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Politica

Leak, veti e complotti: così i falchi Usa vogliono sabotare la pace in Ucraina

Tensioni nell'amministrazione Trump: falchi contro realisti su Ucraina, dal leak a Witkoff all'isolamento di Colby al Pentagono.

I negoziati in corso sull’Ucraina hanno esacerbato le tensioni tra le varie fazioni e correnti che compongono l’amministrazione Trump. Da una parte, i “falchi” neoconservatori come il senatore Lindsey Graham e il Segretario di Stato Marco Rubio; dall’altra la corrente più “realista” e pragmatica incarnata dall’inviato speciale Steve Witkoff, finito sul banco degli imputati dopo il leak diffuso da Bloomberg circa una conversazione telefonica avuta con Yuri Ushakov, il consigliere senior per la politica estera di Vladimir Putin. Un’operazione di intelligence volta a sabotare i negoziati in corso e delegittimare Witkoff, accusato di essere troppo accondiscendente verso Mosca.

L’eterno scontro tra “idealisti” e “realisti”

Non c’è niente di nuovo sotto il sole. Da quando è iniziata la Guerra Fredda a oggi, chiunque abbia cercato – a fasi alterne – di allentare la tensione con Mosca (allora Unione Sovietica, oggi Russia) è stato immediatamente bollato dai “falchi” come troppo morbido, troppo arrendevole, quasi un traditore. È la eterna contrapposizione tra realisti e idealisti, tra chi vuole gestire il conflitto e chi pretende di vincerlo a tutti i costi. Durante le amministrazioni Nixon e Ford, anche Henry Kissinger – prima come consigliere per la sicurezza nazionale poi Segretario di Stato – finì nel mirino di tali accuse. In merito a questo, in un discorso pronunciato nel 1973, Kissinger spiegò che “il tentativo di una parte di imporre una giustizia assoluta verrà visto come ingiustizia assoluta da tutte le altre parti. La stabilità dipende dalla soddisfazione relativa e quindi anche dalla relativa insoddisfazione dei vari Stati”.

Sebbene Kissinger osservò che una “politica eccessivamente pragmatica” sarebbe stata “priva non solo di direzione, ma anche di radici e di cuore”, lo stratega sottolineò che un “approccio eccessivamente moralista” alla diplomazia della Guerra fredda poteva diventare “donchisciottesco o pericoloso” e portare “ad atteggiamenti inefficaci o crociate avventuristiche”. Pertanto il politico responsabile “deve scendere a compromessi con gli altri e questo significa, in una certa misura, scendere a compromessi con se stesso”. Una lezione valida ancora oggi che si negozia la fine della guerra in Ucraina.

Il “realista” del Pentagono nel mirino

Quasi un anno dopo l’insediamento dell’amministrazione Trump, un fronte inaspettato unisce democratici e repubblicani a Capitol Hill: l’impulso irresistibile di ostacolare Elbridge Colby, sottosegretario alla Difesa per la politica, noto per le sue posizioni “realiste” in politica estera. Come riportato da The American Conservative, Colby, confermato a fatica ad aprile con il riluttante appoggio di falchi come Tom Cotton, appare sempre più isolato. Il 19 novembre, la Commissione Servizi Armati del Senato ha cancellato il voto di conferma per il suo vice, Alexander Velez-Green, e per Austin Dahmer.

Falchi repubblicani e democratici internazionalisti fanno muro contro Colby. Per chi lo vedeva come l’antidoto a decenni di politiche sbagliate che hanno eccessivamente impegnato le forze armate americane in guerre straniere e dispiegamenti infiniti, questa è una battuta d’arresto . “Sebbene i senatori possano avere preoccupazioni sui candidati stessi, ostacolare le loro nomine potrebbe essere un modo per segnalare ancor più chiaramente il loro malcontento verso Colby” osserva Politico. Uno dei tanti tasselli di questo scontro politico che ci consuma all’interno dell’amministrazione Trump.

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