L’amministrazione Trump ha ingaggiato una vera e propria battaglia contro il mondo dell’Università, segnando un momento cruciale per l’equilibrio tra potere politico e autonomia accademica negli Stati Uniti.
Harvard e le altre
L’amministrazione Trump sta tentando di esercitare un’influenza senza precedenti sulle università americane, minacciando il ritiro di finanziamenti federali che per decenni hanno sostenuto la ricerca e la formazione. L’accusa principale è che alcuni atenei, in particolare quelli d’élite, siano diventati focolai di antisemitismo e di indottrinamento ideologico. Il malcontento conservatore affonda le sue radici in decenni di critiche a programmi di affirmative action, ai costi esorbitanti, al predominio di professori progressisti e alla diffusione di iniziative su diversità, equità e inclusione. L’università, secondo molti conservatori, avrebbe perso la propria neutralità, trasformandosi in un laboratorio di “wokeness” scollegato dalle esigenze del mercato del lavoro.

Harvard è il caso più emblematico: circa 9 miliardi di dollari di finanziamenti sono a rischio, con oltre 2,2 miliardi già cancellati. Altri atenei colpiti includono Columbia, Penn, Princeton, Brown, Cornell e Northwestern. Alcuni, come Columbia, hanno ceduto alle richieste federali, accettando di rafforzare la sicurezza interna e rivedere i dipartimenti più contestati. Harvard, invece, ha scelto la linea dura, rifiutando le imposizioni e rivendicando la propria indipendenza accademica e costituzionale. Oltre alla posta economica immediata è in gioco il futuro stesso dell’istruzione superiore americana: ricerca scientifica, innovazione tecnologica e competitività globale dipendono da investimenti stabili, che oggi sembrano minacciati da una guerra ideologica. Se alcuni si chiedono perché università con endowment miliardari non possano semplicemente attingere ai propri fondi, i rettori ricordano che gran parte di queste risorse è vincolata a specifici progetti. Harvard, ad esempio, pur disponendo di un patrimonio di circa 53 miliardi di dollari, ha annunciato l’emissione di obbligazioni per 750 milioni per tamponare l’emergenza.
La miccia del Sessantotto nei campus
Ma la vera battaglia, questa volta, è soprattutto esistenziale. Nel lontano 1968 un rombo sommesso cresceva sotto la superficie delle strade ordinate, tra i campus universitari, nei salotti delle case borghesi e nei ghetti dimenticati. I volti giovani, segnati da sogni e rabbia, si affacciavano alla storia decisi a non accettare più il mondo così com’era. Era un tempo in cui la paura e la speranza si intrecciavano in ogni marcia, in ogni slogan gridato contro il cielo. Le pallottole che caddero a Memphis, i pugni alzati a Città del Messico, i fiori infilati nelle canne dei fucili: tutto sembrava urlare che il vecchio ordine stava crollando.

Uno degli episodi più significativi si verificò alla Columbia University di New York. Nel 1968, gli studenti scoprirono che l’università era affiliata all’Institute for Defense Analyses (IDA), un think tank legato al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, coinvolto nella ricerca per la guerra in Vietnam. Inoltre, l’università aveva pianificato la costruzione di una palestra a Morningside Park, un progetto percepito come discriminatorio nei confronti della comunità afroamericana di Harlem. Oltre alla Columbia University, numerosi altri campus furono teatro di proteste: al San Francisco State College nel novembre 1968, gli studenti, guidati dalla Black Student Union e dal Third World Liberation Front, iniziarono uno sciopero di 133 giorni, il più lungo nella storia accademica degli Stati Uniti. Chiedevano la creazione di un Dipartimento di Studi Etnici e una maggiore rappresentanza delle minoranze nel corpo docente.
Berkeley, in California, fu un altro epicentro delle proteste: nel gennaio 1969, gli studenti formarono il Third World Liberation Front e iniziarono uno sciopero per protestare contro la mancanza di rappresentanza delle minoranze e per chiedere la creazione di un College of Ethnic Studies. Le proteste portarono a scontri con la polizia e all’arresto di numerosi studenti. Quei boomer arrabbiati contestavano Washington e le sue scelte, i loro genitori e, non per ultimi, le teste d’uovo che li giudicavano in aula. Rettori compresi. Tuttavia, non contestarono mai le radici della Nazione: i Padri Fondatori per intenderci. Anzi, li riterranno sempre gli ispiratori del free speech che tanto invocarono nei loro campus.
La risposta degli atenei e dei rettori
Mutatis mutandis, in queste settimane assistiamo a uno stravolgimento dei ruoli nella battaglia per l’Accademia. Dopo settimane di risposte caute alle minacce dell’amministrazione Trump — tra tagli a miliardi di dollari di fondi e richieste drastiche — oltre 400 rettori universitari hanno firmato una dichiarazione che denuncia l'”interferenza governativa senza precedenti” nella vita accademica. Un altro appello, promosso da oltre 100 ex rettori, invita a una mobilitazione trasversale contro l’autoritarismo. Harvard ha aperto una nuova fase del confronto diventando il primo ateneo a citare in giudizio l’amministrazione, contestando come “illegali” le condizioni poste per scongiurare il taglio di 9 miliardi di dollari di finanziamenti. L’università è sostenuta da diverse associazioni di categoria e da 86 istituzioni che si oppongono, tra l’altro, alle politiche restrittive sui visti per studenti stranieri.

