Gli inizi di anno sono molto spesso da dimenticare per la leadership della Repubblica Islamica Iraniana. Nel 2020, il 3 gennaio, gli Usa assassinarono in Iraq Qasem Soleimani, comandante della Forza Quds dei Pasdaran e uomo forte delle armate di Teheran; quattro anni dopo, fu l’Isis-K a colpire Kerman con un violento attentato (94 morti) nello stesso giorno. Il 2026 si è aperto come il 2025 si è chiuso, con ondate di proteste che sfidano le autorità del Paese.
Magmatiche e decentralizzate, le proteste nate dal bazar delle principali città contro il carovita e il tracollo economico stanno trasformandosi nell’ennesimo banco di prova per una leadership politico e religiosa che rischia di incancrenirsi. E ora sarà chiaro se quest’ultima saprà mantenere un simulacro di unità.
Il sistema allo stress-test
A essere messo a repentaglio è un sistema di potere centrato sulla Guida Suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, della cui successione si discute a lungo, mentre sulla perdita del consenso interno e sulla diversità di reazione rischia di erodersi il patto tra leadership religiosa e politica, tra militari conservatori e aperturisti, tra tradizionalisti e innovatori su cui nell’ultimo anno e mezzo il potere di Teheran ha retto. Dall’elezione di Masoud Pezeshkian alla presidente nel giugno 2024 in avanti, la linea dell’Iran è stata chiara: ricerca di un modus vivendi col mondo esterno da un lato, moderata apertura alla società sui temi sociali ed economici dall’altro.
I problemi sono emersi quando il crollo del primo fronte ha reso sempre più difficile garantire il secondo. Le trattative sul nucleare condotte con gli Stati Uniti nella prima metà del 2025 tra l’Oman e Roma hanno sostanzialmente allineato, con la benedizione della Guida Suprema, un’élite di figure del potere iraniano altamente eterogenee: Pezeshkian, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, l’ammiraglio Ali Shamkhani, stratega della Repubblica Islamica e segretario del Consiglio di Sicurezza Nazionale dal 2013 al 2023, e Ali Larijani, suo successore in questa carica. Tutti certi dell’idea che il pragmatismo negoziale avrebbe potuto placare le intemperanze di parte dei Pasdaran più oltranzisti, dare respiro al Paese, trovare un modus vivendi con Washington e l’Occidente capace di garantire un futuro più ordinato a un Iran in crisi.
La crisi della politica dell’Iran
Il naufragio dei colloqui, l’assalto israeliano e il ritorno delle sanzioni contro Teheran hanno compromesso questo quadro strategico. L’Iran ha resistito come struttura di Stato ai duri colpi inflitti dai raid israeliani e la Repubblica Islamica non è crollata, ma le vulnerabilità emerse nei dodici giorni di conflitto e la spinta oltranzista di molti militari hanno inevitabilmente cambiato il quadro.
L’Iran post-bellico è tornato a dover accarezzare l’obiettivo nucleare, ha impostato una strategia più oppositiva verso i suoi avversari, è stato inoltre piagato da problematiche come una persistente crisi energetica, la montante siccità di fine estate e la guerra-ombra di Israele contro le sue infrastrutture critiche. Uno scenario chiaro, però, è emerso: l’élite è parsa meno in grado di garantire la domanda di sicurezza della popolazione e anche quel fragile compromesso che aveva avvicinato alla ventata riformista del nuovo governo la classe mercantile, i giovani e gli studenti urbani è venuto meno. Sicurezza fisica, sicurezza sociale, sicurezza economica: le domande della popolazione sono state chiare. La risposta è stata carente. Le sanzioni di ritorno hanno fatto il resto.
La cautela di Khamenei
Per l’élite iraniana la sfida primaria sarà, ora, dare risposte. Pezshkian ha provato a venire incontro alle istanze della piazza, mentre gli appelli dei vertici contro presunte infiltrazioni americane e israeliane possono condizionare ma non plasmare definitivamente la chiave di lettura sulla genesi delle proteste. Spicca, in quest’ottica, il pragmatismo della Guida Suprema, che evita di dare appoggio alla repressione e il 3 gennaio ha invitato a distinguere tra “proteste” e “sommosse”. Dando una copertura di legittimità alle prime e condannando le seconde. Il punto di caduta è uno solo: come distinguere tra le une e le altre senza strumentalizzare? Tutto ciò è segno di una grande incertezza ma anche della percepita volontà di fare sintesi. Ogni parola eccessivamente incendiaria può essere controproducente. E per la Repubblica Islamica le risposte alle istanze del Paese saranno un vero e proprio referendum quotidiano per capire se questo regime politico potrà avere un futuro.
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