L’Iran riaprirà le porte agli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (Aiea) quasi tre mesi dopo aver sospeso le visite dell’ente supervisore guidato da Rafael Mariano Grossi a seguito della guerra dei dodici giorni con Israele. Nella giornata di ieri, al Cairo, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e lo stesso Grossi hanno firmato un protocollo d’intesa mediato dal ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty che riaprirà alla cooperazione.
Si tratta di una mossa che spiazza Israele, non solo perché per pura casualità l’annuncio è arrivato mentre gli occhi del mondo erano su Doha, capitale del Qatar, nelle ore in cui Tel Aviv sferrava l’improvvido attacco contro i negoziatori di Hamas. Tel Aviv contava su una crisi prolungata tra Iran e Aiea al fine di poter mantenere alta la tensione e riservarsi una carta politica per un “secondo tempo” dei raid contro la Repubblica Islamica che molti analisti ritengono probabile nei prossimi mesi.
La realtà è stata diversa. Teheran aveva sospeso le ispezioni denunciando parzialità nel rapporto Aiea del 12 giugno sulla proliferazione nucleare preso a pretesto da Israele per sferrare i raid e opponendo motivazioni securitarie volte a garantire la stabilizzazione della situazione interna dopo lo scontro con Israele.
L’importanza di una mediazione
Il presidente Masoud Pezeshkian ha firmato la legge a riguardo il 2 luglio sottolineando la natura provvisoria dello stop anche per consolidare la strategia sua e di Araghchi di dare una soddisfazione ai membri più conservatori e anti-occidentali della politica iraniana capace di prevenire il vero rischio politico percepito da Teheran, l’emersione di un dibattito sulla possibile uscita dell’Iran dal Trattato di non proliferazione nucleare (Tnp).
Nelle ultime settimane molte tessere del mosaico si sono ricomposte: l’Iran ha dovuto affrontare una crisi energetica importante nei mesi estivi che ha attirato l’attenzione dei decisori politici e, in un certo senso, fatto sentire la crescente urgenza di poter contare sul programma nucleare civile; dai Brics all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai la diplomazia iraniana ha ottenuto un consolidamento con crescenti rapporti internazionali che hanno frenato il rischio di un isolamento globale; il 27 agosto scorso, poi, ispettori Aiea sono stati fatti entrare presso il sito di Bushehr, sovrainteso tecnicamente da operatori russi, in cui l’agenzia di Vienna ha assistito alla procedura di sostituzione del combustibile nucleare.
In parallelo a questo, la grande novità è rappresentata dalla mediazione di un Egitto che dopo decenni di rapporti tesi con Teheran e attive critiche alla strategia regionale della Repubblica Islamica, specie sul fronte del sostegno ai movimenti sunniti del Levante, da tempo sta ricostruendo una diplomazia bilaterale solida. Una distensione con l’Egitto è, assieme a quella con la Turchia, priorità strategica per l’Iran nel Medio Oriente segnato dall’attivismo israeliano, mentre Il Cairo mira a una regione stabile e priva di conflitti. I due Paesi sono membri dei Brics e ora cooperano con la mediazione sul nucleare, in un triangolo esteso anche a un altro importante attore regionale come l’Arabia Saudita.
L’assenza europea
La strategia paziente di Araghchi, tessitore della diplomazia iraniana, ha pagato ed è interessante notare come sia stato l’Egitto a farsi carico della strategia diplomatica volta a favorire un avvicinamento al percorso di un Medio Oriente pacifico e senza armi nucleari.
Se applicato, l’accordo potrebbe allontanare un nuovo round tra Israele e Iran. Appare dunque quanto meno confusionario il fatto che in una fase in cui servirebbero tatto e diplomazia attori come i Paesi europei firmatari degli accordi sul nucleare del 2015, Francia, Germania e Regno Unito, abbiano scelto la strada delle sanzioni e non della trattativa. Ci sarebbe potuto essere un esponente europeo al posto o al fianco dell’Egitto: sarebbe stato un forte messaggio diplomatico, ma l’Europa ha agito diversamente. Perdendo un’occasione per incidere.
Araghchi ha firmato un editoriale per il Guardian notando che a suo avviso i tre Paesi europei vogliono così corteggiare l’amministrazione Usa di Donald Trump: “la verità è che stanno perseguendo con determinazione una linea d’azione sconsiderata, basata sulla logica che ciò potrebbe garantire loro un posto al tavolo delle trattative su altre questioni. Si tratta di un grave errore di calcolo destinato a ritorcersi contro”, ha avvertito il ministro. Quando scoppiò la guerra con Israele il ministro si precipitò a Ginevra a dialogare con gli europei cercando sponda e mediazione. Ora non ha nemmeno provato qualcosa del genere, scegliendo la via del Cairo. Un successo diplomatico, per l’Iran. Uno scacco, per Israele. Un’ennesima occasione persa, per l’Europa.
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