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Il tranquillo campus dello Yad Vashem, il memoriale e museo ufficiale dell’Olocausto di Israele, si trova in cima a una collina boscosa alla periferia di Gerusalemme, lontano dalla frenesia della città: il luogo adatto per la sepoltura di autorità israeliane e personalità del sionismo, fra i quali Theodor Herzl, ma pure per meditare sul ricordo della Shoah nel modo più profondo possibile. Può sembrare un santuario appartato, un luogo non proprio di questo tempo, ma in realtà nemmeno un tempio della rimembranza riesce a schermare le tempeste politiche del XXI secolo, ormai barometro di un clima che sta cambiando in tutto il mondo.

Lo Yad Vashem, e lo Stato che lo ospita, sono stati fondati da ebrei costretti a fuggire dalla persecuzione nazista e dal genocidio europeo e sorsero con la convinzione che la testimonianza del passato potesse essere decisiva per evitare la riproposizione di tragedie del genere in futuro. Ma nel memoriale dell’Olocausto, oggi, non sono in pochi a pensare che la sua missione stia perdendo valore. Il malumore che inizia a serpeggiare è rivolto verso quelle realtà politiche che ammirano lo Stato di Israele ma non come enclave liberale o cosmopolita creata dai socialisti, bensì come nazione di un gruppo etnico compatto, sospettosa delle fantasie sovranazionali, dura potenza militare e baluardo contro il mondo islamico. E gli stretti rapporti tra gli esponenti del Likud e alcuni dei leader sovranisti di tutto il mondo lo dimostrerebbero.

Così, il libro degli ospiti dello Yad Vashem, tappa obbligata per i dignitari in visita in Israele, nell’ultimo anno ha incluso il primo ministro ungherese, Viktor Orban, il presidente filippino Rodrigo Duterte, che una volta si è paragonato a Hitler, il vicepremier e ministro dell’Interno italiano Matteo Salvini. Anche il nuovo presidente brasiliano, Jair Bolsonaro, è atteso in Israele a marzo.

Benché i dipendenti dello Yad Vashem non abbiano il permesso di parlare con i media senza permesso, all’interno degli uffici e degli archivi del memoriale lo scetticismo sta diventando sempre più forte. “C’è angoscia qui, e anche rabbia”, ha confessato un membro dello staff al New York Times “perché molti di noi vedono una collisione tra quello che crediamo siano le lezioni dell’Olocausto e quello che vediamo come il nostro lavoro, e tra il modo in cui lo Yad Vashem viene abusato per scopi politici”. Le loro accuse derivano dal fatto che, sebbene il 40% dei finanziamenti alla struttura provenga dal governo e non possano in alcun modo interferire con la politica estera del Paese, non sia corretto ospitare esponenti che flirtano, a loro giudizio, col suprematismo etnico.

La tensione all’interno dello Yad Vashem è esplosa pubblicamente lo scorso giugno nella parte del memoriale conosciuta come la Valle delle Comunità, dove i muri di pietra commemorano le città in cui gli ebrei sono stati assassinati dai nazisti e dai loro collaboratori. Il cancelliere austriaco, Sebastian Kurz, stava cercando i nomi delle comunità perdute dell’Austria quando la sua guida, Deborah Hartmann (austriaca), gli ha ricordato che proprio in quegli stessi luoghi ci fossero recentemente stati incidenti anti-ebraici con protagonisti alcuni membri del Partito della Libertà Austriaco. Un partito che è partner di coalizione nel governo Kurz.

Dopo aver lasciato il sito, l’ambasciata austriaca ha presentato una rara denuncia ufficiale spiegando che la signora Hartmann si fosse avventurata impropriamente in argomenti di carattere politico e l’amministratore dello Yad Vashem, Avner Shalev, è stato costretto a porgere le scuse di rito. Poco dopo, a luglio, anche la visita di Orban è stata tutt’altro che tranquilla. Sinistra israeliana e politici centristi come Yair Lapid hanno parlato di “vergogna”, ricordando le lodi tessute da Orban nei confronti di Miklos Horthy, il leader della Seconda guerra mondiale parecchio vicino alla Germania nazista.

Prima dell’arrivo di Orban l’amministrazione dello Yad Vashem ha emesso un insolito promemoria per spiegare come sia stato il ministero degli Esteri a decidere l’itinerario per i funzionari in visita. In altre parole: il memoriale non ha voce in capitolo su chi ospitare. Una presa di posizione che sottintende l’umore che si respira nell’istituzione. A settembre la visita (con critiche annesse) è toccata a Duterte.

La tensione sul ruolo dello Yad Vashem è in realtà antica quanto l’istituzione stessa. Secondo gli studiosi e i ricercatori israeliani ha sempre rappresentato un simbolo del genocidio come avvertimento, e come bussola per orientare le azioni future. Ma, ammesso e non concesso che i leader presi ad esempio possano davvero essere considerati dei nuovi Hitler, la sua carica simbolica finisce per scontrarsi con la geopolitica. Tanto quanto lo fece, per fare un esempio, quando venne firmato l’accordo di pace tra Israele e l’Egitto di Sadat, considerato ai tempi un sostenitore di Hitler.

Oggi lo Stato di Israele fa di tutto per difendere gli ebrei israeliani dalle minacce che arrivano dal mondo islamico, specie dall’Iran sciita, e i leader del Likud (che sono attesi alla prova elettorale a marzo) non possono che considerare le destre europee degli alleati logici e obbligati. Una riprova è l’epiteto “terroristi” utilizzato da Salvini per definire Hezbollah dopo aver sorvolato il confine col Libano o il tentativo del governo israeliano di minimizzare l’approvazione di una legge in Polonia (poi emendata) che limita le accuse di complicità polacca nei rastrellamenti di ebrei durante l’occupazione nazista. Anzi, visto che l’opinione pubblica israeliana non ha preso bene la cosa, Netanyahu è stato costretto nei giorni scorsi a rimarcare il ruolo di connivenza svolto dalla Polonia durante la Shoah. 

Nel vertice tra il leader del Likud e i primi ministri del “Gruppo di Visegrad” in corso di svolgimento a Gerusalemme, al posto del primo ministro polacco Morawiecki si è presentato il ministro degli Esteri Czaputowicz. Un piccolo incidente diplomatico che non scalfisce però la vicinanza con gli altri leader di Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia. Per Netanyahu, in piena campagna elettorale, strizzare l’occhio a Visegrad resta un modo potente per fare il vuoto a destra. Il messaggio che vuole lanciare al suo elettorato è che il gruppo di Visegrad sia l’unico in grado di minare quella Unione Europea considerata smaccatamente filopalestinese e filoiraniana. 

Il calcolo politico, insomma, è ovvio e legittimo. Così come legittima è la decisione dell’80enne direttore dello Yad Vashem, che copre l’incarico dal 1993 affidatogli dall’allora governo laburista, di prorogare il più possibile il suo mandato per cercare di mantenere al riparo l’istituzione dalle speculazioni politiche. Del resto, la vocazione del sito museale è sempre stata quella di “mostrare l’Olocausto anche a persone che non inviteremmo a cena”, dicono dal museo. Addirittura, quando negli anni ’90 sorse la possibilità che Yasser Arafat dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina potesse visitare Israele, il memoriale si disse favorevole ad organizzare una visita guidata del sito.  Sospesa tra dovere storico e politica contemporanea, la carica simbolica dello Yad Vashem non è mai stata più attuale.

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