Caparbi, coraggiosi, paladini della verità: da Snowden al recente The Post , Hollywood ha lasciato irrompere sul grande schermo il messaggio facilmente affrancabile dall’opinione pubblica che il popolo debba sapere, sempre e comunque; e che le notizie, segrete o secretate, quando essenziali e rilevanti, debbano essere di pubblico dominio. Ma tutto questo, nell’epoca dell’informazione digitale istantaneamente fruibile da un nemico ibrido, potrebbe rivelarsi molto pericoloso: per i nostri soldati, per la sicurezza nazionale del nostro paese o quella di un nostro alleato; per il mondo intero.

Nell’ultimo film di Steven Spielberg, il docudrama ‘The Post‘, ci è stato raccontato egregiamente come ai tempi della Guerra del Vietnam il Washington Post abbia deciso di pubblicare – a rischio di pesanti ritorsioni legali – i dossier top-secret elaborati dall’analista militare Daniel Ellsberg: inviato sul campo dal segretario della Difesa Robert McNamara per raccogliere informazioni sensibili riguardo l’andamento di un conflitto iniziato ufficialmente nel 1955. I documenti noti al pubblico come ‘Pentagon Papers’, trafugati segretamente e offerti al New York Times e in seconda battuta al Post nel 1971 avrebbero dimostrato come il Pentagono fosse a conoscenza da oltre 4 anni che la guerra in Vietnam non sarebbe mai stata vinta

Nel mezzo secolo trascorso dagli eventi rappresentati nel film, il pubblico americano si è sempre più abituato alla rivelazione dei segreti di sicurezza nazionale, e oggi quelli che sono noti come leaks ( perdite/fughe, ndr) vengono sempre celebrati come atti di eroismo portati a termine da coraggiosi che scelgono di denunciare abusi del governo e vengono supportati da giornalisti che non hanno paura delle conseguenze. Il procuratore generale del Dipartimento della Giustizia USA, ha dipinto questa inclinazione con l’espressione “cultura della fuga“, notando come la rivelazione di dati sensibili e di informazioni classificate ( top-secret, ndr)  possano avere ripercussioni significative per la sicurezza nazionale e i suoi obiettivi di salvaguardia della popolazione. Tali perdite nel sistema di sicurezza e nell’apparato della Difesa mettono in pericolo lo Stato, i contribuenti, e scoraggiano gli agenti stranieri che forniscono informazioni agli Stati Uniti, dissuadendo altri paesi dal prestare lo stesso ‘servizio’. L’esposizione a questo rischio di fuga di notizie raccolta con grande sforzo di uomini e mezzi  ad enormi costi “diminuisce le capacità di fronteggiare e neutralizzare minacce“, e rischia di diventare sempre più frequente.

La dimostrazione palese nell’epoca Assange è stata l’azione condotta da Edward Snowden, l’ex CIA e NSA che ha divulgato segreti riguardanti i metodi sistematici di ‘controllo delle masse’ da parte delle agenzie governative americane nel post 11 settembre; o quella di Chelsea Manning (natoBradley Edward Manning), ex analista d’intelligence dell’US Army che divulgò dossier classificati riguardanti operazioni svolte in Iraq per denunciare, tra le altre,  ‘Collateral murder’ condotti da elicotteri d’attacco Apache impiegati in missione. Le informazioni trafugate da entrambi vennero pubblicate sul portale WikiLeaks violando la sicurezza nazionale. Entrambi hanno guadagnato la stima dell’opinione pubblica con azioni che vengono altrimenti ritenuti crimini di ‘tradimento’. Il sensazionalismo con il quale queste ‘fughe di notizie’ vengono accolte dall’opinione pubblica e il livello di emulazione che spesso viene dimostrato da giornalisti che entrano in possesso di notizie ‘sensibili’, si pone così al centro del dibattito della comunità di sicurezza nazionale negli Stati Uniti, che si starebbe prefiggendo l’obiettivo di combattere questa inclinazione – che dietro i buoni propositi potrebbe rivelarsi essenzialmente nociva; contribuendo ad aprire falle nel sistema e rischiando di produrre effetti di gravità rilevante in futuro non collegabili alla denuncia di abusi governativi.

