Nanchino, 1603. Un giovane letterato cinese decide di farsi battezzare e abbracciare la fede cattolica, affascinato dalle parole e dal carisma di uno strano occidentale conosciuto in tutta la Cina col nome di Li Madou. Ma a Macerata, dove era nato, tutti lo chiamavano col suo vero nome: Matteo Ricci.
Era un gesuita, che vestiva con abiti di seta come era in uso tra i saggi confuciani, mandarino alla corte dell’imperatore, esperto di astronomia, matematica e filosofia. Un uomo che parlava di un “Signore del Cielo” fattosi uomo per la salvezza degli uomini. Quello strano personaggio, che cambiò persino il suo nome per farsi sempre più “cinese tra i cinesi”, convinse il giovane letterato a battezzarsi.
“Una nuvola si è squarciata e ogni indecisione è svanita” scrisse qualche anno più tardi. Lui, che si riteneva incline al dubbio e allo scetticismo abbracciò una fede straniera, diversa da quella dei suoi antenati e cambiò addirittura il proprio nome. Xu Guangqi dal momento del battesimo sarà infatti conosciuto tra i cristiani di Cina e d’Europa col nome di “doctor Paulus Xu”.
Ancora oggi, nella Cina dell’ateismo di stato, il cristiano Xu Guanqi è conosciuto da tutti. I bambini cinesi lo studiano a scuola come un “padre benefico della patria”, colui che ha coniato le formule con cui loro imparano la geometria euclidea, che ha diffuso nuove tecnologie nella coltivazione, ha elaborato sistemi di controllo idraulico delle vie fluviali, dimostrando a tutti che le periodiche inondazioni delle terre cinesi non erano ineluttabili vendette del Cielo.
Anche il suo maestro, il maceratese Matteo Ricci, gode di profonda stima nella Cina di oggi. Insieme a Marco Polo è l’unico occidentale, raffigurato nel fregio in marmi policromi che racconta la storia cinese all’interno del Millennium Centre di Pechino, sede delle riunioni ai massimi livelli del Partito Comunista di Cina.
Ma se oggi queste due personalità vengono celebrate in egual misura sia in Oriente che in Occidente, lo stesso non si può dire di molti altri cattolici cinesi che tanto hanno fatto e continuano a fare per la Chiesa e per la Cina. L’attaccamento alla patria è uno dei tratti distintivi di tutti questi personaggi, ma il regime vigente sembra voler nascondere questa caratteristica. I cristiani infatti vengono perseguitati dal regime proprio per il timore che la fedeltà al Papa di Roma possa in qualche modo invalidare la dedizione dei cittadini verso lo stato. Per questo, nel 1957, dopo le prime violentissime persecuzioni seguite all’ascesa di Mao Zedong, il partito decise di fondare l’”Associazione patriottica cattolica cinese”. Un’organizzazione direttamente controllata dal regime a cui tutti coloro che si dichiarano cattolici in Cina sono tenuti ad iscriversi, pena l’incarcerazione e la deportazione nei laogai: i campi di lavoro e di rieducazione disseminati in tutto il Paese in cui vengono rinchiusi, insieme ai criminali comuni anche i dissidenti politici. Chi continua a professare clandestinamente la religione cattolica viene accusato di tradimento e di essere una spia occidentale. Che il problema maggiore fosse l’incapacità del regime di comprendere come non ci sia contraddizione fra l’essere contemporaneamente buon cittadino e cristiano l’aveva capito molto bene Benedetto XVI. Il Papa emerito nel 2007 scrisse una lettera ai cattolici cinesi in cui si leggeva: “Le Autorità civili sono ben consapevoli che la Chiesa, nel suo insegnamento, invita i fedeli ad essere buoni cittadini, collaboratori rispettosi e attivi del bene comune nel loro Paese, ma è altresì chiaro che essa chiede allo Stato di garantire ai medesimi cittadini cattolici il pieno esercizio della loro fede, nel rispetto di un’autentica libertà religiosa”. I rapporti tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare di Cina si sono talmente compromessi che oggi la memoria di alcune importanti figure del novecento cinese sono state dimenticate: volutamente dimenticati dal governo e spesso taciute dalla stessa chiesa di Roma per non compromettere ulteriormente il già fragile contatto con Pechino.
Il professore americano Anthony E. Clark ha recentemente tracciato i profili di alcuni di questi cattolici. Figure caratterizzate da una fede incrollabile e nello stesso tempo da un altrettanto incrollabile amore verso il proprio Paese.
