A oltre tre anni dall’inizio dell’odissea dei due marò, l’Italia ha chiesto che l’Indiaconsenta a Salvatore Girone di rientrare in Italia in attesa che il Tribunale arbitrale decida sulla competenza del processo penale. L’India ha giudicato questa richiesta irricevibile: ma dove sta la ragione e dove il torto? Abbiamo provato a fare chiarezza parlandone con Tullio Treves, ex giudice del Tribunale del Mare, professore di Diritto Internazionale all’Università degli Studi di Milano e avvocato presso lo studio internazionale Curtis-Mallet di Milano.Professore, questa mattina l’Italia ha chiesto una misura cautelare che consiste nel rilasciare Girone: si tratta di una richiesta fondata?Possiamo dire che si tratta di una richiesta che è perfettamente legittimo presentare.Perché?L’India dice che non si può ripetere una domanda quando non è successo nulla di nuovo da agosto ad oggi, mentre l’Italia sostiene che qualcosa di nuovo è avvenuto.Secondo lei la richiesta italiana sta in piedi?“Sì, più di quanto dica l’India. In questo caso particolare in cui le misure cautelari di agosto sono state adottate o negate, in questo caso, da un tribunale che agiva in attesa della formazione di un altro tribunale (quello Arbitrale), questo fa sì che il Tribunale arbitrale sia libero di riprendere completamente in mano la situazione e anche di decidere diversamente dal Tribunale del Maree. Poi naturalmente bisogna vedere cosa decide nel merito.”E una volta che la richiesta venga dichiarata ammissibile, che possibilità ci sono che venga accolta?“Difficile dirlo, dipende dai giudici. Bisogna aspettare un paio di giorni, per leggere cosa dicono le due parti.”Esistono precedenti di giurisprudenza?“La Convenzione sul Diritto del Mare su cui si basa tutta questa storia è del 1982 ed è entrata in vigore nel 1994 – non moltissimo fa. Il caso dei marò è il numero 23 o 24 tra i casi del Tribunale del Mare: i casi di misure cautelari in base alla Convenzione sul Diritto del Mare davanti al Tribunale del Mare ce ne sono stati 5 o 6. Davanti al Tribunale arbitrale questo è il terzo caso, ma le circostanze sono sempre diverse. Precedenti potrebbero valere solo su aspetti procedurale, ma sul merito ce ne sono davvero pochi.”Giudicando irricevibile la proposta italiana, l’India teme che una volta in Italia Girone non tornerebbe più a Delhi se il tribunale arbitrale dovesse assegnare la giurisdizione all’India“Questo potrebbe essere. Come già era stato ricordato nel dibattimento di agosto nel sistema indiano, se non c’è l’imputato fisicamente presente, cade la giurisdizione e quindi l’India prima di lasciare andare Girone ci penserà dieci volte. La difesa indiana accetta anche che le garanzie italiane sul ritorno dei marò a Delhi nel caso in cui il processo dovesse essere dichiarato di competenza indiana, ma teme che la Corte Costituzionale italiana possa decidere in senso contrario”Quale garanzia concreta e credibile potrebbe offrire l’Italia che non sia Girone?“Il problema è proprio Girone. Ci sarà un procedimento penale, l’imputato deve essere lì.”E nell’attesa che venga decisa la competenza da parte del tribunale arbitrale?“Questo è un discorso di diritto indiano. Il tribunale del mare ha prescritto che i due procedimenti in India come in Italia si fermino e il procedimento in India non può procedere finché non finisce quello davanti al tribunale arbitrale, che dovrebbe arrivare fino al 2018. Il che è abbastanza allarmante. Ma le colpe della lentezza del procedimento non sono tutte indiane”Perché?“I movimenti dell’Italia sono stati ondivaghi, provocando rallentamenti. Ci sono stati cambiamenti di policy: oscillazioni  fra seguire la strada dei procedimenti giudiziari e la strada dell’approccio politico, che non ha avuto esito ma ha fatto passare il tempo.”

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