Sguardo fiero, sorriso appena accennato, espressione compiacente. L’enigmatico faccione di Yoon Suk Yeol dominava la copertina dell’edizione internazionale di Newsweek dello scorso 15 novembre. Il settimanale statunitense dedicava gran parte di quel numero alle “verità nascoste” del presidente della Corea del Sud, spiegando che “il più grande problema” per Yoon non coincideva con la Corea del Nord, bensì con i partiti di opposizione interna.
“I governi precedenti temevano politiche impopolari. Temevano di perdere le elezioni, quindi hanno ritardato e rinviato ciò che si sarebbe dovuto fare prima, ma ora non abbiamo più abbastanza tempo. Non possiamo rinviare per sempre. Dobbiamo attuare riforme strutturali a livello nazionale”, spiegava Yoon, membro di spicco del People Power Party (PPP).
Ebbene, neanche un mese dopo aver rilasciato le seguenti dichiarazioni, il capo di Stato sudcoreano avrebbe annunciato una legge marziale d’emergenza a livello nazionale per sradicare “le forze filo nordcoreane” e “proteggere l’ordine costituzionale”. In sostanza, Yoon ha accusato l’opposizione, capitanata dal Partito Democratico (DPK) – che alle ultime elezioni parlamentari di aprile ha blindato la maggioranza all’interno dell’Assemblea nazionale, il parlamento monocamerale del Paese – di paralizzare il governo e simpatizzare per Pyongyang. Il motivo ufficiale? Una questione di politica interna.

Pugno duro e retromarcia: l’assurda giornata di Yoon
Il pugno duro usato da Yoon per punire il DPK, che aveva fin qui bloccato ogni riforma tentata dal PPP, è apparso spropositato. In una giornata di fuoco, Seoul ha trascorso ore concitate con elicotteri militari in cielo, carri armati e soldati in azione nelle strade, dure proteste e pesantissime accuse politiche.
Park An Su, capo dell’esercito, era stato nominato comandante della legge marziale per gestire una situazione paradossale. Le sue prime mosse? Divieto totale alle attività parlamentari e dei partiti politici. Sembrava, insomma, che la Corea del Sud, patria di Lg e Samsung, dei K-Drama e del K-Pop, fosse sul punto di finire sotto il controllo di qualche generale, riesumando errori del passato (neanche troppo lontano).
E invece, mentre fuori dall’Assemblea nazionale i cittadini chiedevano la revoca della legge marziale e l’esercito, dall’interno, dichiarava che avrebbe fatto rispettare le disposizioni speciali adottate dal presidente sudcoreano, nel cuore dell’edificio più importante del Paese il Parlamento bocciava il provvedimento di Yoon.

Attenzione bene, perché lo stop è arrivato sia da parte dei politici di opposizione che di maggioranza, compresi quelli dello schieramento a cui appartiene lo stesso Yoon. Anzi: il leader del PPP nell’Assemblea nazionale, Choo Kyung Ho, ha spiegato alla stampa di non essere stato informato dell’intenzione di Yoon di dichiarare la legge marziale e di aver appreso il tutto “attraverso i notiziari”.
Come tutto era iniziato, tutto è terminato. I militari sono rientrati nelle loro caserme e Yoon ha fatto retromarcia, invitando però l’Assemblea “a cessare immediatamente gli atti sconsiderati, come i ripetuti impeachment, le manipolazioni legislative e le interruzioni di bilancio, che stanno paralizzando le funzioni dello Stato”.
È davvero andata così?
Questi appena riportati sono i fatti ufficiali. Ma possiamo davvero ridurre l’intera vicenda ad un capriccio di Yoon? Ci sono diversi elementi che spingono a fare alcune riflessioni.
Innanzitutto, il servizio – con tanto di copertina – che Newsweek (un giornale che ha solidi agganci nell’intelligence Usa) ha dedicato al leader sudcoreano poche settimane fa, ha tempistiche a dir poco curiose. In quelle pagine, inoltre, Yoon sottolineava che il suo programma di riforme interne (inerenti a dossier sanitari, economici e sociali) era tanto importante quanto la situazione, sempre più tesa, con la Corea del Nord.
Tra le linee, in sostanza, il presidente del Sud lasciava intendere che ci fosse qualcuno, tra le fila dell’opposizione, che non aveva alcuna intensione di collaborare per il bene di Seoul. Quel qualcuno è stato tacciato di essere al soldo del Nord. Il discorso di Yoon, non a caso, si è concentrato principalmente sullo sradicamento delle presunte forze pro Pyongyang dalla Corea del Sud e sull’estirpazione del comunismo.
Il fatto, tuttavia, è che non ci sono prove chiare e tangibili della collusione della Corea del Nord con l’opposizione sudcoreana, né di una possibile rivolta orchestrata da Pyongyang.

Cattivi consiglieri
Mancano ancora dei tasselli. Per esempio, chi ha consigliato a Yoon di applicare la legge marziale? I suoi uomini di partito hanno riferito di non essere stati informati. E gli Usa, alleati di ferro della Sud Corea e del presidente sudcoreano?
“Gli Stati Uniti non sono stati avvisati in anticipo di questo annuncio. Siamo seriamente preoccupati per gli sviluppi che stiamo vedendo sul campo”, si legge in una dichiarazione del Consiglio per la sicurezza nazionale della Casa Bianca. Spallucce anche da Washington.
Davvero Yoon ha agito di propria volontà incappando in una gravissima valutazione politica? Dato il contesto estremamente teso nella penisola coreana, permangono numerosi dubbi. Certo è che la Corea del Nord di Kim Jong Un non ha battuto ciglio. Nessun sussulto è arrivato da Pyongyang, che avrà presumibilmente osservato con interesse quanto accaduto a Seoul.
E se la legge marziale fosse stata una trappola pensata da qualche consigliere (straniero…) di Yoon per spingere Kim a fare qualche passo falso, così da avere un pretesto per regolare, una volta per tutte, i conti con il Nord? Del resto Donald Trump – che potrebbe incontrare il vecchio amico Kim – si insedierà alla Casa Bianca il prossimo 20 gennaio. Da qui a quel momento, in giro per il mondo, chissà quante altre crisi potranno scoppiare…

