Leader contro apparati. Sembra questo il destino del mondo che viviamo. Mentre gli elettorati cercano nuove speranze in persone che cambino il Paese o che siano effettivamente mandatari della missione consegnata dal popolo, è sempre più visibile una forza interna agli Stati stessi che rema contro questa volontà.

Gli Stati Uniti di Donald Trump sono forse il caso più emblematico, ma ne esistono altri altrettanto importanti che sarà opportuno analizzare. Di fatto, quello che è evidente è che ci troviamo di fronte a una scissione interna agli Stati sempre più netta fra i loro leader eletti e i burocrati. Una burocrazia che segue una propria linea politica e che è rappresentata perfettamente da quel concetto di “Stato profondo” divenuto ormai noto con l’elezione di The Donald.

Il valzer di nomine della Casa Bianca è un tranello. Molti vedono in questo gioco un potere assoluto di Trump che fa e disfa come Penelope la tela del potere, che tratta la sua amministrazione come un’azienda e che dunque appare come colui che ne ha il pieno controllo. In realtà basta vedere chi nomina, quando lo fa e soprattutto di che matrice sono questi nuovi papaveri dell’amministrazione americana, per comprendere che è il deep-State ad aver posto sotto assedio la presidenza degli Stati Uniti.

Il rapporto dell’attuale presidenza americana con la Russia è la cartina di tornasole di questo iato fra i poteri interni degli Stati Uniti d’America. Da una parte c’è un presidente eletto che ha fatto di tutto per riavvicinarsi a Mosca e per tentare di rimediare agli errori della precedente amministrazione, soprattutto della segreteria di Stato guidata da Hillary Clinton. Dall’altra parte, ai timidi segnali di riavvicinamento è corrisposta un’offensiva mista giudiziaria e politica che ha di fatto raso al suolo ogni avamposto “filo-russo” all’interno dell’amministrazione.

Uno a uno, gli amici di Trump sono caduti. Chi sotto la scure della giustizia per il Russiagate, chi sotto la mannaia della stampa mainstream. Altri, invece, probabilmente sotto enormi pressioni, sono stati mandati via dallo stesso presidente. Le cosiddette colombe sono state fatte fuori e i falchi, tra Pentagono e Casa Bianca, stanno prendendo il sopravvento. 

Ma non ci sono solo gli Stati Uniti d’America come emblema di questa guerra intestina fra poteri degli Stati. Anche in Europa la situazione è tutt’altro che semplice, con la differenza che da noi, nel Vecchio continente, il concetto di Stato profondo è spesso fatto coincidere con un potere manifesto (come l’Unione europea) che rende di fatto tutto più visibile.

Il Regno Unito post-Brexit ha manifestato questo problema in maniera estremamente evidente. Non solo c’è una parte visibile del sistema economico-finanziario che sta cercando in ogni modo di rovesciare il risultato del voto popolare. Ma ci sono anche interi settori della politica che contestano questo risultato. E lentamente, mentre gli anti-Brexit escono allo scoperto, i pro-Brexit vengono ghettizzati, colpiti da accuse come coloro che non si schierano apertamente né a favore né contro (emblematico il caso del leader laburista Jeremy Corbyn).

Chi pensa che a Mosca le cose vanno molto meglio, non deve comunque dormire sonni eccessivamente tranquilli. Vladimir Putin, appena eletto a furor di popolo, ed etichettato da tutta la stampa occidentale come un guerrafondaio, in realtà è una delle garanzie che la Russia non conduca effettivamente guerra su vasta scala nei confronti dei suoi avversari. Le forze alla destra di Putin sono nettamente critiche nei confronti degli approcci “soft” del presidente russo e c’è un problema legato alla sua successione che rischia di essere sottovalutato. In Russia, la burocrazia non è tutta putiniana.

E c’è un altro Stato dove questo confronto è evidente: l’Iran. La Repubblica islamica è per sua natura costituzionale estremamente complessa. Ha al suo interno poteri forti che possono orientare le scelte del governo ed esistono rami della Difesa e della religione che rappresentano indotti economici, legami politici e vere e proprie reti diplomatiche. Basti pensare alla quantità di servizi segreti che sono presenti all’interno dello Stato. Hassan Rohani è stato, insieme al suo ministro degli Esteri, Mohammad Javad Zarif, una garanzia di stabilità. Ma la sua visione strategica è condizionata da una sfida interna con i Pasdaran e con altre forze conservatrici che tramano per uscire allo scoperto.

Nell’era della democrazia, uno solo è l’esempio (per ora) di questa convergenza fra establishment e leader eletto: Emmanuel Macron. L’inquilino dell’Eliseo, portato in alto proprio da quei poteri che compongono lo Stato profondo, è il simbolo di una convergenza d’intenti fra classe dirigente e potere che a Parigi sembra funzionare. E infatti Macron continua a vivere un idillio mediatico e politico che altri leader del mondo faticano a trovare. Questo lo aiuta molto. Perché oggi si parla di Macron e Francia in maniera del tutto univoca. Cosa che non si può dire degli altri suoi interlocutori, che si trovano a dover combattere una guerra interna contro rami del Paese che seguono un’agenda del tutto divergente.