Ma Xiangbo (1840-1939)
Pochi sanno che una delle università più prestigiose della Cina, l’elitaria Fudan University di Shanghai, deve la sua esistenza ad un visionario gesuita, padre Ma Xiangbo. Ma nacque in una delle più importanti famiglie cattoliche della Cina in un periodo in cui l’impero stava collassando sotto i colpi sempre più pressanti della modernità. Insieme a Ying Lianzhi, un altro devoto cattolico cinese, Ma Xiangbo si considerava un riformatore in una società che riteneva fragile e ormai obsoleta; immaginava cambiamenti importanti per il proprio Paese, senza tuttavia riuscire ad avverare pienamente quanto desiderava. “Sono come un cane che sa solo abbaiare” diceva: “ho abbaiato per un secolo e non sono ancora riuscito a risvegliare la Cina!”. Suo padre, Ma Songyuan, era un erudito confuciano, e così Ma era cresciuto nella tradizione classica, nella disciplina e in un forte attaccamento al comportamento virtuoso. Dopo aver ricevuto una rigorosa educazione occidentale nella scuola di Sant’Ignazio a Shanghai gestita da gesuiti, Ma entrò nei gesuiti nel 1864 e fu ordinato sacerdote nel 1870. Sei anni più tardi però lasciò l’ordine, esasperato dall’arroganza dei suoi confratelli francesi che in quegli anni disprezzavano la cultura tradizionale cinese. Tornò in seno alla chiesa soltanto nel 1919 dopo aver passato diversi anni ad aiutare nella ricostruzione della propria patria, lacerata dalla guerra col Giappone. Nel 1903 fondò l’Università Aurora gestita dai Gesuiti, che cessò di essere un’università cattolica soltanto nel 1953, quando le autorità comuniste la costrinsero ad una secolarizzazione forzata. Nel 1905 diede vita all’Università Fudan e successivamente, nel 1926, alla prestigiosa Università cattolica Fu Jen di Pechino, oggi con sede a Taiwan. Trascorse la maggior parte dei suoi ultimi anni nel tentativo di influenzare il clima politico della Cina lavorando come diplomatico in Europa e negli USA. Morì nel 1939, alla veneranda età di 99 anni, mentre si recava a Kunming per sfuggire agli orrori dell’invasione giapponese della sua città natale, Shanghai. Morì un “vecchio patriota” che lasciò come eredità alcune delle più prestigiose università della Cina. I suoi scritti spirituali e l’esempio del patriottismo cattolico rimangono una forte testimonianza dei tratti peculiari della Chiesa cinese.
Yu Deling (1885-1944)
Tra i personaggi più eccentrici della storia cinese. Yu Deling, era una delle dame di compagnia di Ci Xi (1835-1908), l’imperatrice che nel 1900 che appoggiò apertamente l’insurrezione xenofoba, anti-cristiana e anti-occidentale della setta dei Boxer. Yu Deling è stata la prima donna, residente nella Città Proibita a sposare uno straniero, l’americano Thaddeus White. Insieme al marito si trasferì negli Stati Uniti dove insegnò cinese all’Università di Berkeley. Scrisse ben otto libri grazie ai quali oggi conosciamo più da vicino il funzionamento della vita all’interno della Città Proibita di Pechino durante l’era dell’imperatore Guang Xu (1871-1908). Il suo libro più famoso, “Due anni nella Città Proibita”, è tra i migliori racconti del mondo scomparso della corte imperiale cinese, pieno di descrizioni di pasti stravaganti, elaborati abiti di seta e spietati intrighi di corte. Yu Deling fu una delle dame più vicine all’imperatrice, e così fu testimone diretta di eventi a cui pochi umani hanno potuto assistere. Fu battezzata dal più importante prelato della Cina di inizio secolo, il francese Alphonse Favier, (1837-1905) che organizzò per lei un viaggio a Roma per incontrare privatamente Papa Leone XIII. Yu Deling dovette nascondere la sua fede cristiana durante tutto il suo periodo di vita nella Città Proibita. L’imperatrice infatti non avrebbe mai sopportato un simile affronto. Vivendo la sua fede in totale clandestinità, Yu Deling fu forse, più vicina al centro di potere della Cina di qualsiasi altro cattolico nella storia della Cina imperiale.
