Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Il Medio Oriente è da sempre un vorticoso intreccio di interessi, alleanze e tanti paradossi che rendono l’equilibrio tra i vari attori in campo molto fragili; in questo contesto, l’Egitto appare il paese maggiormente esposto a tensioni ma il suo ruolo, culturale e politico, spesso centrale in questa tormentata regione del mondo impone al Cairo delle scelte di campo precise ma al tempo stesso ‘ponderate’ e votate al dialogo e ad una politica estera improntata sulla necessità del confronto. Non è un caso se l’Egitto, da un lato, appoggia l’Arabia Saudita nell’embargo contro il Qatar e, per un periodo, ha fornito armi e soldati alla coalizione anti Houti guidata dai Saud in Yemen, dall’altro però intrattiene solidi rapporti con l’Iran come dimostra il fatto che, sul campo di battaglia siriano, è impegnato con propri mediatori in azioni volte a facilitare il dialogo tra Damasco ed alcuni gruppi di ribelli desiderosi di riconciliarsi con il governo siriano. Nella diatriba nata dalle dimissioni di Hariri come primo ministro libanese, Al Sisi ha confermato la volontà di porsi come attore ‘super partes’.

L’Egitto non prenderà misure contro Hezbollah

Tra Il Cairo e Riyadh le convergenze in questi anni, specie da quando nel 2013 è salito al potere il presidente Al Sisi, sono decisamente aumentate: in primo luogo, Egitto ed Arabia Saudita riconoscono un comune nemico nei ‘Fratelli Musulmani’, che all’ombra delle Piramidi hanno sempre lavorato per islamizzare maggiormente la società e farla allontanare dal sistema laico attuale, mentre nel medio oriente sostengono l’allontanamento dei Saud da Medina e La Mecca; dunque, la monarchia saudita ha subito fatto pesare questa confluenza di interessi richiamando più volte Al Sisi al fianco di Re Salman nelle varie campagne intraprese negli ultimi anni. Nello Yemen, come detto, inizialmente il presidente egiziano ha inviato truppe e mezzi in appoggio alle velleità anti sciite dei Saud, salvo poi ritirare parzialmente tale appoggio; a maggio, Al Sisi è apparso al fianco di Re Salman e Donald Trump a Riyadh durante l’inaugurazione del ‘centro globale anti terrorismo’, pochi giorni dopo il suo governo è stato tra i primi a sottoscrivere l’embargo contro il Qatar.

Doha, come ben si sa, è sponsor dei Fratelli Musulmani e questa circostanza si è rivelata decisiva per la posizione espressa in tal senso dall’Egitto; pur tuttavia, questi episodi non si sono trasformati nella definitiva ‘capitolazione’ de Il Cairo alle mere volontà dei Saud ed all’inclusione del suo governo nella sfera d’influenza saudita. Al Sisi tiene a dimostrare, al contrario, la sua linea autonoma in medio oriente volta a far fruttare all’Egitto un ruolo di mediatore e di attore protagonista nella regione; non deve quindi sorprendere se, nonostante le tante pressioni piovute in queste ore verso il Cairo direttamente da Riyadh e Washington, il governo egiziano ha deciso di non intraprendere alcuna mossa sanzionatoria nei confronti degli Hezbollah: niente inclusione nelle liste dei terroristi, niente sostegno ad un’eventuale azione militare in territorio libanese contro gli sciiti del ‘Partito di Dio’.

Al Sisi sul Libano: “Improponibili nuove tensioni”

Il capo di Stato egiziano ha poi ulteriormente ribadito la propria posizione in due occasioni: in primis, in un incontro organizzato a Sharm El Sheik nel corso della conferenza sulla gioventù egiziana e, in secondo luogo, in un’intervista all’emittente statunitense CNBS. “Non è possibile sostenere nuove turbolenze nella regione – ha dichiarato Al Sisi – In Libano deve prevalere il dialogo e la pace. Tra sunniti e sciiti non possono scoppiare nuove tensioni, il medio oriente è già molto provato e fragile”. Il presidente egiziano ha cercato quindi di gettare acqua sul fuoco e, da alleato saudita ma anche da attore impegnato nella stabilizzazione dei rapporti con altri attori della regione, ha provato in qualche modo ad interrompere il rumore dei ‘tamburi di guerra’ agitati nelle ultime ore anche grazie al richiamo in patria, da parte dei governi delle petromonarchie, di numerosi cittadini presenti in Libano.

L’Egitto si candida al ruolo di mediatore

Non solo la vicinanza ai sauditi nell’affaire dell’embargo al Qatar, ma anche tanti affari che legano Riyadh ed Il Cairo oltre, ovviamente, alle sopra menzionate convergenze politiche: così si spiega l’alleanza tra Egitto ed Arabia Saudita, la quale ha portato nei mesi scorsi anche ad un accordo per la cessione di alcune isole del Mar Rosso ai Saud. Pur tuttavia, Al Sisi intrattiene buoni rapporti anche con l’Iran: è bene ricordare che, dopo aver acquistato per più di trent’anni gli armamenti dagli USA, Il Cairo sta lentamente avvicinandosi alla Russia e questo, per ciò che concerne il contesto della guerra siriana, non può che portare a buoni rapporti sia con la stessa Damasco che con Teheran. Anzi, come detto ad inizio articolo, consiglieri dell’intelligence egiziana in Siria collaborano sul campo anche con colleghi iraniani e russi per raggiungere a degli accordi di tregua locale.  

In poche parole, Al Sisi sta cercando di presentare il proprio paese non come neutrale ma come attore vivo in grado di poter dialogare con tutti i vari antagonisti: dal Libano alla questione siriana, dal braccio di ferro Riyadh – Teheran, fino alle altre questioni che interessano la stabilità della regione, Il Cairo potrebbe già nei prossimi mesi far fruttare la sua posizione per poter essere protagonista nella tessitura della tela diplomatica in medio oriente. Due sono però le incognite: in primo luogo, la stabilità interna molto precaria testimoniata dalla recente ondata di attentati soprattutto nel Sinai e dall’attività dell’aviazione impegnata a contrastare l’ingresso di miliziani dell’ISIS dal confine libico; in secondo luogo, un’eventuale disapprovazione di tale linea da parte dell’Arabia Saudita e degli USA, con Washington che già nelle scorse settimane ha sospeso le forniture di armi al Cairo per via di problemi riguardanti il ‘rispetto dei diritti umani’ anche se, in quel caso, il provvedimento si è poi dimostrato più utile nel braccio di ferro con la Corea del Nord  che nel contesto mediorientale. 

Qual è il crocevia del mondo di domani?
È lì che vogliamo portarvi