Trump, tuttavia, non arretra. Anzi, intensifica gli attacchi: etichetta le università come roccaforti di “marxisti maniaci“, promulga nuovi ordini esecutivi contro i programmi di diversità nei campus e promette una revisione radicale del sistema di accreditamento universitario. In un messaggio su Truth Social, ha definito Harvard “una minaccia per la democrazia” e “un’istituzione antisemita ed estremista“, accusando gli atenei di accogliere studenti intenzionati a “distruggere il Paese“. Nonostante i college e i loro amministratori si confrontino abitualmente su temi diversi, la presa di posizione dell’American Association of Colleges and Universities ha rappresentato un raro momento di compattezza, capace di unire realtà molto diverse tra loro: dalle prestigiose università della Ivy League ai community college, dalle grandi scuole pubbliche alle università gesuite, fino ai college storicamente afroamericani. Sebbene la maggior parte dei firmatari provenga dagli stati democratici, alcuni rappresentano college degli Stati repubblicani, come il Millsaps College di Jackson, Mississippi, la University of the South di Sewanee, Tennessee, e il Talladega College in Alabama.
La polveriera dei campus, oggi (ma al contrario)
Questa volta, dunque, i rettori stanno con gli studenti e gli studenti con i rettori. Un’inversione a 180 gradi del tavolo della storia. L’assalto sistematico della Casa Bianca al mondo accademico americano non è soltanto una battaglia politica contingente: è un attacco alle fondamenta stesse della democrazia liberale. La libertà accademica, lungi dall’essere un lusso elitario, è il motore che ha reso gli Stati Uniti un epicentro mondiale di innovazione, progresso e influenza culturale. In un Paese in cui circa il 58% della ricerca scientifica è svolta all’interno delle università, interferire nella gestione dei fondi federali con criteri ideologici significa compromettere l’intero sistema della conoscenza.
Le università non sono solo centri di sapere: sono anche colossi economici. Nel 2022, la ricerca accademica ha generato oltre 71 miliardi di dollari di attività economica e più di mezzo milione di posti di lavoro. Depotenziarle equivale a indebolire l’economia americana nel suo insieme, minando quell’ecosistema di innovazione che ha prodotto alcuni dei più importanti balzi tecnologici del nostro tempo. In un momento in cui la competizione globale è feroce, la strategia appare particolarmente miope. La Cina investe una quota crescente del proprio PIL in ricerca e sviluppo, mentre gli Stati Uniti rischiano di soffocare la propria leadership scientifica sotto il peso di guerre culturali interne. Gli atenei d’élite americani, come Harvard o Stanford, non sono solo simboli: sono infrastrutture strategiche per il futuro tecnologico ed economico del Paese.
A tutto ciò si aggiunge l’evidente strumentalizzazione del problema dell’antisemitismo. Se è innegabile che si siano verificati episodi gravi nei campus, i dati mostrano che la maggioranza degli atti antisemiti negli Stati Uniti avviene al di fuori delle università, e a firma del suprematismo bianco che negli Usa ha una libertà d’azione che in nessun Paese civile sarebbe concessa. Usare questa piaga reale come leva per un attacco generalizzato all’istruzione superiore appare come una distorsione per fini politici più ampi. Infine, la minaccia più insidiosa: l’imposizione di criteri politici per il finanziamento universitario rischia di soffocare il pensiero critico, alimentando un clima di conformismo intellettuale che storicamente è stato il preludio alla stagnazione economica e culturale. Oltre che di tutte le sciagure umane.

