Iran, costretta addirittura a trasferire la sede del proprio ritiro dall’Arizona al Messico, all’immotivata espulsione dal paese dell’arbitro somalo Omar Artan, che la FIFA aveva designato per dirigere alcune partite del torneo. Fino al surreale show di venerdì scorso alla Trump Tower, l’edificio di sua proprietà che da un anno ospita anche un ufficio della FIFA, in cui ha detto di volere un altro Mondiale negli USA, “questa volta senza Messico e Canada”.

Il tutto è ovviamente avvenuto con il beneplacito della FIFA, o almeno del suo presidente, Gianni Infantino. Non proprio un silenzio-assenso, però, perché Infantino ha più volte dimostrato, a parole e nei fatti, di essere convintamente sulla stessa linea di Trump. “Questo Mondiale non avrebbe potuto essere un così incredibile successo senza di te, signor Presidente” lo ha incensato Infantino nell’incontro della scorsa settimana, definendo la manifestazione “il più grande evento umano, sociale e culturale che l’umanità abbia mai visto”.

Trump ha bisogno di essere al centro dell’attenzione: è questa, più di qualsiasi altra cosa, la sua vera ideologia politica. Valeva nel 1992, quando accettò di far girare alcune scene del film Mamma, ho riperso l’aereo nel suo Plaza Hotel a patto che potesse fare una comparsata nei panni di sé stesso. E valeva l’estate scorsa, quando Infantino portò negli Stati Uniti il suo nuovo Mondiale per Club e il Presidente decise di restare, in maniera del tutto inopportuna, sul palco dei vincitori mentre i giocatori del Chelsea festeggiavano il loro trionfo.

Un Mondiale americano per gli americani

A livello internazionale, pochissimi, all’infuori dei fan MAGA più spudorati, hanno apprezzato lo spettacolo che la coppia Trump-Infantino ha offerto in questo Mondiale, spesso sovrapponendosi deliberatamente al calcio giocato. Allora, è legittimo domandarsi a cosa sia servito tutto questo, oltre a soddisfare l’ego del Presidente degli Stati Uniti.

Nei suoi studi sullo sportwashing e sull’uso politico dello sport, lo studioso statunitense Jules Boykoff, che insegna Politics & Government alla Pacific University nell’Oregon, ha spesso sottolineato il valore che esso ha soprattutto nei confronti dell’opinione pubblica interna, piuttosto che verso quella esterna. “Questo Mondiale è servito a Trump per parlare agli Stati Uniti e ai suoi elettori, mostrando come la sua amministrazione sia talmente forte da poter scavalcare le regole internazionali del calcio” ha spiegato Boykoff in una conferenza tenutasi giovedì a New York, organizzata dall’associazione Sport & Rights Alliance.

Questa volontà di potenza, capace di rompere anche le norme codificate, è diventata uno dei tratti distintivi dell’amministrazione Trump nella politica internazionale, e il Mondiale è stato semplicemente l’occasione per rifletterla in ambito sportivo. Il messaggio del Presidente al suo paese è che con lui gli Stati Uniti possono agire al di sopra delle regole a cui tutto il resto del mondo deve invece attenersi. Lo sguardo va alle elezioni di mid-term del prossimo novembre, anche se i sondaggi sembrano ben poco incoraggianti per Trump: le rilevazioni dell’Economist stimavano il suo tasso di approvazione al 36% il 12 luglio, e il trend durante le settimane del Mondiale è stato discendente.

Di certo, l’immagine reale che il Presidente degli Stati Uniti ha fornito al termine del Mondiale è stata tutto tranne che di forza. Sonoramente fischiato dal pubblico del MetLife Stadium del New Jersey, Trump è stato addirittura ignorato da uno dei calciatori che doveva premiare, l’argentino Cristian Romero, che ha evitato di stringergli la mano (e lo ha invece fatto con Claudia Sheinbaum e Mark Carney). Trump ha anche provato, come l’anno scorso col Chelsea al Mondiale per Club, a infiltrarsi tra i giocatori della Spagna al momento di sollevare la coppa, ma è stato gentilmente invitato dal capitano Rodri a sistemarsi altrove.

In compenso, le performance di Trump hanno contribuito a screditare ulterioremente il presidente della FIFA, Gianni Infantino. Fischiato assieme a Trump al momento di scendere in campo per la premiazione, è stato visto rincorrere grottescamente il Presidente degli Stati Uniti, cercando (senza successo) di evitare altri momenti imbarazzanti. Sempre più soggetti, nel mondo del calcio, sono scettici verso il suo operato, e nel 2027 Infantino dovrà cercare una rielezione ai vertici della FIFA che sembra di giorno in giorno sempre meno assicurata.