(Da Il Cairo) Una chiatta naviga lentamente sulle acque placide del Nilo. Dietro di essa una miriade di piccole onde formano disegni simili a geroglifici dal significato ai più ignoto. Sembrano animali, uomini o utensili, ma comprendere il messaggio che le acque del fiume, che scorre da millenni nel luogo in cui oggi sorge il Cairo, vogliano svelare è davvero difficile. In fondo forse desiderano solamente far percepire il mistero che da sempre avvolge l’Egitto. I geroglifici di onde lentamente svaniscono nell’acqua dando un senso di magia e mistero. Una sensazione di calma, come se il grande fiume fosse distratto, quasi noncurante degli eventi storici. In fondo le sue acque hanno visto passare per millenni faraoni, imperatori, califfi, sultani, re coloniali, presidenti, oltre che le vite di milioni di persone appartenenti alle classi popolari.

I frenetici eventi dalla caduta di Mubarak per mano dei ragazzi della Primavera Araba, tollerati,  se non incoraggiati dai militari, la successiva vittoria dei Fratelli Musulmani e il loro controverso governo, il colpo di Stato contro il presidente Mohammad Morsi, la sanguinosa repressione e la nascita del regime militare dell’attuale presidente Al Sisi, sembrano tutti eventi lontani.

Il Paese pare in attesa di qualcosa che non è ancora ben chiaro. Una calma apparente cela, sotto le sabbie del deserto, energie molto meno stabili. Il Sinai continua a rimanere ostaggio dei gruppi terroristici islamisti collegati con l’Isis, così come la Libia non sembra uscire dalle sabbie mobili in cui è precipitata. Il generale Al Sisi continua a giocare a scacchi con le altre potenze mediorientali nella complessa partita che da anni sta ridisegnando le terre degli antichi califfati islamici.

In Libia è alleato con il governo del generale Haftar, sul più vasto scacchiere mediorientale mantiene stretti rapporti con i sauditi, ma non disdegna la Russia, la potenza che ha vinto la guerra in Siria e Israele, con il quale mantiene rapporti privilegiati. Continua anche a coltivare anche forti relazioni con il nuovo governo americano di Trump. Un gioco di sottile equilibrismo.

Il presidente Al Sisi è stato appena riconfermato in elezioni in cui non aveva alcun avversario. Ha battuto l’unico sfidante, che in realtà è un suo alleato, Mustafa Moussa. Tutti gli altri candidati si sono ritirati per protesta contro le regole del processo elettorale o sono stati convinti in termini più o meno decisi a farlo. L’affluenza è stata del 40 per cento.

La situazione politica non sembra cambiare, da un lato il presidente è riuscito a stabilizzare il Paese, anche se non ha sconfitto il terrorismo in Sinai, dall’altro però ciò è avvenuto a scapito dei diritti dell’uomo e di tutte le speranze che la Primavera Araba aveva portato. Il caso Regeni ne è la dimostrazione lampante. Se la Tunisia, pur tra mille difficoltà economiche, si è trasformata in una democrazia, l’Egitto, l’altro grande simbolo di quegli anni, ha scelto il militarismo e un potere più simile alle antiche tradizioni faraoniche che a una moderna democrazia. Dietro una legge costituzionale che sembra garantire ogni diritto, spesso si nasconde una storia molto diversa.

Al Sisi ha sicuramente migliorato i rapporti con i milioni di copti egiziani, che rappresentano quasi il dieci per cento della popolazione, anche se continuano comunque a subire aggressioni e incendi devastanti di chiese, ma non ha mantenuto le promesse sull’islam moderato. Tutti i tentativi di favorire le correnti più liberali islamiche per ora non sembrano aver portato a grandi cambiamenti nelle fatwe dell’Università di Al Azhar, il centro islamico più importante del Paese con il quale comunque il regime mantiene spesso un disaccordo neanche tanto sopito.

