In Venezuela sembra essere in atto una vera e propria partita a scacchi. Dopo i grandi proclami che qualche settimana fa avevano fatto presagire un cambiamento politico radicale e immediato, la situazione politica di Caracas sembra entrata in una fase di stallo.

L’esercito è ancora fedele a Maduro

Gli Stati Uniti, il Paese che più di tutti ha spinto per una transizione del potere a beneficio di Juan Guaidò, ha intatti visto lentamente sfumare le due principali strade che avrebbero dovuto concludere il “regime change”. In primis infatti non c’è stato un unanime riconoscimento dell’autoproclamato presidente ad interim da parte della comunità internazionale. Solo 50 Paesi, tutti alleati storici di Washington, hanno infatti seguito la decisione americana di riconoscere Guaidò come presidente legittimo del Venezuela. Una minoranza di intenti che pesa soprattutto in seno alle organizzazioni internazionali di un certo peso, come le Nazioni Unite.

In particolare, al Consiglio di Sicurezza, Cina e Russia bloccherebbero qualsiasi proposta volta a forzare la mano in Venezuela. In secondo luogo non si è riusciti a fomentare un moto rivoluzionario nel Paese che fosse da solo in grado di mettere all’angolo Nicolas Maduro. L’esercito non fa una piega e la popolazione risulta ancora pressoché spaccata a metà. Insomma, è svanito l’effetto sorpresa che da Washington speravano di utilizzare senza dover entrare in prima persona nell’affare venezuelano.

L’opzione militare sembra ormai scartata

“Tutte le opzioni sono sul piatto”, aveva più volte ribadito Donald Trump, facendo così presagire la possibilità di un intervento armato diretto contro Caracas da parte americana. Ipotesi che però si fa sempre più debole, considerata appunto la fedeltà finora mostrata dall’esercito di Caracas a Maduro. Intervenire in Venezuela contro un esercito solido, che potrebbe ricevere persino aiuti russi e cinesi, porrebbe il rischio di entrare in un altro “pantano” senza via d’uscita. E giusto adesso gli Stati Uniti si stanno ritirando da scomodi teatri di conflitti senza vittoria né sconfitta.

Inoltre anche le ultime dichiarazioni di John Bolton, Consigliere per la sicurezza nazionale, con cui invita Maduro ad accettare l’amnistia che gli concederebbe Guaidò, sembrano escludere un’ipotesi militare. Ecco che per Washington rimangono in piedi le uniche due opzioni ancora percorribili: un intervento militare indiretto oppure l’utilizzo delle sanzioni secondarie. Nel primo caso verrebbe seguito l’iter già adoperato per il Nicaragua, dove gli Stati Uniti finanziarono i gruppi contras per rovesciare il governo sandinista.

Tale modello ha funzionato in passato, ma potrebbe non essere applicabile al contesto venezuelano. Innanzitutto perché a Caracas il potere chavista è ormai cementificato e ha soprattutto nell’esercito un suo punto forte, caratteristica non presente invece nel contesto nicaraguegno o anche durante il rovesciamento di Allende in Cile. Una guerriglia in Venezuela, pur con soldi e tecnologia americana, avrebbe vita dura.

Sanzioni secondarie, ecco la soluzione per rovesciare Maduro

Resta quindi l’opzione forse più percorribile, ovvero le sanzioni secondarie. Segnali in tal senso sono arrivati sempre da John Bolton, che ha ammesso che la Casa bianca starebbe attentamente valutando tale opzione. Tale provvedimento colpirebbe quindi tutti i Paesi terzi che commerciano con Caracas. E chi potrebbe essere duramente colpito dalle sanzioni secondarie è sicuramente l’Europa, terzo partner commerciale del Venezuela, con un volume di scambi pari a oltre 10 miliardi di euro. A partire dalla crisi economica venezuelana l’Europa ha poi assunto una posizione di esportatrice netta nei confronti di Caracas, sia in termini di beni che servizi, da cui il Venezuela ormai dipende totalmente.

Le sanzioni secondarie sarebbero il disincentivo più influente per interrompere questo importante rapporto commerciale e che avrebbe sicuramente molte più ripercussioni per il Paese caraibico. Ecco che considerata l’attuale fase di stallo, gli Stati Uniti sembrano propendere verso un lento, ma inesorabile isolamento del Venezuela.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME