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La crescita economica statunitense è accelerata negli ultimi mesi, raggiungendo traguardi inimmaginabili anche nelle più rosee previsioni. Nel terzo trimestre del 2018 la crescita dell’economia è stata pari al 3,5% e l’indice di fiducia dei consumatori ha toccato quota 137,9, ai massimi dal 2000. Sul versante occupazionale, in ogni caso, i risultati sono, se possibile, ancora maggiori. Il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti ha toccato di recente il punto più basso dal 1969, assestandosi al 3,7% e il numero totale dei senza lavoro è sceso sotto la soglia dei 6 milioni.

Lo stato di salute dell’economia americana è confermato da un indicatore di notevole importanza: le offerte di lavoro da parte delle imprese superano abbondantemente il numero dei disoccupati. Come riportato nel recente Job Openings and Labor Turnover Survey del ministero del Lavoro statunitense, infatti, tra agosto e settembre le posizioni aperte per posti di lavoro hanno superato quota 7 milioni, andando ben oltre il numero di disoccupati ufficialmente registrati.

Il presidente statunitense Donald Trump ha certamente beneficiato dello stato di salute dell’economia nel recente voto di midterm, che lo ha visto conseguire con i democratici un pareggio tattico potenzialmente foriero di una vittoria strategica in vista delle elezioni del 2020, ma è importante sottolineare come la sua amministrazione abbia beneficiato in maniera notevole dell’eredità delle politiche espansive della precedente amministrazione Obama, che ha posto le premesse perché la crescita attuale si verificasse.

La corsa dell’economia americana da Obama a Trump

Quando, nel dicembre 2009, gli effetti della Grande Crisi si erano dispiegati in tutta la loro veemenza sull’economia statunitense, gli Usa avevano visto 8,5 milioni di posti di lavoro andare in fumo a partire dalla fine della presidenza di George W. Bush nel gennaio precedente. Da allora in avanti, l’amministrazione Obama ha garantito all’occupazione una crescita superiore all’11,5%, creando 16 milioni di posti di lavoro entro il dicembre 2016.

Le politiche espansive di Obama, avviate con l’American Recovery and Reinvestment Act, hanno aggiunto 8,6 trilioni di dollari al deficit federale, ma hanno rimesso l’economia in marcia. Negli ultimi 21 mesi dell’amministrazione Obama sono stati creati 4,5 milioni di posti di lavoro e Donald Trump, nei suoi primi 21 mesi di governo, ha continuato questo trend, sperimentando una crescita occupazionale di 4,05 milioni di occupati. Un dato notevole in entrambi i casi, che si aggira attorno ai 200mila posti di lavoro aggiuntivi ogni mese.

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La riforma fiscale dell’amministrazione Trump, in questo contesto, prevede che le corporations statunitensi, attratte dai benefici tributari, sviluppino ulteriormente l’occupazione attraverso la crescita degli investimenti in patria. Le stime del Joint Committee on Taxation del Congresso prevedono, per il periodo 2018-2027, una crescita annua dell’occupazione dello 0,6%, del Pil dello 0,7% e dei consumi dello 0,6% a causa degli effetti della principale politica economica di Trump.

L’interrogativo principale della riforma fiscale è connesso alle sue implicazioni sulla stabilità del debito americano, destinato ad ampliarsi notevolmente per il mancato gettito, ma anche le questioni distribuzionali hanno il loro peso: è sulla ricaduta occupazionale e salariale di una riforma destinata a favorire principalmente i possessori di redditi elevati che Trump si gioca una fetta consistente del suo futuro politico.

La corsa dei salari nei primi mesi di Trump

Per ora, il vento soffia favorevole alle spalle del presidente. Come riporta Libero, infatti, i salari nell’ottobre 2018 sono cresciuti del 3,1% rispetto a un anno fa, incremento più alto mai registrato dal 2009.

Nel corso della sua campagna elettorale, Trump ha fatto un cavallo di battaglia della capacità delle sue politiche di creare posti di lavoro ben remunerati per la classe media. Per quanto concerne le categorie lavoratrici, la corsa dei salari, iniziata nel 2012 nell’era Obama e che avrebbe potuto essere ancora più alta in caso di approvazione congressuale dell’American Jobs Act, ha frenato nei primi mesi del 2018 per il combinato disposto tra la crescita dell’inflazione e l’aumento dei prezzi energetici nel Paese.

Le sfide dell’occupazione e il nodo infrastrutture

Le prossime sfide di Trump riguarderanno dunque la necessità di impostare politiche capaci di rilanciare l’occupazione nel settore manifatturiero e delle costruzioni, tra i principali destinatari delle sue proposte nel 2016. La vittoria democratica alla Camera spingerà i repubblicani a dover scendere a compromessi, ma vi è sicuramente un campo in cui le due forze possono dialogare costruttivamente: le infrastrutture.

Trump in campagna elettorale ha promesso un piano infrastrutturale capace di sbloccare investimenti pubblici e privati dal valore di mille miliardi di dollari ma sinora non lo ha ancora implementato. Dato che la capogruppo democratica alla Camera Nancy Pelosi ha indicato il rilancio della spesa federale in infrastrutture come un punto primario dell’agenda programmatica del suo partito dopo il midterm, lo spazio di manovra per un dialogo costruttivo capace di portare alle prime politiche bipartisan dell’era Trump è tutt’altro che chiuso.

Il deputato democratico Peter DeFazio è già al lavoro per una bozza di proposta in materia che coinvolgerebbe sino a 500 miliardi di dollari di fondi federali, scrive Engineering News-Record. Trump, al contempo, starebbe pensando a un incremento della tassazione sul gas volto a finanziare la spesa infrastrutturale. Su questo terreno l’amministrazione, la maggioranza repubblicana al Senato e quella democratica alla Camera giocheranno una partita importante. L’economia americana corre, e servono politiche in grado di favorirne l’espansione. Perché mai si potrà considerare un sistema economico avulso dal quadro politico in cui esso si dispiega. La crescita economica ed occupazionale cerca nuovi spazi di inserimento: e il rilancio infrastrutturale dell’America rappresenta, in prospettiva, il percorso ideale.