I sentieri della storia hanno percorsi spesso misteriosi. L’ex presidente egiziano Hosni Mubarak alla fine è stato completamente assolto da ogni processo, mentre l’ex presidente dei Fratelli Musulmani che gli era succeduto ha subito condanne durissime, anche se gli sono state annullate le condanne a morte emesse inizialmente. Al Sisi ha abilmente diviso il fronte degli islamisti portando avanti una politica di non belligeranza con i salafiti e chiudendo ogni porta alla fratellanza islamica, che viene considerata alla stregua dell’Isis. Difficile dire quanti siano ancora i seguaci dei Fratelli Musulmani nel Paese, perché si nascondono. Certamente Al Sisi sembra avere un certo consenso tra i più poveri, anche se messo a rischio dal rincaro dei prezzi al consumo e sembra quanto meno capace a far sì che la maggioranza della popolazione non si ribelli apertamente ai militari.

(150516) -- CAIRO, May 16, 2015 (Xinhua) -- File photo taken on Nov. 4, 2013 shows supporters of the ousted Islamist President Mohamed Morsi protest outside Cairo Police Academy, Egypt. An Egyptian court sentenced on Saturday ousted Islamist president Mohammed Morsi to death for jailbreak in 2011. (Xinhua/Pan Chaoyue)
Sostenitori dell’ex presidente egiziano Morsi (LaPresse)

 

L’economia rimane il grande problema: se da una parte il governo è riuscito a non farla crollare, dall’altra la classe media nel Paese rimane la grande assente. Un fantasma di cui si parla molto, ma che nessuno vede. L’Egitto è ancora formato da una minoranza di ricchi e una maggioranza di persone che si barcamenano per andare avanti, anche a causa del fatto che il governo per venire incontro ai creditori internazionali sta riducendo sempre di più i sussidi.

Per smuovere un po’ le acque del placido Nilo i militari si sono lanciati nella costruzione di quelle che potrebbero sembrare nuove piramidi nel deserto. Una nuova capitale per il Paese a settanta chilometri dal Cairo, purtroppo dallo stile architettonico completamente occidentalizzato o quanto meno globalizzato. Un progetto che sembra voler cancellare ogni traccia della grande tradizione architettonica egiziana e araba. Un qualcosa di ancora più incomprensibile se si pensa che, nei decenni, il Cairo era pieno di grandi architetture coloniali che sono state invece distrutte per costruire anonimi palazzoni figli della più rampante speculazione. Ciò nonostante il progetto per una nuova capitale è davvero impressionante per la vastità e la rapidità con cui i militari, con l’aiuto degli investitori cinesi, lo stanno realizzando.

La storia alla fine sarà l’unico giudice davvero imparziale di questi anni, solo essa potrà dare un giudizio ormai sedimentato su Mubarak, sui Fratelli Musulmani, sui militari egiziani e su questi anni estremamente turbolenti in tutto il mondo islamico. Un decennio in cui gli Stati tendono a implodere e dove ogni differenza religiosa, culturale, etnica e filosofica all’interno del multiculturale mondo islamico viene usata come miccia per far esplodere conflitti di ogni genere. Solo il futuro dirà quale sarà il prezzo che l’Egitto pagherà per essere stato stabilizzato a spese delle speranze accese dalla Primavera Araba. Speranze che sono state disattese per ora sia dagli islamisti, che dai militari e in parte, messe in crisi dagli stessi giovani protagonisti che alcuni osservatori esterni valutano siano stati poco disponibili a impegnarsi seriamente nell’approfondire cause e soluzioni dei problemi sollevati. Nonostante il grande sacrificio di alcuni di loro che hanno sacrificato alla “causa” libertà personali e, in casi estremi, anche la vita.

Solo il futuro dirà quale dei politici egiziani passerà indenne quella che nell’antica religione egiziana era la pesatura del cuore descritta nell’antico Libro dei Morti: “Il dio Anubi accompagnava il defunto nella sala del tribunale di Osiride dove, alla presenza di quaranta giudici, doveva affrontare il giudizio divino. Anubi, a volte sostituito da Horus, deponeva il cuore del defunto su un piatto della bilancia, mentre sull’altra veniva posata una piuma, simbolo della dea Maat e rappresentazione della giustizia e dell’equilibrio cosmico. La pesatura era sorvegliata dal dio Thot che in qualità di cancelliere, registrava l’esito del giudizio, mentre il defunto recitava la sua confessione”.

Articolo di Luca Fortis