 Le perdite non avvengono tutti i giorni, fanno notare i funzionari delle agenzie governative americane, dunque si potrebbe ipotizzare che questa tendenza sia limitata a pochi soggetti che entrano o sono entrati a contatto con informazioni altamente classificate, e che hanno sentito il bisogno di divulgarle; ma la possibilità di ‘esfiltrare’ e divulgare materiale classificato nell’epoca digitale rimane un rischio troppo grande per la sicurezza nazionale, che è già oggetto di cyber-attacchi e strategie in via di analisi come il recente caso RussiaGate. Ciò che preoccupa di questo dilagare della ‘cultura della fuga’, nella quale si è inclini soprattutto negli ambienti liberal e progressisti, è la mitizzazione che viene pubblicizzata attraverso i media. Di Snowden è stato prodotto un film biografico, e un documentario vincitore di un Oscar (Citizenfour); Manning – dopo la scarcerazione dal carcere militare di Quantico – è stata invitata a tenere una conferenza all’università di Harvard, poi annullata.

Manning avrebbe messo in pericolo la vita di fonti straniere, aumentando la tensione delle delicate relazioni diplomatiche degli Stati Uniti nella regione, esponendo le tattiche militari statunitensi agli avversari e mettendo conseguentemente a rischio la vita del personale militare americano impegnato nella missione Iraqi Fredoom . Ciò che si cercherebbe di promuovere, con tale critica giunta da parte del Dipartimento di Giustizia sarebbe un ‘maggiore riguardo per le conseguenze’ che l’opinione pubblica dovrebbe sempre considerare. Recentemente Reality Winner, analista dell’US Air Force ha trafugato informazioni classificate riguardanti l’attività d’influenza della Russia nelle elezioni del 2016 al portale d’informazioneThe Intercep. Interrogata dall’FBI avrebbe definito i dossier top-secret divulgati ‘una goccia nel secchio’ dimostrando quanto gli stessileakers sottovalutino il la delicatezza delle informazioni alle quali hanno accesso.

La risposta del Pentagono a questo rischio dovrebbe materializzarsi nella ricerca di personale sempre più ‘qualificato’ – in controtendenza con molte iniziative di inclusività – aumentando il livello di formazione e responsabilizzazione di chi verrà autorizzato a maneggiare informazioni classificate e quindi potenzialmente pericolose per la sicurezza nazionale se diffuse. A questo si affiancheranno corsi per avvicinare il personale all’ipotesi di contattare un ispettore generale, un responsabile etico o membri di un apposito comitato di supervisione del Congresso per denunciare un possibile ‘leakers’ o una possibile fuga di notizie avviando un’indagine.

La consapevolezza da parte di chi detiene informazioni sensibili infatti dovrebbe essere analizzata attentamente, tenendo conto dei rischi che potrebbero scaturire da un singolo atto di coraggio. Una denuncia fondata potrebbe tramutarsi in un pericolo letale con conseguenze indesiderate per reggimenti impiegati in battaglia, informatori essenziali in zone a rischio, o personalità influenti. Tutti noi non abbiamo potuto fare a meno di apprezzare sullo schermo questi atti di coraggio, tenendo per Meryl Streep nei panni di Katharine Graham che lotta per la libertà di stampa, o per Joseph Gordon-Levitt nei panni di Edward Snowden che lotta per il diritto della nostra privacy. Ma i film fino ad oggi ci hanno sempre raccontato un lieto fine; in un futuro poco auspicabile potrebbe non essere così, dimostrandoci che una fuga di notizie può causare la perdita di vite umane, invece di salvaguardarle.