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Le tribù che “rappresentano tutta la Libia” hanno dato “pieno mandato” all’Egitto per intervenire militarmente in Libia per cacciare “i colonizzatori turchi”. Il capo dello Stato Abdel Fatah al Sisi ha gentilmente risposto che se solo volesse, potrebbe “cambiare rapidamente lo scenario militare” mobilitando “l’esercito più potente della regione”, previo via libera del suo Parlamento che infatti è puntualmente arrivato il 20 luglio. Ma Al Sisi è davvero disposto ad impegnarsi in un conflitto militare dagli esiti imprevedibili in Libia? La risposta è no per almeno tre motivi. Primo, la legittimità del cosiddetto Consiglio supremo degli sceicchi e dei notabili delle tribù libiche, presente all’incontro di giovedì 16 luglio iconicamente battezzato “Egitto e Libia: un popolo, un destino” con Al Sisi è praticamente zero. Con buona pace del ministro degli Esteri egiziano, Sameh Shoukry, che ha tempestivamente spiegato al nostro ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, cosa è avvenuto “nell’incontro delle tribù provenienti da tutta la Libia”. Anche la richiesta di intervento del parlamento libico di Tobruk ha una scarsa legittimità, dal momento che si tratta di una semplice nota senza alcuna votazione di sorta.

Tribù fantasma al Cairo

I cinquanta delegati che si sono recati in Egitto “non rappresentano altro che se stessi”, come riferito in tono sprezzante dal presidente dell’Alto Consiglio di Stato della Libia, Khaled al Mishri, ex esponente di spicco dei Fratelli musulmani oggi alla guida del “Senato” libico di Tripoli. Lo stesso Consiglio supremo in questione risale ai tempi di Muammar Gheddafi ed è nettamente appiattito sulle posizioni del generale Khalifa Haftar. Nessuno ha visto al Cairo esponenti di Tripoli e Misurata, rispettivamente la prima e la terza città della Libia dove risiede la maggior parte della popolazione. Andrebbe poi aperta una riflessione sull’effettivo valore politico delle tribù, che continuano ad esercitare soprattutto una funzione sociale ma che hanno ben poca voce in capitolo nella guerra per procura che si combatte in Libia. La verità è che gli egiziani stanno portando avanti un’altra strategia: attivare le tribù libiche residenti da più di un secolo in Egitto, ma per il momento i risultati non si vedono.

Economia in picchiata

Il secondo motivo per cui sarebbe folle per l’Egitto avventurarsi in un conflitto armato “tradizionale” in Libia è economico. A dispetto dei mega-progetti annunciati con toni trionfalistici dagli spin doctor egiziani, come ad esempio la Nuova capitale egiziana, l’economia dell’Egitto si è fermata a 303,2 miliardi di dollari nel 2019, nettamente al di sotto dei 332,9 miliardi toccati nel 2016, mentre per l’anno in corso l’economia dovrebbe subire una pesante battuta d’arresto, con un prodotto interno lordo che dovrebbe superare di poco i 260 miliardi di dollari. Si tratta di dati decisamente inferiori rispetto alla Turchia, un paese in crisi ma che vanta un prodotto interno lordo tre volte superiore. A questo va aggiunto che la pandemia di coronavirus che ha bloccato il commercio mondiale, intaccando le entrate del Canale di Suez (a maggio -9,6 per cento su base annuale) e colpendo anche i tradizionali sponsor dell’Egitto nel Golfo – vale a dire Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti.

Can che abbia non morde

Il terzo motivo per cui l’Egitto difficilmente invaderà la Libia per fare la guerra alla Turchia è di natura militare. Ai giovani studenti egiziani viene insegnato che il presidente Anwar al Sadat sconfisse Israele nella guerra dello Yom Kippur, ma la verità è che l’Egitto non ha mai vinto una guerra nella sua storia recente. Anzi, come spiegato da Agenzia Nova, “le cinque guerre contro lo Stato di Israele (nel 1948, 1956, 1967, 1967-1970, e 1973) hanno dimostrato un’impreparazione di fondo dell’esercito del Cairo”. Un intervento militare diretto dell’Egitto in Libia contro la Turchia del “sultano” Recep Tayyip Erdogan, un avversario che possiede le Forze armate più potenti della Nato, dopo quelle degli Stati Uniti, sarebbe quanto meno azzardato. L’impressione è che Al Sisi stia abbaiando alla luna in Libia, mostrando i muscoli e alzando i toni per presentarsi più forte al tavolo dei negoziati per la spartizione dell’ex Jamahiriya.

Egitto e Turchia: da nemici a fratelli?

Secondo Claudia Gazzini, analista dell’International Crisis Group, un’ipotetica intesa tra Ankara e Il Cairo porterebbe molti più benefici di un conflitto. “Se la Turchia dovesse convincere l’Egitto a impegnarsi in una pista di negoziazione, Il Cairo otterrà effettivamente di più in termini di chilometri quadrati nel Mediterraneo”, ha detto Gazzini a Middle East Eye. Qualche spiraglio di apertura, in effetti, sembrerebbe esserci almeno da parte dell’asse Turchia-Tripoli. Il ministro dell’Interno del Governo di accordo nazionale libico (Gna), Fathi Bashaga, uomo forte della “città-Stato” di Misurata nell’esecutivo tripolino, ha dichiarato che la stabilità della Libia è legata alla stabilità dell’Egitto e che la leadership dei “fratelli egiziani” deve rendersi conto che i suoi interessi sono gli stessi del “governo legittimo libico”. Qualche segnale di stanchezza sembrerebbe arrivare anche dall’asse che sostiene il generale Haftar. I due più influenti media di proprietà saudita – il quotidiano Asharq al Awsat, basato a Londra, e la tv satellitare Al Arabiya, basata a Dubai – hanno diffuso il contenuto dell’ultimatum degli Stati Uniti ad Haftar: si ritiri da Sirte e accetti una forza di pace dell’Europa sotto egida Onu. Un piano presentato come “ultima possibilità” per raggiungere un accordo di cessate il fuoco con il Governo di accordo nazionale. In ultima istanza, come già scritto su InsideOver, l paese delle piramidi non ha molte carte a disposizione per contrastare i piani turchi, a parte le iniziative della diplomazia.