Giorni dopo l’annuncio da parte di Yair Lapid della nascita di una nuova coalizione pronta a guidare Israele la situazione è ancora molto precaria. I partiti d’opposizione possono contare sul voto alla Knesset di 61 deputati, il numero minimo per ottenere la fiducia del Parlamento, e anche solo una defezione metterebbe in crisi il progetto di Lapid. Di tale debolezza sta cercando di approfittare il premier uscente, Benjamin Netanyahu, che dopo dodici anni consecutivi al potere è ben poco propenso a lasciare le redini del Paese ad una coalizione che unisce destra, sinistra a arabi. Intanto la tensione continua a salire a Gerusalemme est ed in generale nello Stato ebraico, costringendo lo Shin Bet (i servizi segreti) ad intervenire per proteggere il leader di Yamina, Naftali Bennett.

Possibili defezioni

Fin dall’annuncio della formazione di una coalizione pronta a dar vita al prossimo governo, Netanyahu ha corteggiato con maggiore insistenza alcune figure della destra che poco hanno apprezzato l’alleanza con la sinistra e con gli arabi. Il primo a lasciare la coalizione a pochi giorni dalla sua nascita è stato Amichai Chikli di Yamina, ma altri potrebbero seguirlo. Bibi sta puntando su cinque deputati di Yamina particolarmente critici nei confronti della scelta di campo operata dal loro leader e su alcuni membri di New Hope, partito fondato da Gideon Sa’ar dopo la sua fuoriuscita dal Likud. L’uomo su cui Netanyahu punta maggiormente è Nir Orbach, politico vicino a Bennett ma la cui fedeltà alla nuova coalizione è tuttora da provare. A differenza degli altri deputati di Yamina, non è ancora chiaro se sosterrà o meno la nuova formazione durante il voto di fiducia alla Knesset e le sue ultime mosse non fanno ben sperare. Orbach ha ritirato la sua firma dalla richiesta di sostituire lo speaker del Parlamento, incarico ricoperto da Yariv Levin del Likud, e i suoi ultimi tweet restano piuttosto ambigui.

A fare il gioco di Netanyahu nello spaccare il fronte della destra sono anche le concessioni fatte da Lapid e Bennett a Ra’am. Per ottenere il sostegno del partito arabo-islamista, i leader di Yash Atid e Yamina hanno concesso a Mansour Abbas lo stop alle demolizioni nel Negev, il riconoscimento di alcuni villaggi beduini nella stessa area, l’implementazione di nuovi programmi a sostegno della componente arabo-israeliana e la sospensione fino al 2024 della legge che punisce gli abusi edilizi e che interessa principalmente i palestinesi, ai quali viene spesso negata l’autorizzazione a costruire. Tutte concessioni che lo stesso Netanyahu era pronto a fare pur di convincere Abbas ad abbandonare Lapid, ma che tornando adesso utili al premier uscente per mettere in difficoltà i partiti di destra e far crescere l’insoddisfazione degli elettori di Yamina.

Per Netanyahu, la presenza dei “sostenitori del terrorismo” nel prossimo governo è anche un problema per la sicurezza di Israele, tema a lui molto caro. Secondo il leader del Likud il prossimo esecutivo, a causa della sua composizione eterogenea, non sarà in grado di “resistere al ritorno degli Usa nel pericoloso accordo nucleare con l’Iran” né di “agire in maniera sistematica e coerente contro le organizzazioni terroristiche di Gaza”.

Tensione a Gerusalemme

Un’altra carta che Netanyahu sta cercando di giocare è quella della tensione. Fin dall’annuncio di un accordo tra i partiti di opposizione, i sostenitori del premier uscente e dei partiti esclusi dalla nuova coalizione hanno manifestato contro Bennett e la numero due di Yamina, Ayelet Shaked. Messaggi di odio e di istigazione alla violenza sono circolati anche sui social, costringendo lo Shin Bet ad intervenire e a mettere sotto protezione Bennett, assegnando così per la prima volta nella storia di Israele una scorta ad una figura diversa dal premier e dal presidente. Nadav Argaman, capo dei servizi segreti, ha anche lanciato un appello alla calma a politici, leader religiosi e semplici cittadini per evitare che la situazione degeneri. Parole simili sono giunte anche dal ministro della Difesa Benny Gantz, secondo cui Israele “non ha imparato nulla dal passato” ed in particolare dall’assassinio del premier Yitzhak Rabin, ucciso nel 1995 da un colono ebreo estremista.

Nonostante gli appelli alla calma, lo scoppio di nuove violenze sembra inevitabile, soprattutto se si guarda a Gerusalemme est. Le famiglie di Sheik Jarrah rischiano ancora di essere espulse dalle loro abitazioni e l’arresto per alcune ore degli attivisti Muna e Mohammed al-Kurds ha inasprito ulteriormente gli animi. A preoccupare era anche la Marcia delle bandiere organizzata dai nazionalisti e dai sostenitori di Sionismo religioso per il 10 giugno e che sarebbe dovuta passare per i quartieri arabi di Gerusalemme est. La manifestazione, che si tiene ogni anno il 10 maggio, è stata nuovamente cancellata dopo le minacce giunte da Hamas: il portavoce del Movimento, Muhammad Hamadeh, aveva avvertito le autorità israeliane delle conseguenze che la Marcia avrebbe avuto, lasciando intendere che si sarebbe giunti ad una nuova escalation. 

Un futuro incerto

La formazione guidata da Lapid e Bennett ha promesso di guidare il Paese fuori dall’impasse politica e di guarire le ferite dello Stato ebraico, ma il progetto rischia di naufragare ancor prima di prendere vita. Netanyahu sta cercando in tutti i modi di sfruttare a suo favore l’instabilità emersa negli ultimi mesi in Israele e le fratture tra la comunità araba e quella ebraica, ma così facendo rischia di danneggiare il suo stesso Paese. Se anche questo Governo dovesse fallire non resterebbe che la strada delle elezioni, probabilmente più favorevoli nei confronti di Netanyahu rispetto alle precedenti consultazioni, ma né lui né Lapid (e Bennett) sembrano in grado di sanare quelle ferite che hanno contribuito a creare. Condannando così il Paese ad un ulteriore periodo di instabilità.

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