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Politica

Egitto, dietro la stabilità politica la mancata rivoluzione dei giovani

Le dune del deserto egiziano si inseguono per chilometri, sembrano rincorrersi in un gioco senza fine. Questo lembo di terra, un tempo in fondo al mare, emerse per poi lentamente desertificarsi. Quella che era una barriera corallina piena di vita,...

Le dune del deserto egiziano si inseguono per chilometri, sembrano rincorrersi in un gioco senza fine. Questo lembo di terra, un tempo in fondo al mare, emerse per poi lentamente desertificarsi. Quella che era una barriera corallina piena di vita, non lontana da una costa lussureggiante, è diventata terra arida.

L’Egitto è uno dei paesi più antichi del mondo, da millenni è un’entità statale o autonoma nel seno di vasti imperi, con una sua forte classe burocratica che sa come gestire uno Stato. Dalla notte dei tempi, fino all’epoca araba classica, è stato una delle culle della cultura mondiale e una regione molto ricca. Poi piano piano è decaduto lentamente.





Oggi il Paese, pur avendo ancora una vasta burocrazia militare, non è più cosi stabile. Questo perché la maggioranza della popolazione è povera e manca quasi completamente la classe media. Ciò spiega in gran parte il fallimento dei giovani di Piazza Tahrir. Questi rappresentavano una minoranza di ragazzi urbanizzati e con una buona alfabetizzazione informatica. Una minoranza che, una volta fatta la rivoluzione, non ha saputo dialogare con la vasta marea di contadini, proletari e poveri di cui fanno parte la maggioranza degli egiziani.

Questi ultimi avevano partecipato alla rivoluzione con intenti ben diversi dai giovani delle città, che chiedevano maggiori diritti e lavori qualificati. Le masse meno colte del Paese protestavano invece per avere più lavoro e meno corruzione. Pochi mesi dopo il successo della Primavera Araba, spaventati dall’instabilità del Paese e dal fatto che i giovani di piazza Tahrir non avevano saputo offrirgli un chiaro piano di governo, sono tornati nelle mani delle vecchie clientele, i militari o i Fratelli musulmani. Entrambi hanno fortissime reti clientelari.

Grazie a queste reti, e al fatto che furono esclusi per tanti anni dal potere, i Fratelli musulmani, guidati da Mohammed Morsi, vinsero, anche se solamente il 51,73%, contro il 48,27% di Ahmed Shafiq, ex collaboratore di Mubarak e appoggiato dai militari e cristiani.

Moltissimi dei ragazzi di piazza Tahrir votarono Morsi pur di non votare un ex collaboratore del vecchio regime, ma una volta al potere Morsi fece l’errore di governare come se fosse stato votato solamente da Fratelli Musulmani e non ha tenuto in considerazioni le aspirazioni dei tanti laici che lo avevano scelto come male minore. Così il 3 luglio del 2013 è stato deposto da un sanguinoso golpe militare, appoggiato dalla maggioranza della popolazione laica e dai salafiti, che per mesi avevano protestato pacificamente contro un certo “autismo” politico della fratellanza islamica.  I militari, con il loro nuovo uomo forte, il generale Abdel Fattah Al Sisi, ebbero l’intelligenza di rompere il fronte islamico, grazie a una non belligeranza dei salafiti, nemici della Fratellanza Islamica, e dell’Arabia Saudita, ma dopo poco si sono chiusi anche loro in un “autismo politico”, e hanno cominciato ad arrestare moltissimi dei ragazzi di piazza Tahrir, che pur li avevano appoggiati.

In poco tempo il Paese si è trasformato in una democrazia formale, svuotata di ogni reale diritto. Il nuovo regime ha quindi puntellato il suo potere sulla tolleranza dei salafiti, su milioni di cristiani, spaventati dalla fratellanza islamica e dai continui attentati dei gruppi terroristici islamisti e soprattutto sulle masse povere delle province. Le masse popolari egiziane, abituate da millenni a politiche clientelari, sono facilmente manipolabili sia elargendo favori, che veicolando notizie molto discutibili grazie ai media. In Egitto i media di regime sono ben lontani da separare le opinioni personali dai fatti e quelli liberi rischiano la chiusura.

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Il punto forte del nuovo regime di Al Sisi, è l’avere stabilizzato il Paese, in una fase storica in cui tutti i vicini si stanno liquefacendo. Questo gli ha garantito un certo consenso nel paese e la possibilità di sedersi al tavolo con i potenti del mondo. Certo non è ancora riuscito a stabilizzare la penisola del Sinai e il suo tallone d’Achille, nel breve tempo, è l’economia che rimane molto fragile e legata agli aiuti internazionali.

Nel lungo termine però non potrà non pesare l’aver tradito tutti gli ideali che portarono i ragazzi di piazza Tahrir a fare la rivoluzione. Soprattutto visto, che la pur piccola Tunisia, ha dimostrato che un percorso diverso era possibile. La sua forza nasce invece dal fatto che gli altri due paesi in cui scoppiò la Primavera Araba, Siria e Libia, si sono liquefatti. Anche per colpa di tante potenze regionali, in primis Iran, Arabia Saudita, Qatar e Turchia, che hanno avvelenato i pozzi della protesta.

Oltre che ai gruppi terroristici islamici, come Daesh e Al Qaeda, che hanno subito approfittato di questo caos per inserirsi in queste crisi o nel caso Libico di Francia e Gran Bretagna che hanno deciso di bombardare la Libia con la scusa delle manifestazioni anti Gheddafi. Dall’Africa Occidentale al Pakistan, non c’è paese islamico che non abbia rischiato di implodere e che non stia giocando a questo risico sanguinoso tra potenze islamiche e gruppi terroristici. Il tutto con gli Stati Uniti, la Russia e alcuni paesi europei che buttano benzina sul fuoco a seconda delle loro convenienze. Ecco perché la stabilità egiziana in questo momento appare preziosa a molti. Anzi potenze come la Francia o l’Arabia Saudita hanno puntato molto sul sostegno che l’Egitto di Al Sisi sta dando in Libia al generale Khalifa Haftar, che controlla la Cirenaica e che mira a conquistare il potere anche nei territori libici controllati dal governo sostenuto dalla comunità internazionale. Saranno gli egiziani del futuro a giudicare questi drammatici anni.

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