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L’Italia è stato l’ultimo Paese europeo a provare a proporre un piano di pace per l’Ucraina pochi mesi dopo lo scoppio del conflitto che da tre anni insanguina il Paese ex sovietico in guerra con la Federazione Russa. E quel piano rappresentò un canto del cigno diplomatico a cui poi il Vecchio Continente non seppe dare seguito fino ad ora.

A ricordare il peso di quel progetto, ideato dall’ex ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è l’ex ambasciatore a Mosca, Giorgio Starace, nel suo libro  La pace difficile. Diari di un Ambasciatore a Mosca (pubblicato da Mauro Pagliai nella collana Verità Scomode), in cui il diplomatico in servizio nella capitale russa dal 2021 al 2024 ricorda l’evoluzione della crisi e le prospettive che il mondo ha per uscirne. Per Starace, solo discutendo a tutto campo dell’architettura di sicurezza europea si potrà giungere a una pace duratura e stabile. E proprio di questi temi Starace discute con InsideOver.

Ambasciatore, quali furono le radici del piano italiano per la pace in Ucraina?

Nel maggio 2022 il governo italiano, nella figura del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, presentò a New York un piano di pace portato all’attenzione del segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres e prevedeva una de-escalation in quattro punti, da avviare con il ritiro delle truppe russe dall’Ucraina e da sviluppare tramite la creazione di un nuovo sistema di sicurezza europeo collettivo.

In che contesto si inseriva il piano del ministro Di Maio?

Il conflitto era nato per un disequilibrio della sicurezza comune europea e la proposta italiana mirava a sanarla. Del resto, l’urgenza di trattare era forte: si era reduci dal fallimento del tentativo di mediazione turco condotto tramite i colloqui Istanbul e l’Italia del governo di Mario Draghi provò, tramite Di Maio, a tenere aperta la porta della diplomazia, unica nazione del G7 a farlo a una fase già tanto avviata del conflitto. La proposta ebbe, come detto, il sostegno del Segretario Generale dell’Onu ma non fu approvata dai partner del G7 e finì, dunque, per non essere presentata alle controparti russa ed ucraina

C’erano stati precedenti confronti con Mosca?

Il governo Draghi provò a trovare una soluzione poco prima dell’avvio dell’aggressione russa all’Ucraina . lo stesso Di Maio si era recato, prima del conflitto, a Mosca e io stesso lo accompagnai dal ministro degli Esteri Sergej Lavrov che ci assicurò che mai la Russia avrebbe invaso l’Ucraina. Questo accadeva un mese prima dell’attacco del 24 febbraio. Ma ciononostante, quando il piano fu presentato l’idea di trattare era perfettamente sensata.

Che scenario si presentava allora?

Ancora non eravamo arrivati alla fine di settembre del 2022, quando Putin promulgò il decreto di annessione dei territori occupati e degli oblast rivendicati da Mosca, scavando una nuova trincea che ostacolava la possibilità di un dialogo. Quando il governo italiano presentò il suo piano, c’era ancora margine di trattativa, tanto che a livello di medi funzionari ucraini e russi si parlavano ancora e non c’era ancora la prospettiva di un totale congelamento dei canali diplomatici.

In seguito, quella finestra si chiuse?

Dall’estate 2023, quando non vennero rinnovati gli accordi sul grano mediati dalla Turchia l’estate precedenza, non c’è stato più spazio per una vera diplomazia coinvolgente Ucraina e Russia. E dopo il tentativo di Di Maio, nel maggio 2022, nessun Paese europeo ha più presentato un piano credibile e realistico per porre fine alla guerra in Ucraina.

Un silenzio europeo di cui si è spesso discusso…

Abbiamo visto in campo, su determinati dossier, altri mediatori: Turchia, Qatar, Cina e Vaticano. Ma nessun Paese europeo è sceso in campo. Questa assenza di iniziativa è una delle cause che ha fatto sì che l’Ue venisse esclusa dai primi abboccamenti diplomatici tra Usa e Russia dopo l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca.

Che strategia dovrebbe adottare oggi l’Europa per tornare in campo?

Non dovrebbe esistere contraddizione tra la spinta a dotare l’Europa e l’Ucraina di una capacità militare di deterrenza e di proseguire, in parallelo, il dialogo con la Russia cercando una soluzione diplomatica ai vari contenziosi che non è utopico ipotizzare. Del resto, anche gli Usa e la Russia dovrebbero aver chiaro che nessuna pace duratura può prendere piede senza il contributo delle capitali europee. In quest’ottica, ben giudico il tentativo del governo italiano di Giorgia Meloni per spingere l’Unione Europea a non recedere il dialogo con gli Stati Uniti. L’Europa deve prendere l’iniziativa proponendo, come sostiene Roma, un forum congiunto con gli Usa per pensare strategie comuni, e ricordare che le ragioni della sicurezza collettiva dell’Occidente non si possono far valere senza il contributo europeo. Finora siamo stati coesi nel sostenere compattamente l’Ucraina. Dovremo esserlo anche nel cercare una soluzione duratura e sostenibile alla guerra.

Da dove bisognerebbe partire a suo avviso?

Al centro di tutto c’è la necessità di costruire un nuovo sistema di sicurezza collettivo, tema fondamentale di cui parlo diffusamente nel libro. Putin nel 2007 denunciò alla conferenza di Monaco che la fine della Guerra Fredda e l’espansione della Nato avevano cambiato le carte in tavola cambiando nettamente il sistema di sicurezza di Helsinki. Seguendolo nel suo ragionamento, e indicando dunque nel vuoto creato dalla fine di quel sistema la causa scatenante dell’assertività russa , dovremmo ritrovare lo slancio per iniziare colloqui a vari livelli sulla sicurezza collettiva: si dovrebbe discutere sulla riduzione di arsenali, sulla creazione di grandi aree demilitarizzate, sul riavvio di interi canali di dialogo oggi aboliti come le riunioni Nato-Russia. Ora solo l’Ocse è un forum in cui Occidente e Russia si possono parlare, ma in passato i Paesi europei collaboravano con Mosca su molti dossier, dalla cooperazione antiterrorismo al cyber, passando per la tutela dell’ambiente.

Conseguenze che vanno di pari passo col fatto che l’Ucraina spesso ha fatto dimenticare altri dossier ai decisori…

Questa guerra oltre a creare odio e strascichi ha spostato l’attenzione degli addetti ai lavori e degli opinion maker sul tema della sicurezza e della guerra ma ci sono tutta una serie di sfide passate in secondo piano: pensiamo all’agenda ambientale. Cosa sarà del territorio ucraino quando scopriremo, finito il conflitto, quel che c’è sottoterra, quali sostanze siano state sprigionate e quale sarà il danno che dovremo sanare? Questa è solo una delle domande da porci. Segnalo inoltre che per Paesi come l’Italia focalizzare tutta l’attenzione securitaria sull’Ucraina ha assorbito energie che devono essere orientate anche ad altre emergenze della sicurezza: penso ad esempio a Mediterraneo e Balcani, altrettanto vitali per la nostra stabilità.

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