Ying Lianzhi (1867-1926)
Fondatore del più antico quotidiano in lingua cinese, Ying Lianzhi era membro dell’aristocrazia cinese della Manciuria. Esperto spadaccino e cavaliere, egli non era interessato soltanto alle arti marziali ma anche alle lettere, in particolare agli scritti incentrati sulla religione. Tramite il suo giornale, Tagongbao (l’imparziale), si era posto come obiettivo quello di “trasformare la Cina in uno stato moderno e democratico”. Si convertì al cristianesimo in un’occasione del tutto particolare. La sua fidanzata gravemente malata fu guarita soltanto grazie a medicinali occidentali che le furono somministrati in un ospedale cattolico gestito da suore. La dedizione totale delle suore verso i propri pazienti spinse Ying ad approfondire la conoscenza del cristianesimo fino alla conversione. Dopo il suo battesimo avvenuto nel 1895 a Pechino, tutta la sua famiglia lo seguì in seno alla Chiesa. Si trasferì a Tianjin e fondò il suo giornale nel 1902. Il nuovo periodico fu una piattaforma pioneristica per riforme sociali e politiche nel periodo turbolento che seguì il crollo della dinastia Qing nel 1911. Dalle colonne de l’Informale Ying tuonò contro alcune pratiche culturali inumane come quella del Loto d’Oro, nella quale i piedi delle giovani donne venivano artificialmente deformati per mantenerne una dimensione infantile, simbolo di purezza e bellezza. Dopo la rivoluzione del 1911 che pose fine alla dinastia Qing, Ying si prodigò per aumentare l’influenza dell’educazione cattolica in Cina e fondò i primi collegi femminili. Nel 1917, Ying scrisse un saggio in cui criticava apertamente i missionari francesi in Cina, rei di aver ostacolato la crescita dei vescovi locali e aver infastidito i preti cinesi che chiedevano a gran voce una riforma in questo senso. All’epoca, i francesi occupavano oltre il 70% del clero in Cina. Il suo saggio, tradotto in francese venne inviato a Roma, dove ha influenzò la decisione del papa di spingere per una maggiore “indigenizzazione” delle gerarchie ecclesiastiche in Cina. Influenzato dai testi di Matteo Ricci, Ying era fortemente convinto che Confucianesimo e Cristianesimo, cultura cinese e cultura cristiana fossero essenzialmente complementari l’una all’altra.
Lu Zhengxiang (1871-1949)
Fu senza dubbio il più influente cristiano cinese dell’era repubblicana (1911-1949). Primo ministro degli Affari Esteri della storia del Paese asiatico, fu proprio Lu a rappresentare la Cina alla conferenza di pace di Parigi del 1919. In quell’occasione diede prova di assoluta dedizione alla patria resistendo e affrontando le ingerenze straniere. Una resistenza che lo rese subito un eroe tra il popolo cinese. L’articolo 156 del trattato di Versalilles prevedeva che il territorio coloniale tedesco dello Shandong andasse al Giappone. Tutto questo era stato fatto senza consultare minimamente la Cina la cui sovranità e unità territoriale era nemmeno riconosciuta da molti esponenti delle cancellerie occidentali. Lu si scagliò contro questa mancanza di rispetto: “non vengono minimamente prese in considerazione il diritto, la giustizia e la sicurezza nazionale della Cina”. L’intransigenza e il patriottismo del ministro cristiano resero così la Cina l’unico Paese a non aver siglato il trattato di Versailles. Dopo la morte prematura di sua moglie (una nobildonna belga conosciuta alla corte dello Zar), Lu Zhengxiang si ritirò dal servizio politico e divenne postulante presso l’abbazia benedettina di Saint-Andries a Bruges, in Belgio. Fu ordinato sacerdote nel 1935 e nel 1946 Papa Pio XII lo nominò abate titolare dell’abbazia di San Pietro a Gand. I cattolici cinesi lo conoscono per i suoi scritti come monaco benedettino, in particolare per la sua commovente autobiografia, “Souvenirs et Pensées”, pubblicata per la prima volta nel 1945 mentre la Cina era sotto il peso di una spietata occupazione giapponese e di una guerra civile tra nazionalisti e comunisti. Ciò che rende la sua scrittura particolarmente attraente per i cristiani cinesi è la sua insistenza sul fatto che il cristianesimo è un compimento del confucianesimo e, inoltre, che il monachesimo benedettino potrebbe essere l’adempimento del monachesimo buddista in Cina. Dopo aver riconosciuto il successo del buddismo in Cina attraverso il monachesimo, nei suoi scritti suggerisce che potrebbero essere i monaci cattolici ad infondere finalmente in Cina le verità della fede cattolica. Nel suo libro di memorie, dà poi un consiglio ad un giovane confuciano affascinato dall’Occidente. Un consiglio che ben descrive la peculiare caratteristica dei cattolici cinesi: tanto innamorati della Chiesa e dei suoi insegnamenti quanto fedeli alla propria terra e alla propria cultura: “La forza dell’Europa non si trova nei suoi armamenti, né nella sua conoscenza ma nella sua religione. Osserva la fede cristiana. Quando avrai afferrato il suo cuore e la sua forza, allora prendili e consegnali alla Cina “.
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