L’Economist, testata dell’establishment europeo, ha pubblicato il Democracy Index 2016, il report annuale sullo stato della Democrazia nel mondo elaborato dalla Intelligence Unit del gruppo editoriale.Lo studio riguarda 165 nazioni che coprono quasi l’intera popolazione mondiale. Il punteggio finale viene ricavato elaborando i valori di cinque criteri base: sistema elettorale e pluralismo, libertà civili, funzionamento del governo, livello di partecipazione politica, diversificazione delle culture politiche.Ogni nazione viene classificata secondo quattro categorie definite:A) Democrazia pienaB) Democrazia imperfettaC) Regime ibridoD) Regime autoritarioIl report si accompagna ad una analisi dell’evoluzione della Democrazia e delle trasformazioni sociali in atto.Il titolo scelto dall’Economist quest’anno per il suo Report è: “Revenge of deplorables”, ovvero la Vendetta dei Miserabili, il termine che utilizzò Hillary Clinton per definire gli elettori di Trump in campagna elettorale. Il riferimento è, come spiegano, “alla rivolta popolare” in atto contro le élite percepite come “fuori dal mondo” e incapaci di “rappresentare” gli interessi della gente comune.Uno sguardo d’insiemeSecondo i risultati della ricerca, solo 19 nazioni sono “Democrazie Piene” e coprono appena il 4% della popolazione mondiale: guidano la classifica Norvegia, Islanda e Svezia; oltre a Nuova Zelanda (quarto posto) e Australia (decimo) gli unici paesi non europei sono le Mauritius (da sempre oasi di libertà in Africa) e l’Uruguay.Il 45% della popolazione mondiale vive invece in una “Democrazia imperfetta”; 57 nazioni in tutto, tra cui Italia e Francia. Quaranta nazioni sono invece “Regimi ibridi” (18% della popolazione mondiale) e 51 paesi sono considerati “Regimi autoritari” (33% della popolazione mondiale).Usa: un risultato clamorosoNell’analisi globale ci sono sicuramente aspetti, per così dire, inverosimili: per esempio la Russia, che è una Repubblica Presidenziale con un Parlamento funzionante e con partiti di opposizione, viene inserita nella categoria dei Regimi Autoritari; scelta forse motivata dall’ostilità ideologica che da sempre l’Economist nutre per Putin.unnamed (1)Ma c’è un risultato clamoroso che colpisce gli stessi analisti: per la prima volta l’America non è più una “Democrazia piena” ma viene declassata a “Democrazia imperfetta”; e sopratutto, per semplificare, il declassamento non è colpa di Trump ma di Obama.Anzi, come ammettono gli analisti dell’Economist, la vittoria di Trump è proprio una difesa dei cittadini alla diminuzione di democrazia avvenuta durante gli anni di governo liberal: la “reazione popolare” espressa dall’elezione di Trump – scrivono – “può essere vista come una risposta, non una causa, alla carenza di democrazia contemporanea”.Tra il 2006 e il 2016 il livello di democrazia è regredito globalmente con cali particolarmente accentuati in Europa e appunto negli Stati Uniti.Diversi fattori spiegano la diminuzione di status democratico in Occidente: sfiducia nelle istituzioni politiche; incapacità dei governi di dare risposte ai cittadini; crescente ruolo svolto da tecnocrazie non elette (caso tipico italiano); declino della partecipazione politica; vincoli alle libertà civili.unnamedLa risposta a questo collasso della democrazia sono stati la Brexit, Trump e l’emergere dei movimenti populisti (o meglio sovranisti) in tutta Europa, contro le élite.Eppure secondo gli analisti dell’Economist, anziché di cercare di capire le cause di questa “reazione popolare contro l’establishment politico” in molti “hanno cercato di delegittimare i risultati elettorali, denigrando valori di coloro che li hanno sostenuti”. E così Brexit e Trump sono diventati “scoppi di emozioni primordiali, espressioni viscerali di un nazionalismo gretto” e coloro che li hanno votati “analfabeti politici” o peggio ancora “bigotti e xenofobi in balia di demagoghi”; insomma i “miserabili” con cui la Clinton ha dato straordinaria prova del suo disprezzo antropologico.Trump non rappresenta la crisi della democrazia, ma al contrario una risposta contro le élite che hanno diminuito gli spazi di democrazia in Occidente. Gli analisti dell’Economist sono chiari: “il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non è da biasimare per questo calo di fiducia democratica che ha preceduto la sua elezione; tutt’al più è stato il beneficiario”.L’Economist non è un gruppo imputabile di simpatie di destra o populiste; al contrario rappresenta da sempre gli interessi dell’élite economica e finanziaria occidentale. Per questo le sue conclusioni sono ancora più sconvolgenti e segnano un’ammissione di fallimento per un’intera classe dirigente non solo in America ma anche in Europa.E allora viene naturale domandarsi: perché  quelli che oggi scendono in piazza contro Trump e i nuovi populismi (magari con la “benedizione” di George Soros), coloro che si ergono comicamente a sentinelle democratiche nel giornalismo radical-chic, gli indignati miliardari di Hollywood, i difensori ad oltranza di un’Europa che nega le sovranità popolari, sono stati stranamente silenziosi mentre, in questi anni, l’erosione della democrazia reale avveniva sotto il democratico Obama o nell’Europa delle élite tecnocratiche. Strano no?@GiampaoloRossi puoi seguirlo anche su Il Blog dell’Anarca

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